OLAF OLAFSSON.
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UNA PASSEGGIATA NELLA NOTTE.
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Titolo originale: Walking into the Night.
Traduzione di: Marta Morazzoni.
2003. Casa Editrice Corbaccio, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Kristjan Benediktsson ha condotto per vent'anni una vita riservata come maggiordomo di William Randolph Hearst, il grande magnate della carta stampata degli inizi del Novecento. I suoi giorni scorrono tranquilli tra i rituali della vita del Castello di Hearst e gli impegni che la conduzione di tale dimora comporta. Ma nei suoi pi privati pensieri e nei suoi ricordi egli rivive un'altra esistenza dalla quale  fuggito ma che non riesce a dimenticare e che continua a inseguirlo.
Nessuno conosce il segreto dell'uomo che una volta egli  stato - marito, padre, uomo d'affari, amante - e Kristjan  uno sconosciuto anche per se stesso... 
Sullo sfondo dell'Islanda, terra di fuoco e ghiaccio, e del Castello di Hearst, oggi monumento storico della California, un romanzo di straordinaria intensit e bellezza sull'immutabilit dell'amore e della perdita, nella limpida traduzione di Marta Morazzoni. Un eccezionale ritratto di un uomo in lotta con la propria coscienza, la colpa e le passioni.
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L'AUTORE.
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Olaf Olafsson  nato nel 1962 a Reykjavik in Islanda, e vive con la moglie e due figli a New York.  stato dirigente di alto livello in diverse aziende tra cui la Sony Interactive Entertainment e la Sony Corporation of America, ed  vice amministratore delegato della Warner Digital Media.  autore di Il viaggio di ritorno, edito in Italia da Corbaccio, e di Absolution, entrambi tradotti in dodici lingue.
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UNA PASSEGGIATA NELLA NOTTE.
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Il cipresso riposava alla sua stessa ombra.
Incespic salendo verso la casa padronale, ma riusc a non cadere.
Si raddrizz, trovandosi vis--vis con i fiori delle fucsie; pi
in l le azalee. Arriv fino al cipresso e ci si appoggi contro, il
tempo di prendere fiato. Nel sole del pomeriggio il vestito nero
gli metteva caldo. Cerc in tasca un fazzoletto bianco con cui
asciugare il sudore della fronte e delle guance. All'orizzonte
fluttuavano nuvole di bel tempo, mentre vicino alla spiaggia
danzavano scintillanti increspature. Avvert l'alzarsi della brezza
e di colpo un suono tagliente, un sibilo attravers gli alberi
insieme allo scampanellare da una delle torri. Una volta, poi silenzio.
Sent profumo di lavanda mentre riponeva il fazzoletto
in tasca e riprendeva a camminare.
Il Capo aveva perso la lente d'ingrandimento. Kristjan Benediktsson
- o meglio, Christian Benediktsson come si faceva
chiamare da quando, circa vent'anni prima, era arrivato in questo
Paese durante la Grande Guerra - aveva passato la mattina
a cercarla nella stanza del vecchio e sul balcone, nella libreria
gotica vicino all'ingresso e gi nella sala da ricevimento, prima
accanto alla telescrivente, poi al puzzle e alla scacchiera, ma
senza successo. Aveva sospeso un attimo la ricerca quando la
telescrivente si era messa all'improvviso a ronzare, allora si era
fermato in attesa del messaggio che il Capo stava aspettando.
Cosa diavolo pu esserne stato di quella lente, Christian?
chiese il vecchio al maggiordomo che gli porgeva il telegramma
e gli annunciava di non averla trovata. Il Capo diede un'occhiata
al messaggio, and alla finestra e disse: A meno che non
l'abbia lasciata fuori ieri.
Kristjan si ricord di aver visto il suo padrone passeggiare, il
pomeriggio prima, con un libro in mano, Dickens gli sembrava,
perch aveva la stessa rilegatura in pelle dell'edizione completa
delle opere. Oliver Twist stava sul comodino del Capo la mattina
precedente e ora non c'era pi, sicch poteva essere verosimilmente
quello. Aveva cercato nelle dpendance degli ospiti,
vicino alla piscina di Nettuno, nella sala da biliardo dove ricordava
di aver visto il Capo seduto per qualche tempo prima del
tramonto il giorno prima, vicino alla fontana con la statua del
David e nella stanza della signorina Davies, sebbene lei non
fosse l da pi di una settimana e non sarebbe tornata fino al
successivo weekend, per il ballo in costume organizzato dal Capo.
Aveva guardato davvero bene in piscina? Si ferm, sforzandosi
di ricordare se avesse cercato sotto il tavolo dalla parte in
cui il vecchio di solito sedeva. Non si mosse finch non fu del
tutto convinto di non aver trascurato nulla.
La lente d'ingrandimento era di media grandezza, in rilievo
sul manico aveva il monogramma dorato del Capo: WRH. Lui
l'aveva in antipatia da quando, l'anno prima, il Capo si era addormentatovsulla sdraio vicino alla piscina con un libro in
grembo, la lente nella mano destra su una pagina aperta. Kristjan
era in casa e stava portando un drink alla signorina Davies,
quando sent un urlo.
Corse immediatamente fuori, destreggiandosi tra gli abbagli
e le ombre del giardino, e cercando di tenere in equilibrio il
bicchiere sul vassoio d'argento, che gli cadde a fianco del Capo,
quando lo vide barcollante in piedi con la giacca e la camicia in
fiamme. Il libro, a terra sul bordo della piscina, stava bruciando,
mentre lui teneva ancora stretta in mano la lente d'ingrandimento.
Sembrava come stordito dal sonno, sicch Kristjan lo
afferr per la vita e lo trascin con s in acqua.
Il Capo si era procurato solo una leggera scottatura al dorso
della mano destra, ma per il resto era perfettamente incolume.
Una volta resosi conto di quel che era successo, strapp la camicia
nel punto in cui aveva preso fuoco, e domand: Dov'era lei?
Kristjan gli pass il braccio sotto la spalla e lo aiut a riguadagnare
il bordo della piscina, dove la signorina Davies li stava
aspettando. Il giardiniere e due ragazze della cucina, che erano
corse fuori all'udire il grido, si ritirarono dalla vista, perch il
Capo non avrebbe certo voluto testimoni alla sua umiliazione.
Dov'era lei? ripet.
Mi stava portando una limonata, caro.
Lei lo aiut a tornare in casa, mentre Kristjan ripuliva il libro
dai resti carbonizzati e raccoglieva i cocci del bicchiere caduto
a terra. Lavorava metodico, badando a non tagliarsi o bruciacchiarsi
con i resti ancora fumanti delle pagine. Oliver Twist,
una prima edizione rilegata in pelle marrone chiaro. Prima di
rientrare a cambiarsi, svuot le scarpe dall'acqua.
Kristjan affrett il passo. La ricerca della lente di ingrandimento
gli aveva scompaginato la giornata. Tolse l'orologio di tasca e gli
diede un'occhiata. Due e mezzo. Luned, 17 maggio. San Simeon,
22 maggio 1937, era scritto sul menu della cena del sabato
sera. Ci aveva trovato due errori di ortografia e li aveva corretti.
Le scarpe del Capo erano da lucidare e lui doveva ancora
approntare la stesura definitiva della lista degli ospiti del ballo
in costume. Un respiro freddo serpeggi dall'ombra e lui per un
attimo immagin che qualcuno gli alitasse sul collo. Trasal.
Klara, sussurr. Sei ancora tu?
La ritrov per caso, mentre si avviava verso casa. Un baluginio,
passando accanto alle quattro statue di Sekhmet, la divinit
egiziana della guerra dal volto di leone, attir la sua attenzione,
un bagliore sulla balconata. Che sollievo! Non volle tardare
nemmeno un minuto a portarla al Capo. Tolse la polvere
dal manico e ripul la lente con il fazzoletto avviandosi alla casa
padronale. Stava rinfrescando ma non ci fece caso. In lontananza
il cielo si incupiva. Un alito di vento si alz dalla collina, e il
cipresso lo cattur. Suon la campana. Sapeva che il Capo sarebbe
stato contento di riavere la lente d'ingrandimento.
Giaceva sul dorso, sotto un lenzuolo leggero. Faceva ancora
caldo; dormiva nudo. La finestra era aperta ma nell'angolo una
lampada schermata era accesa; l'aveva accesa prima di andare a
letto. Da anni non riusciva pi a dormire al buio.
Il leone dello zoo del Capo non trovava pace quella notte.
Lui non riusciva a levarselo dalla mente. Nel sogno aveva visto
la nebbia sulla baia e bruma sulle colline; al chiarore della luna
somigliava a una nevicata recente.
Aveva il sonno leggero, le mani distese lungo i fianchi. L'alone
della lampada si allungava fino al lenzuolo, dissolvendosi sul
suo petto, solo una macchia di luce gli bagnava la fronte. Aveva
quasi cinquant'anni, ma tutti si meravigliavano del suo aspetto
giovane. Biondo, largo di spalle, di media statura, dalle mani
forti nonostante le lunghe dita sottili. I capelli, robusti e folti,
erano ancora indocili.
La sua camera era due porte prima di quella del signor
Hearst, lungo il corridoio. Non aveva mai passato una notte
nella zona della servit da quando era arrivato l, perch il Capo
lo voleva vicino a s. Dormiva di solito con la porta socchiusa
per sentire le eventuali chiamate del vecchio. Quella notte,
comunque, l'aveva chiusa perch il signor Hearst era via e non
sarebbe tornato che l'indomani. La signorina Davies invece era
apparsa giusto prima di cena, sorprendendo tutti. La si credeva
a Los Angeles fino al venerd. Era sola.
L'indomani mattina una nave avrebbe attraccato al molo di
San Simeon con un carico di ferro, cemento e acciaio. Il Capo
gli aveva chiesto di controllare l'operazione di scarico, poich
sospettava di essere stato truffato con l'ultima consegna.
Kristjan prevedeva di dover passare al porto tutta la giornata.
L'odore dell'oceano saliva dalla finestra ed egli volse la testa
da quella parte, come se lo avvertisse nel sonno. Le dita della
mano sinistra ebbero uno scatto repentino, poi tutto il corpo si
rilass e il respiro rallent fino a tornare regolare, solo le palpebre
avevano a tratti un lieve tremore. Ultimamente i sogni lo riportavano
al piccolo villaggio islandese dove era cresciuto.
Non aveva idea del perch e del resto non attribuiva un particolare
significato ai sogni.
Non si svegli quando lei apr la porta ed entr. Lasciandola
socchiusa dietro di s, si ferm accanto al letto a guardarlo. Le
tende erano mosse dal vento; la sagoma del suo corpo si disegnava
sotto le lenzuola.
Piano piano Kristjan si accorse della sua presenza, sebbene
lei rimanesse immobile, semplicemente lo guardava. Apr con
lentezza gli occhi, socchiudendoli prima come per abituarli alla
luce, quindi volse la testa verso di lei.
Sei tu? domand.
Indossava una vestaglia bianca di seta, le braccia incrociate.
I capelli lunghi, di un biondo tizianesco, le scendevano in morbidi
riccioli. Gli occhi azzurri scintillavano, il sorriso adolescente,
come lei sapeva avere, quando lo voleva. Tra indice e
medio reggeva la sigaretta in un bocchino, ma pareva aver dimenticato
di averla. Le dita erano corte e rosate, il bocchino era
lungo e bianco, e terminava con un cerchietto d'oro vicino alla
sigaretta.
Cos'ha detto? gli chiese dolcemente. Era islandese?
Gli ci volle un po' per scrollarsi di dosso il sonno, come se
qualcosa riaffiorasse in lui dalla profondit di un sogno.
Oh,  lei, signorina Davies, disse infine. Qualcosa non
va?
No, niente.
Se avesse allungato la mano, gli avrebbe sfiorato la pelle. Lo
sapevano tutti e due.
Chi pensava che fossi?
Stavo sognando...
Chi?
Non le rispose.
Una donna?
Si sollev sul gomito.
Stavo sognando. Qualcosa non va?
Lei sorrise. Il suo sorriso vero, non quello dei film.
Volevo la lista degli ospiti di sabato. Se non le spiace...
Si stir sotto il lenzuolo, guardandola come da lontano, una
figura bianca nella calma della penombra.
 gi in cucina. Vado a prenderla.
Lei non si mosse.
Gliela porto subito...
Sent il suo alito, mentre lei infine si girava per raggiungere
la porta. Niente di strano che avesse trovato il modo di scovare
una bottiglia; il Capo non era l a tenerla d'occhio. L'odore era
debole e per nulla sgradevole.
Arrivata alla porta si volt.
Christian, gli disse. Non riesco a dormire. Il leone continua
a ruggire. Non pu fare qualcosa?
Aveva dieci anni meno di Kristjan, venticinque meno di
Hearst, che l'aveva incontrata quando era una diciottenne ballerina
di fila a Broadway. Era ancora con sua moglie e viveva
sulla East Coast. Avevano cinque figli. Ora la signorina Davies
era una stella del cinema.
Le porter la lista, disse. Poi credo che dovrebbe cercare
di dormire.
Quando lei se ne fu andata, usc lentamente dal letto e rimase
in piedi alla finestra per un po' prima di mettersi i vestiti.
Il leone si era di nuovo zittito.
San Simeon, 20 maggio 1937
Mia cara Elisabet!
non ho dimenticato la promessa di cercare di spiegarti quello che  successo. Non sar facile, questo  certo, perch dubito
a volte di averlo capito io stesso. Con questo non voglio sottrarmi
alle mie responsabilit, non devi pensarlo. So che ti saresti
meritata di meglio.
Scriveva lentamente, mettendo gi di tanto in tanto la penna,
avvitandone il cappuccio, lo sguardo altrove, come se stesse rievocando
sfumature di una voce che da tanto tempo era silenziosa.
Rimase seduto cos a lungo, finch non si alz stanco dalla
sedia e tese l'orecchio. Aveva aperto la porta del balcone; una
brezza tiepida sollev il foglio sul tavolo alle sue spalle, poi lo
lasci ricadere, con cautela, come per non disturbarlo. Le finestre
e la porta del balcone erano aperte, bisognava far entrare
aria per il Capo che quella notte aveva avuto di nuovo problemi
di respiro.
Mia cara Elisabet scrisse senza esitazioni. Aveva cambiato
le parole di apertura delle prime due lettere, perch potessero
cominciare tutte allo stesso modo. A lungo era stato incerto se
usare quella delicata parola - cara - nel dubbio che suonasse arrogante
e impertinente. Forse era questa la ragione per cui aveva
rinunciato a scriverle la prima volta, circa quattro anni prima.
Lo intralciava non sapere bene in che modo rivolgersi a lei.
Ma adesso si sentiva a suo agio con quella parola e poteva metterla
davanti al nome di lei senza sforzo, quasi con gioia, trovandoci
un qualche conforto nel mormorarla come una preghiera.
Aveva scritto la prima lettera circa un mese prima. Questa
era la terza.
Questa mattina, portando la colazione al Capo su quella che 
chiamata la Terrazza del T, ho improvvisamente cominciato a
ricordare il nostro primo anno a Eyrarbakki. Quand'era?
1908? 1909? 1909, vero? Di colpo mi sono ricordato le nostre
passeggiate mattutine sulla spiaggia, prima che io andassi in ufficio
e tu ti sedessi al piano. Mi chiedevo se davvero facessimo
queste passeggiate tutti i giorni, ma non riesco a ricordarlo,
sebbene sia quasi sicuro che fosse un giorno s e uno no. Sono
certo che facessimo queste passeggiate sulla spiaggia in qualsiasi
stagione dell'anno; anche se me le figuro solo in un sole luminoso...
Improvvisamente perse il filo, sentendosi sospeso per un attimo
a mezz'aria. Era intorno al ricordo di quanto gli fosse sembrata
piccola Eyrarbakki al ritorno da Copenaghen, e come avesse
voluto in tutta fretta trasferirsi a Reykjavik. Questi villaggi
islandesi, si era detto, dove tutti ficcano il naso negli affari degli
altri, sono piccole prigioni nel mezzo di un immenso paesaggio
vuoto. Ma si era fermato. Quelle lettere a Elisabet non erano
esattamente il luogo opportuno per tali riflessioni. No, devo sapermi
controllare, pens, non devo farmi prendere dall'agitazione.
Si concentr a calmare la mente. Sent dei passi sulla terrazza,
usc sul balcone e osserv una delle ragazze della cucina
scendere la collina. Sono stati i passi, si disse, a distrarmi. Si
persero in lontananza, ma lui continu a sentire lo scricchiolio
della sabbia sulla spiaggia.
Mi sembra che facessimo ancora quelle passeggiate mattutine
quando tu aspettavi Einar, almeno per i primi mesi, ma non so
ricordare se poi le avessimo smesse del tutto o pi avanti le avessimo
riprese. In ogni caso mi sembra che le avessimo abbandonate
prima della nascita di Maria, non molto tempo prima di andare
a vivere a Reykjavik. 1912. Mio Dio, quanto tempo!
Quanto tempo fa, si ripet nella calma della sera, e decise di
lasciare cos in sospeso piuttosto che chiarire quanti anni fossero
davvero passati. Afferr la ringhiera del balcone con entrambe
le mani, si sporse, si tir indietro e rientr.
Una pallida luna si era alzata dal profilo dentato delle montagne.
Si ricord che una volta le aveva detto che avrebbe potuto
tracciare le orme di lei nella luce della recente luna calante, ma
poi decise che non era il momento di rammentarglielo.
Proprio quando si stava risedendo, sent chiamare il suo nome
in corridoio. Due volte, la seconda pi forte.
Christian!
Al Capo sarebbe bastato suonare il campanello a fianco del
letto per farsi sentire nella camera del maggiordomo, ma non lo
faceva mai. Christian! preferiva gridare, forzando la voce
sull'ultima sillaba, finch il cameriere non arrivava.
I primi tempi, per presentarsi al Capo si metteva la giacca,
aggiustava la cravatta e controllava allo specchio che tutto fosse
in ordine, ora invece ci andava in maniche di camicia, curandosi
solo di allacciare i polsini che aveva prima slacciato e spazzolandosi
i pantaloni, ma pi per abitudine che per senso del dovere.
Sebbene il Capo lo sentisse arrivare, lo chiam ancora una
volta, a rafforzare l'urgenza e il potere su di lui.
Su un tavolo in una nicchia c'erano due leoni di bronzo insieme
con altri piccoli oggetti, un portasigarette, un vaso e un
cucchiaio antico con il manico rotto. Uno dei leoni sorreggeva
un cartiglio con il nome del mese, l'altro con il giorno. 20 maggio.
Si ferm davanti a loro, rendendosi conto improvvisamente
di cosa gli fluttuasse nella mente in quegli ultimi giorni. 20
maggio. Maria avrebbe compiuto domani venticinque anni.
Scosse la testa involontariamente, come per respingere un
attacco improvviso. Gli fischiavano le orecchie, ma cerc di
non curarsene, aprendo la porta della camera del Capo ed entrando
nella penombra triste con passo lieve.
Tra i rami alti della quercia, sul viale di fronte alla mia finestra,
gli usignoli hanno fatto il nido. Quando ho tempo, li osservo
con un binocolo andare e venire; nel nido ci sono quattro piccoli.
Ieri il maschio ha fatto diciotto viaggi in mezz'ora per portare
il cibo. Non torna mai indietro a mani vuote, se si pu dirlo
di un uccello. Ho cercato di disegnarlo, ma ho perso molto della
mia vecchia tecnica, mi manca l'esercizio. Ho sempre pensato
che il migliore fosse il disegno della pittima dalla coda nera;
quello appeso nello studio. Mi ricordo quanta fatica per cogliere
la giusta sfumatura del petto castano;  come se l'avessi fatto
appena ieri. Era circa mezzogiorno di un sabato. Il picchiare di
un martello entrava dalla finestra, dalla cucina saliva il profumo
di dolci, e io mi ero sporto a vedere Maria che chiudeva il cancello
di strada e girellava sul vialetto di casa. Sembrava persa in
un sogno, indugiava; mi pare di ricordare che avesse in mano
un ranuncolo...
Ma adesso sono fuori esercizio e non so cogliere la lucentezza
del blu sulle ali e sul dorso, anche se so disegnarlo e distinguerlo
dal colore del cielo e del mare. In realt mi sono imbattuto,
l'altro giorno, gi per la collina, in un uccello morto e l'ho
portato a casa, sicch non devo solo fidarmi della mia incerta
memoria. Ma non va... non riesco a trovare la sfumatura giusta,
nemmeno con i nuovi acquerelli.
Il vapore di cui ti ho parlato partir domani mattina. I magazzini
sono stipati di ferro e cemento per gli interminabili progetti
di costruzione del Capo qui sulla collina. L'altra notte ho
sognato di imbarcarmi sulla nave; portavo il cappello blu che
ho comprato a Copenaghen, e lo agitavo dal ponte. Ho gi fatto
questo sogno, ma questa volta mi sono svegliato disorientato,
perch da anni non vedevo pi questo cappello e non ci pensavo.
Che io l'abbia dimenticato?
Pieg con cura la lettera; cinque pagine fitte, una mano ordinata,
quasi femminile, l'inchiostro blu. Non mise nessuna data e
non scrisse nessun indirizzo sulla busta, solo il nome di lei. Non
la sigill, ma apr il primo cassetto e la fece scivolare dentro sopra
altre due lettere, vicino a una piccola barca ricavata da un
pezzo di legno che portava il nome Einar RE 1 e a un ciottolo
portato da casa. La pos con cura sulle altre due lettere e stabil
di non chiedersi se le avrebbe mai spedite.
Tra i picchi della catena montuosa di Santa Lucia, poche miglia
nell'entroterra, sorge il castello costruito da William Randolph
Hearst. Diciassette anni fa, prima che Hearst arrivasse qui con i
suoi progetti, su queste colline non c'era che ghiaia arsa dal sole,
una solitaria quercia che era riuscita a ficcare le sue radici
nel terreno, lauro e salvia, e nelle parti basse del pendio serpeggianti,
profondi tratturi e letti secchi di torrenti che scorrevano
verso la pianura, ma senza pi nessuna speranza di arrivare al
mare. In inverno e primavera la pianura  verde, ma il prato
scolora durante l'estate per ingiallire in autunno. La costa  segnata
da spiagge sabbiose, rocce, dune, scogliere. Il villaggio di
San Simeon giace a un tiro di schioppo a nord con i suoi graticci
per essiccare il pesce, le barche e le baracche dei pescatori,
cos deserto e silenzioso che si direbbe che persino l'Onnipotente
se lo sia dimenticato.
Gi nella pianura il caldo estivo  insopportabile, ma sulle
colline l'aria  pi fresca. In primavera il vento si alza come
un'ala bianca sulla sabbia e poi smuore, ma in inverno ulula
rabbioso. A volte, quando non riesce a prendere sonno, lui si ricorda
le notti in cui Einar gli si infilava nel letto, spaventato da
un fantasma che svolazzava su un filo d'erba fuori della finestra.
Il Capo ha steso un prontuario di informazioni e regole della
casa che la servit  tenuta a spiegare agli ospiti. Lui la chiama il
Ranch e la collina  la Collina Incantata. Alla servit non  permesso
usare il termine castello per indicare l'insieme del complesso.
Il foglio illustrativo dice che le prime a essere costruite
furono le dpendance degli ospiti, le Casas del Mar, del Sol e
del Monte. Tra parentesi: in tutto diciotto camere da letto e
venti bagni. Il foglio  scritto in piccolo, cos che tutto sia contenuto
in una pagina. Kristjan ha suggerito ai due camerieri con
problemi di vista di imparare a memoria il contenuto del foglio,
in modo che non siano costretti a dargli occhiate faticose in
presenza degli ospiti. Nella casa padronale ci sono centoquindici
stanze: tra cui quattordici salotti, ventisei camere da letto,
due biblioteche, trenta camini, un salone di bellezza, un barbiere
e un cinema. Il refettorio, il nome con cui il signor Hearst
chiama la sala da pranzo, si dice che occupi trecento metri quadri,
cosa che Kristjan ritiene attendibile, perch a passo moderato
gli ci vogliono circa quaranta secondi per percorrerlo in
tutta la sua lunghezza. Nel foglio non si fa cenno all'ala di servizio
dove alloggia la servit, e nemmeno alle possenti volte delle
cantine, ma si parla invece della presenza di una sorta di quadro
di comando e dell'attrezzatura del telegrafo nella parte dedicata
allo studio del Capo. Kristjan trova che la descrizione
delle due piscine - quella coperta, nota come piscina romana, e
l'altra che prende il nome dal dio del mare Nettuno - sia inutilmente
dettagliata, ma questo non pare infastidire gli ospiti la
cui fame di informazioni  insaziabile. Kristjan li accoglie ai
piedi della scalinata sud e li conduce nelle loro camere, mentre
i facchini si occupano dei bagagli. In genere gli ospiti non arrivano
sufficientemente attrezzati per il soggiorno in collina, soprattutto
gli attori e altri del giro di Hollywood. La servit si incarica
delle necessit del caso, dal dentifricio al dopobarba, alle
spazzole, ai rasoi, ai profumi e alle creme di ogni genere, equipaggiamento
equestre, accappatoi, costumi da bagno. Per
informarli del luogo ci vogliono circa cinque minuti, di pi se
sono curiosi. Qualcuno chiede se pu avere il foglio illustrativo,
ma  contro le regole. Comunque a tutti viene lasciato il menu
del giorno e la tabella con gli orari dei pasti, insieme a una
breve sinossi del film che sar proiettato la sera.
Il Capo  davvero pedante con queste sue regole cos precise.
Alcuni lo trovano intimidatorio.
Il foglio illustrativo una volta conteneva anche una dettagliata
descrizione della casa padronale ma, quando il signor Hearst
la vide, la fece togliere. Si chiama Casa Grande. Da qualsiasi
punto lo sguardo  attirato verso di lei, sulla cima della collina,
con le dpendance raccolte in semicerchio gi in basso che
paiono dame di compagnia ai piedi della loro regina. Qualcuno
dice che somiglia a una cattedrale gotica con i muri di gesso di
un bianco cadaverico, i campanili che svettano verso l'alto come
se i loro rintocchi dovessero raggiungere il cielo piuttosto
che noi quaggi sulla terra.
Gli ospiti sono tenuti a recarsi alla casa padronale per mangiare
e bere, perch le dpendance non hanno cucina o frigorifero.
Nemmeno un bollitore. Qualche ospite occasionale, dopo
una bevuta un po' sostenuta, ha avuto la faccia tosta di lamentarsene,
ma mai direttamente con il Capo. Alcuni amerebbero
fare colazione a letto, ma il Capo lo considera uno spreco di
tempo. Fa bene prendere una boccata d'aria fresca al mattino,
sostiene. Camminare nella rugiada con il sole che splende sul
mare gi in lontananza e la brezza fresca che scende dalle montagne.
Fa bene. Questo non  posto per pigri, gli piace ripetere.
Gi al porto ci sono magazzini pieni di oggetti antichi e opere
d'arte che il Capo ha ammassato. Altrettanti e pi sono i magazzini
di New York dove c' gente impiegata a inventariare e
catalogare la gran quantit di statue, spade, torciere, camini, dipinti,
servizi da t, pale d'altare, colonne e vasi che il signor
Hearst continua a comprare, sebbene qui nella casa sulla collina
non ci sia pi posto per niente. A volte acquista un intero castello
in Spagna o in Italia, lo demolisce pietra su pietra, trave
su trave, in modo da poterlo stivare su una nave.
Eccomi quindi in questo labirinto, cara Elisabet, scrisse, decidendo
di inserire il foglio illustrativo del castello nella busta
con la lettera, un uccello migratore che ha perso la rotta. Sar
sempre straniero qui, cos mi rimane poco per pensare a quello
che ho perso, e questo mi rende pi facile governare i pensieri.
Sebbene a volte venga colto alla sprovvista. Non ci vuole molto,
basta il profilo di una guancia pallida che baleni tra gli alberi.
Cerco il pi possibile di fare il mio dovere con diligenza e occupare
la mente con una quantit di piccoli dettagli, per far
passare prima il tempo e non permettere ad alcunch di insinuarsi
nella mia mente.
La sera qui  veramente tranquilla e non immagini quante
apparizioni possano materializzarsi nel silenzio. Ma non ho
nulla di cui lamentarmi, meno che mai con te.
Il Capo mi chiama. A volte penso che tutti lo temano, io no.
Io temo soltanto me stesso.
Mi accorgo di averti forse dato un'idea distorta di questo luogo
e della mia vita qui sulla collina. L'ho chiamata "labirinto", ma a
ben pensarci non  questa la parola giusta. La verit  che per
lo pi qui sono stato felice, ma forse ho preferito non scrivertelo,
forse il mio inconscio ha avvertito che tu mi perdoneresti
pi facilmente se fossi convinta che io sia stato infelice fin dal
principio. Perch mi comporto cos? Me lo chiedo anch'io.
Perch mi sento sempre, rispetto a te, un ragazzino disubbidiente?
Anche ora mi  difficile dirti quel che penso, ho paura
che tu possa non approvare.
So che non sarei rimasto cos a lungo da nessun'altra parte.
Quando arrivai qui, nel 1921, mi parve che un nuovo mondo
mi si aprisse davanti. E nello stesso tempo il vecchio veniva inghiottito.
Era come se questo luogo labirintico fosse stato fatto
proprio perch io mi ci perdessi dentro, e per anni mi sono ingegnato
a farlo con successo.
Qui la vita  stata una continua giostra di feste. Nel fine settimana
non c'erano mai meno di venti persone, per la pi parte
di Hollywood, amici della signorina Davies. Conosci di certo i
loro nomi dai giornali e li hai visti nei film: Clark Gable, Rodolfo
Valentino, Gary Cooper, Chaplin e cos via. A volte mi
sembrava di essere io stesso in un film con loro. Questa gente
mi aveva preso a ben volere, mi consultavano per ogni cosa, soprattutto
in relazione al Capo. Nessuno avrebbe mai voluto urtarlo.
Mi gratificava il modo in cui gli ospiti mi si rivolgevano e io
non ho mai fatto niente per minimizzare la mia posizione presso
il Capo, sebbene nemmeno me ne sia mai vantato. Parlavo il
meno possibile e lasciavo che gli altri tirassero le loro conclusioni.
Pensa che sarebbe possibile fare una galoppata questa
sera? Potrei avere a prestito un costume da bagno? Sarebbe
cos gentile da dare questa sceneggiatura al Capo? Sono
sicuro che, se la legger, finanzier il film.
Nessuno sapeva cosa facessi prima di venire qui, nessuno si
meravigliava della mia condizione di servitore; al contrario mi
consideravano con rispetto, come fa spesso qui la gente con gli
Europei. Islanda? dicevano. E dove sarebbe? Pensavano
che fosse cosa non da poco che a rispondere per me fosse il Capo
in persona, il quale diceva che ero un vero vichingo.
Ero sempre occupato. Un modo per non dare ai miei pensieri
alcuna via di accesso. Sapevo che, se avessi allentato la guardia,
mi avrebbero sopraffatto. Durante la settimana i lavori di
cantiere continuavano dalla mattina alla sera; e i lavori sono ancora
in corso, il Capo  sempre impegnato ad allargare o modificare
il complesso. In genere il venerd la signorina Davies con
i suoi amici partiva da Los Angeles; viaggiavano di notte e arrivavano
la mattina presto del sabato. Bisognava tenere pronta la
prima colazione; dopo di che, andavano a dormire e si svegliavano
all'incirca a mezzogiorno; alle due e mezzo si serviva il
pranzo. Poi gli ospiti potevano prendere il sole, fare una nuotata,
qualcuno giocava a tennis, altri andavano a cavallo su per le
colline. Alle otto e mezzo si serviva la cena, seguita dalla proiezione
del film; la pi parte rimaneva a letto fino a tardi la domenica
mattina e partiva dopo il pranzo.
Uno degli ospiti una volta mi offr di lavorare per lui. Aveva
bevuto un po' troppo quella sera e immagino che quello fosse
un modo per esprimermi la gratitudine per il servizio. Il giorno
dopo, appena sveglio, venne subito a cercarmi e mi preg di dimenticare
tutto quello che aveva detto e di non fare mai cenno
al Capo di quel suo tentativo di cattura. Gli assicurai che non lo
avevo preso sul serio e che non avrei parlato a nessuno di quella
sua indiscrezione, meno che mai al Capo. Mi fu molto grato.
Tre matrimoni nell'estate del 1928, lo vedo annotato sul mio
diario, due balli in costume, quattro compleanni, due concerti...
Vedo anche che quella fu l'estate in cui il Capo ci ordin di
spostare la quercia che si innalzava davanti alla casa padronale.
Aveva battuto la testa contro uno dei rami bassi, uscendo di casa
un giorno, e il cappello gli era volato via. Sebbene non si fosse
fatto nulla, mi disse di accordarmi con il capo giardiniere e di
spostare la pianta di dieci piedi. Ogni piede costava mille dollari.
Ma non importava.
Questo  il mio mondo, Elisabet, e riconosco di esserne rimasto
abbagliato. Dapprima credo di essermi sentito come
quando ero arrivato a Copenaghen e avevo scoperto che potevo
lasciarmi indietro tutto il passato. Quando cerco di tranquillizzare
la mia coscienza, mi dico che questo istinto vagabondo 
il marchio di un viaggiatore nato, questa eterna nostalgia di libert.
Mi dico che discendo da un'antica stirpe di marinai: che
da ragazzo non vedevo l'ora di lasciare casa.
Quando sono depresso capisco quanto patetica sia questa scusa.
So che non ti meraviglia la mia volont di fare al meglio il mio
lavoro. Puoi capire che non sto scrivendo queste cose per vantarmi...
Chi l'avrebbe mai detto che sarei tornato a fare il servitore?
Ma mi sono consacrato al lavoro e spesso cerco di smarrirmi
nelle faccende della giornata, perch qui c' molto da fare
e il Capo conta su di me.
Le notti sono pi difficili, quando il silenzio mi assedia e non
c' nulla che possa distrarre la mia memoria. La quiete della sera
mi fa sempre paura e cerco di protrarre i miei compiti: rimango
in piedi fino a tardi a preparare la lista del giorno dopo,
scrivo e riscrivo a mio uso e consumo promemoria e aggiunte
alla lista degli acquisti che ho sempre con me, faccio ancora un
salto in dispensa a verificare che non siano esaurite cose che
non ho messo in lista.
Il Capo in genere rimane alzato fino a tardi e io sono ben felice
quando lui ha bisogno di me. Mi chiama spesso dopo mezzanotte,
e questo  un vero sollievo, perch cos ho di che tenermi
occupato per un po'. Credo che lui abbia capito che non la
vivo come un'imposizione.
S, svolgo i miei compiti con tutta coscienza e, se tu fossi come
la pi parte della gente, saresti probabilmente soddisfatta
nel sentirmi descrivere i lavori di poco conto che io credo di fare
meglio di chiunque altro. Ma tu non sei mai stata un tipo
vendicativo, non ci hai mai provato nemmeno con chi ti ha ferito.
Quanta tolleranza! Da dove ti viene? Perch nessun rimprovero
a me, nessun piacere nel vedermi intrappolato nella
mia stessa rete? Questo, sai, mi farebbe sentire meglio. Una parola.
Una parola dalle tue labbra che colpisse al cuore e io sarei
finalmente in pace.
Ma so che non sei capace di un tale comportamento. Lo
considereresti volgare.
La scorsa primavera ci fu, qui sulla collina, la piaga degli insetti.
Al tramonto la casa ne era invasa, a cominciare dall'ingresso,
come se si trattasse di rispettabilissimi personaggi in visita. Si
piazzavano sui servizi di piatti della cena, sui piatti di portata,
sul sapone e sulle composizioni floreali; ogni mattina lasciavano
dei cadaveri sui davanzali delle finestre, rallentando i lavori
della giornata. Non cessavano neanche di notte, ronzavano nel
buio, e tenevano tutti svegli, soprattutto il Capo. Osavano piazzarsi
sulla sua faccia e una coppia cerc persino di arrampicarglisi
sul naso.
Tentai di ricordare come mi fossi liberato delle mosche nella
nostra casa di Reykjavik, ma sul momento non mi venne in
mente. Avevamo appena traslocato l quando la piaga ci colp;
ricordo perfettamente quando raggiunse il suo apice. Era una
sera di giugno; tu suonavi Mozart in soggiorno, tu e i tuoi amici
del quartetto, una donna di cui non ricordo il nome - ossuta e
con un gran naso - e due ragazzi, uno dei quali innamorato di
te, sebbene tu non te ne fossi accorta. Tutti voi invitavate amici
e parenti, gente che aveva l'abitudine di rivolgersi a me con sufficienza
parlando del "Maestro", come tutti voi chiamavate il
grande compositore. Nel mezzo della stanza erano state sistemate
delle sedie; io sedevo sul fondo, ospite in casa mia. Tutti,
tranne te, mostravano un'espressione devota; tu sorridevi, la
mente altrove. Mi agitavo sulla sedia, accavallavo e scavallavo le
gambe, guardavo fuori della finestra. Ed ecco, con mio sollievo,
arrivare le mosche. La stanza ne fu riempita in un attimo; gli
ospiti agitavano le mani per allontanarle, prima con discrezione,
poi con energia, come se stessero sostenendo un attacco. Il
vostro quartetto persist a suonare pi di quanto non credessi,
e tu pi di tutti gli altri. Infine la compagnia si sciolse. Solo
quando anche l'ultima persona se ne fu andata, io mi diedi da
fare per cacciare le mosche.
Ma ora non riesco pi a ricordare che sistema avessi usato.
Ho cercato dei suggerimenti su qualche vecchio libro nella biblioteca
del Capo. Quello che ho scovato poteva in certo modo
essere interessante, ma nulla che fosse realmente efficace, finch
non ho deciso di sperimentare qualcosa cavandola dalla
mia memoria. La mia tattica non era esattamente scientifica, ma
alla fine mi imbattei nella soluzione giusta. Misi un mezzo cucchiaino
di pepe nero in una coppa poco profonda, un cucchiaino
di zucchero di canna e uno di crema. Mischiai tutto insieme
e misi la coppa sotto la finestra del soggiorno. Dopo due giorni
non c'era pi una mosca.
 stato il Capo stesso a suggerirmi di annotare questi accorgimenti
insieme ad altri, a beneficio della servit qui in collina.
 diventato un diversivo benvenuto, un modo per fare passare
pi in fretta il tempo della sera e inchiodare i miei pensieri, perch
non divaghino come al solito. Ho gi quasi finito un quaderno
su cui ho annotato sessantaquattro accorgimenti, alcuni
piuttosto acuti, sebbene sia solo io a dirmelo. Ma ne ho ancora
un sacco da scrivere, in realt sono solo al principio. Ho cominciato
dagli interni, descrivendo come meglio tenere i mobili di
mogano o di altro legno duro, come togliere le macchie di unto
dalle tovaglie, come lucidare adeguatamente l'argento e pulire
le teiere e il macinino del caff. Ho cercato di organizzare al
meglio le mie idee perch siano comprensibili a tutti e facili da
seguire, sebbene debba ammettere che in questo senso avrei
potuto fare di meglio.
Ecco come ammazzo il tempo la sera e la mattina presto, quando
il Capo e la signorina Davies non ci sono. Come ti dicevo,
ho anche ricominciato a prendere in mano la matita di tanto in
tanto e a fare schizzi degli uccelli qui sulla collina e gi al mare;
mi capita a volte di andare in riva al mare e sedermi su una roccia
con un piccolo album. Sebbene sia ancora un po' rigido, sto
facendo senza dubbio dei progressi di settimana in settimana.
La prossima volta prover con un corvo. E un giorno potrei anche
cimentarmi con un condor.
L'altro giorno il Capo mi ha chiesto a cosa mi stessi dedicando.
Stava facendo la sua passeggiata serale intorno alla casa con
al seguito il suo bassotto, Helena, e si  affacciato alla mia porta.
Forse pensava di trovare sulla mia scrivania il cadavere di un
uccello; il cane era stato attratto dall'odore, qualche giorno prima,
quando stavo cercando di disegnare l'usignolo. Gli dissi
che stavo annotando gli accorgimenti, come lui mi aveva suggerito.
Mi chiese di vederli quando li avessi finiti perch, chi sa?,
avrebbero potuto avere un qualche interesse per i lettori del
suo giornale. Vedremo, gli dissi. Stavo pensando che ce n'erano
molti che sarebbero potuti tornare di una qualche utilit
per un vasto pubblico, ma dovevo aggiustare il tiro su alcune
cose che sarebbero parse strane a chi non avesse dimestichezza
con le case dei ricchi. Mi sentivo anche abbastanza eccitato dalla
prospettiva di questo lavoro, finch il Capo non disse: Metteremo
la sua firma. Potremmo intitolare la colonna "I suggerimenti
del maggiordomo", o qualcosa del genere. Ci pensi, Christian,
potrebbe funzionare. La gente ha sempre voglia di elevare
il proprio tenore di vita. Che se lo possa permettere o no.
Io tacevo. Mi auguro che abbia dimenticato quell'idea. Se ci
torner sopra ancora, dovr dirgli che l'ho abbandonata io.
Tutto il progetto.
Cos eccomi qui al buio, a scrivere su un quaderno come si apparecchia
la tavola. Tu, Kristjan? ti sento dire. Ma so che
non ricavi alcun piacere da ci. Puoi solo provare compassione.
Gli stavano in piedi davanti, in tre, le facce che rivelavano una
nervosa aspettativa. Erano le due. Non c'era nessun altro nella
stanza da pranzo della servit; quasi tutti i domestici erano impegnati
a preparare il ballo della sera. Aveva voluto parlare loro
in privato e aveva chiesto che rimanessero l. La ragazza sussult
quando la campana batt dalla torre sopra di loro, quindi
sorrise intimidita e abbass lo sguardo. Aveva cominciato il lavoro
solo da una settimana e non era ancora abituata. I ragazzi
avevano le scarpe lucide e i capelli all'indietro impomatati. Anche
loro erano nuovi. Dalla cucina veniva un accozzare di tegami
e pentole, ma abbastanza distante da non infastidirli.
Le regole della casa, esord.
Alzarono gli occhi.
Tre semplici regole che gli ospiti del Capo sono tenuti a rispettare.
Di colpo, rendendosi conto che qualcuno aveva dimenticato
di pulire un angolo del tavolo dopo il pranzo, and verso l'acquaio,
prese uno straccio umido, sfreg il piano del tavolo, poi
riport lo straccio all'acquaio e lo strizz prima di tornare da
loro.
Prima regola, nessuna ubriachezza. Dovete tenere d'occhio
gli ospiti e avvisarmi quando vi sembra che qualcuno abbia
passato la misura. Non importa di chi si tratti o di quello
che possa dire al proposito.
Seconda regola: niente linguaggio scurrile o scherzi di cattivo
gusto. Se viene rispettata la prima regola, in genere non c'
bisogno di preoccuparsi del comportamento degli ospiti. E di
nuovo, avvisatemi subito se questa seconda regola viene violata.
Mi seguite?
Annuirono.
Terza regola: nessun intrallazzo sessuale tra coppie non
sposate.
Lasci cadere una pausa di silenzio. Loro aspettavano.
Nessun intrallazzo sessuale tra coppie non sposate, ripet.
Uno dei ragazzi in livrea cerc di mascherare un sorriso.
Come facciamo a controllarli? domand.
Kristjan si schiar la voce.
Un uomo e una donna non devono dormire nella stessa camera
se non sono sposati. Questa  la regola... Nessun andirivieni
tra le camere... Esitava.  proibito, aggiunse.  una
regola anche questa. Quelli che la trasgrediscono il mattino dopo
vanno a casa.
Silenzio. Si guardavano l'un l'altro.
Tre semplici regole. Credete di potervele ricordare?
Annuirono.
Bene. Allora non ho pi ragione di trattenervi.
And alla porta e la apr, accompagnandoli fuori con lo
sguardo.
Il valletto pi curioso si ferm sulla soglia.
Posso fare una domanda?
Anche gli altri si fermarono per vedere quello che sarebbe
successo.
Allora il Capo e la signorina Davies sono sposati? O  vero
che lui ha moglie e figli sulla East Coast? Tanto per saperlo, se
ce lo chiedono.
Kristjan ebbe un momento di esitazione.
Nessuno vi chieder niente, disse dopo un breve silenzio.
E ora andate e cercate di rendervi utili.
La mela era capitombolata fuori dalle fauci del maiale e rotolata
sulle pere al porto che lo coronavano, fuori dal piatto d'argento
e oltre il forchettone e il coltello da scalco ben affilato. Si
era fermata in mezzo alla tavola come se avesse perso lo slancio
per quel lungo viaggio, eppure non pareva affatto imbarazzata
cos sola nel vasto spazio bianco. La glassa al caramello aveva
cominciato a spaccarsi e la sua scia avrebbe lasciato una linea
retta sulla tovaglia inamidata. Il maiale la seguiva con lo sguardo
vacuo.
Era la serata del ballo in costume. Il Capo aveva invitato circa
sessanta, settanta persone, per lo pi di Hollywood, ma anche
un gruppetto di suoi dipendenti - editori, giornalisti - cos
come uno stravagante uomo d'affari. Quasi tutti gli ospiti erano
arrivati e ora, nelle loro camere, davanti allo specchio si infilavano
nei costumi: eroi del passato, cavalieri, cowboy e papi,
clown e cortigiani, regine e suore.
Kristjan sent in lontananza una macchina e con la mano agli
occhi cerc di ripararsi dal sole al tramonto; era gi basso nel
cielo sull'oceano e luccicava sulla limousine nera che arrancava
sui tornanti.
Cerc e tir fuori di tasca la lista degli ospiti per darci un'occhiata.
Credeva di sapere chi fossero gli ultimi arrivati: amici
della signorina Davies di Los Angeles, la signorina Bette Davis
con un regista e altre due attrici.
Devono avere avuto qualche intoppo per strada, si disse.
Senza occuparsene oltre, gir sui tacchi e continu il giro di
ispezione della casa.
Nell'orto pi vicino alla casa padronale era stata approntata
una lunga tavola su cavalletti, in uno spiazzo tranquillo e libero.
Un pergolato, costellato di torce che al primo buio sarebbero
state accese, conduceva alla radura. Vicino alla piscina era stata
alzata una tenda, bianca con il soffitto azzurro costellato di stelle.
Statue di cera di violinisti e di un prete con un'armonica a
bocca fiancheggiavano l'ingresso della tenda. Kristjan ripul da
qualche segno di uccelli le spalle del prete. Pens che ci faceva
uno strano effetto in quel posto.
Not la mela sulla tavola non appena guard dentro la tenda.
Reag rapidamente e fece chiamare subito lo chef e il suo assistente
perch riparassero l'addobbo della tavola, ordinando a
due camerieri di portare una tovaglia pulita. Insist sull'importanza
di tenere gli occhi ben aperti.
Buon per voi che me ne sono accorto io e non il Capo,
disse loro.
In cucina quaglie, anitre e fagiani giravano sullo spiedo sui
carboni ardenti, mentre fuori venivano affastellate fascine in un
forno di pietra e cotte costate di bufalo. La legna aveva cominciato
a mandare fumo. Lo sguardo di Kristjan segu involontariamente
le volute che si alzavano nella calma del pomeriggio,
ma si domin subito e continu il giro di ispezione prima che i
suoi pensieri incominciassero a perdersi dietro al fumo e nella
quiete.
C'era un gradevole profumo di frutta nell'aria. La mattina
due aiutanti di cucina erano scese dalla collina e nell'orto avevano
colto la frutta: ananas, pere, arance, banane e noci. Poi
avevano lavato la frutta, l'avevano sistemata in ordine sui vassoi
e quindi disposta con cura in numerose coppe. Kristjan controll
che in cucina avessero debitamente fatto il loro lavoro,
prima di ricordare al cuoco in seconda che il Capo amava la
carne al sangue.
Un'ora dopo gli ospiti erano raccolti nella sala delle riunioni.
Kristjan avvis il Capo e la signorina Davies che erano tutti
presenti. Insieme presero l'ascensore dalle loro stanze comunicanti
ed entrarono attraverso le porte a scomparsa nelle pareti
decorate a pannelli: sembravano due divinit ieratiche dallo
sguardo distante. Rimasero immobili fianco a fianco finch gli
ospiti non si accorsero di loro. Tra la folla pass un brusio, le
voci si abbassarono, gli sguardi si alzarono dalla scacchiera o
dai puzzle, quelli che erano in visita per la prima volta si guardarono
intorno nella speranza di cogliere un'indicazione su come
comportarsi. Ma non occorsero dritte, perch un attimo
dopo la signorina Davies sembr riprendere vita come una
bambola di cera toccata da una bacchetta magica. Il volto le si
apr in un sorriso e, abbandonata la mano del Capo, si lasci
avvolgere dalla folla che la accoglieva con baci e abbracci. David
Niven era mascherato da tagliaborse. Bette Davis aveva la
barba. Carol Lombard indossava un costume tirolese. Erano i
suoi amici che l'adoravano. Il Capo nel frattempo si era recato
nella stanza della telescrivente a verificare eventuali messaggi.
Kristjan consider che Hearst non pareva in forma quella
sera. Non c'erano state avvisaglie durante il giorno, ma ora si
accorgeva che qualcosa non andava. Di certo non erano gli affari
a preoccuparlo, perch in quel caso il Capo non avrebbe
mai fatto trasparire il minimo disagio. La signorina Davies, si
disse e si impose di avere per lei un occhio particolarmente attento
durante la serata.
Si accorse che un ospite, dal lato opposto della stanza, che
pareva il meno ricercato quanto al costume, richiamava l'attenzione
di uno dei camerieri, segnalandogli che il suo bicchiere
non era stato di nuovo riempito. Secondo le regole del Capo,
agli ospiti non erano permessi pi di due bicchieri di alcolici e
tre di vino prima di cena. Per esperienza Kristjan sapeva quanto
fosse complesso tenere il conto delle consumazioni di cos
tanta gente, soprattutto all'inizio di una festa, quando gli ospiti
bevono a stomaco vuoto. Alcuni erano ancora affaticati dal
viaggio, ma l'eccitazione li dominava fino a far dimenticare
quanto stessero bevendo. Non aveva dubbi su chi il Capo
avrebbe ritenuto responsabile nel caso qualcuno si fosse ubriacato.
Soprattutto la signorina Davies. Non avrebbe mai dimenticato
gli occhi del Capo durante una cena, quando lei, seduta a
tavola di fronte a lui, era caduta a terra svenuta. Eppure nessuno
l'aveva vista bere un goccio per tutta la sera; sembrava non
aver mandato gi che acqua. Teneva una fiaschetta di gin nascosta
nella borsa e, non vista, ingollava l'alcol da l.
Gli ospiti sfilarono uno a uno, accolti dal sole della sera, pallido
e timido al suolo, ma pi vitale tra i rami degli alberi e vivace
nell'acqua delle fontane e dei ruscelli. Lo chef si sistem il
cappello e mise in azione il coltello da scalco sul primo maiale.
Altri nove aspettavano il proprio turno.
Il Capo era rimasto in casa con alcuni pochi ospiti; era vestito
da taglialegna con i calzoni marrone e una giacchetta verde
dai bottoni dorati. Sulla testa una piuma faceva mostra di s su
un cappello floscio di velluto verde. Apparentemente andava
tutto bene ed egli si trattenne dal toglierselo per grattarsi la
fronte. Sorvegliava la stanza con tutta la sua attenzione, ma non
vedeva la signorina Davies. Tre ospiti, uomini di mezza et che
Kristjan conosceva per essere in affari con il Capo, gli erano accanto
e continuavano a parlare ignari, mentre lui scrutava la stanza.
Poteva essere uscita?
Il buio si stendeva sul giardino, le ombre degli alberi si allungavano.
Kristjan si ferm un attimo, mentre si dirigeva alla
tenda per controllare che le torce funzionassero. In genere a
quell'ora del giorno si sentiva aleggiare intorno una grande calma,
ma ora aveva i nervi a fior di pelle e non era il caso di assaporare
lo spettacolo e lo splendore del tramonto sulla montagna
e gi nella pianura. In primavera il buio avanzava come un
silenzioso velo di pioggia, ma in inverno indossava una veste
grigia. Con il buio tornava ad avvertire la presenza di lei, non
sapeva perch.
Klara, avrebbe voluto dire sentendola avvicinarsi. Sei di
nuovo sonnambula?
Appunto mentre proseguiva il suo giro, qualcuno richiam la
sua attenzione. Sussult, voltandosi di scatto. La signorina Davies
gli sorrise.
Il mio bicchiere... me lo riempia, caro.
Lei sa...
Solo un goccetto.
... che non posso.
Il sorriso indugiava ancora sulle labbra, ma il tono della voce
cambi.
Su, presto. Mi riempia il bicchiere.
Mi spiace.
Non faccia cos, su.
Silenzio.
Mi riempia il bicchiere, ho detto.
Il Capo...
Non alz la voce, che pure stridette come se qualcuno avesse
pizzicato una corda troppo tesa.
Al diavolo anche lui! Non sa cos'ho passato. Non lo sopporto
pi. Ogni volta  peggio.
Non aveva idea di cosa la tormentasse. Aveva cominciato a
tremare ed era sull'orlo delle lacrime.
Posso fare qualcosa? le domand.
S, mi riempia il bicchiere, lo supplic. Me lo riempia,
per favore...
Le prese il braccio.
Avanti, cerc di persuaderla. Si sentir meglio dopo
aver mangiato qualcosa. Gli ospiti stanno aspettando.
La condusse all'edificio principale, fuori dalla penombra e
dalla nebbiolina e verso le luci che splendevano. Il vociare della
festa li raggiunse, scoppi di risate e rumori di posate e bicchieri;
lei si aggrapp forte al suo braccio, allentando gradualmente la
presa mentre tentava di controllare i singhiozzi.
Fu nel tentativo di consolarla che lui disse all'improvviso:
Si ricorda quando il signor Valentino le insegn a ballare il
tango qui in giardino? Chiss perch lo disse, forse era piuttosto
per confortare se stesso. Ma, in ogni caso, lei lo guard senza
dire una parola.
Quando raggiunsero la terrazza pi vicina alla casa, il Capo
si fece loro incontro. Lei si ricompose, di nuovo toccata da una
bacchetta magica, e disse con un sorriso: Eccoti, caro.
Kristjan si allontan di fretta, super l'orchestrina che aveva
cominciato a suonare di fronte alla statua delle Tre Grazie e gli
ospiti che ballavano sulla terrazza, senza guardare nulla, solo
affrettando il passo finch non raggiunse l'ingresso della tenda.
L si ferm a riprendere fiato e ad asciugarsi il sudore dalla
fronte. La musica, che pareva inseguirlo fino nella tenda, in un
altro momento gli sarebbe parsa dolce e confortante; Non ho
occhi che per te...
Non era rimasto quasi pi nulla del maiale sulla tavola, ma la
mela era ancora ficcata nelle sue fauci. Quando i camerieri lo
sostituirono con un altro un po' pi piccolo, Kristjan si assicur
che avessero messo il prezzemolo al posto delle ciglia e
due mirtilli dove una volta erano gli occhi della bestia.
Gli ospiti erano andati a dormire.
Ero rimasto l'unico al piano di sotto; la servit si era infine
ritirata nelle sue stanze, per ultime le sguattere di cucina. Avevo
spento tutte le luci e stavo facendo un ultimo giro nelle stanze a
piano terra per assicurarmi che le candele fossero tutte spente e
non ci fossero mozziconi di sigaretta ancora accesi. I ciocchi si
erano tutti consumati nel grande camino della sala da ricevimento,
sebbene dai tizzoni sprizzassero ancora delle scintille.
Attraverso la finestra vidi che una luce era ancora accesa a Casa
del Mar. Mi tranquillizzava pensare che qualcuno fosse ancora
sveglio. Non so perch.
Tutte le luci erano spente, eppure era ancora luminoso il
punto in cui stavo io, al centro della sala d'ingresso. Ora la luna
era alta nel cielo e tracciava una lunga scia di luce dallo specchio
dell'oceano, su per il fianco della collina, sul pavimento fino
ai miei piedi. Le andai incontro, aprendo la porta della terrazza.
Tutto tranquillo. Sperai che l'antilope, il leopardo, il puma
potessero dormire in quella notte. Non mi piaceva l'idea
che fossero chiusi nelle gabbie in quel posto; non era il loro posto.
Per nessuno di loro.
Nell'aria aleggiava ancora il profumo della legna bruciata e
l'odore pungente dei pini, che non avevo mai notato come
quella sera. Un'eco andava e veniva, un'eco distante su cui cercai
di concentrarmi. Ma le canzoni della sera si frapponevano;
Non so se  nuvolo o sereno, perch non ho occhi che per
te... Involontariamente scesi due gradini, poi un altro. Il chiarore
lunare mi inseguiva, mi circondava, come se stessi in
un'acqua bassa. Abbassai gli occhi, l fermo per un attimo, il ritornello
nelle mie orecchie cambiava lentamente, le musiche
della sera erano inghiottite nel silenzio e l'eco si ingigantiva nella
mente.
Stavo varcando la porta della nostra casa a Eyrarbakki. Era passata
mezzanotte, le cameriere erano gi a letto, il piccolo Einar
dormiva da tanto. Tu sedevi sulla sedia in soggiorno, avevi appena
finito di allattare Maria. Mi accogliesti con un sorriso; appoggiai
la valigia, mi tolsi con calma il soprabito e lo appesi. Facesti
scivolare fuori dolcemente il capezzolo dalla sua bocca.
Dormiva, cos la appoggiasti nella culla prima di avvicinarti a
me. Tornavo da un soggiorno di un mese in Danimarca. Ti abbracciai
nel mezzo della stanza e ti strinsi, non ci dicemmo una
parola. All'improvviso cominciasti a canticchiare. Riconobbi
subito il motivo - Bei Maenneren dal Flauto magico - lo
suonavi spesso ai tempi del nostro incontro. Iniziai a muovermi
a tempo e tu mi seguisti. Ti stringevo forte, non potevo, non volevo
lasciarti. Una lampada era accesa sulla credenza e diffondeva
una luce tiepida.
Mi misi a danzare al chiaro di luna nell'atrio. Quanto dovevo
sembrare stupido. Ma era come se tu fossi con me. Come se
nulla fosse cambiato, tutto come prima che io perdessi la strada.
Perch  questo che  successo. Ho perso la strada. Ma ora,
per un momento, mi sono ritrovato, ho chiuso gli occhi e mi sono
tenuto stretto al tuo ricordo. Non ti eri allacciata la camicia
dopo aver allattato Maria e io te la slacciai ancora di pi. Avevi i
seni caldi e soffici e io presi in bocca il capezzolo, piano perch
sapevo che era irritato dalla bambina. Tu non canticchiavi pi,
ma noi continuammo a danzare.
Non mi ero accorto che lei fosse scesa e stesse danzando con
me. Non mi ero accorto di lei, ero cos lontano, il tuo respiro
sulle mie guance. Il chiaro di luna lambiva il pavimento ai miei
piedi, ondeggiavamo in una danza acquatica.
Christian, sussurr.
Ritornai in me con un sussulto.
Procurami un goccio di gin. Di nascosto, in fretta, per tirare
avanti un po'.
Il silenzio era stato interrotto. Pensai che il puma avesse ruggito
piano gi per la collina.
Che c', Christian?
Mi scusi, dissi, mi scusi...
Presi la bottiglia di gin dalla credenza chiusa a chiave, un
bicchiere e un vassoio. Rovesciai il liquore e ripulii con difficolt.
Christian...
La lasciai sola gi in mezzo alla stanza, scappai via, cercando
di augurarle la buona notte, ma le parole non mi venivano.
Le dita puzzavano di gin. Me ne accorsi chiudendo la porta
della camera e nascondendo la faccia tra le mani. Avevo sbagliato,
di nuovo.
Finisco sempre per fare del male a coloro di cui mi devo
prendere cura.
Quando, appena sveglio, guard fuori, pens dapprima che
fosse gelato durante la notte. Era l'alba; un velo di nebbia si allungava
dal mare, srotolandosi sopra le dune di sabbia che tratteggiavano
la riva, e i prati sembravano grigi di brina nella prima
luce del mattino. Gli strascichi di un sogno echeggiavano
ancora nella sua testa, sicch non seppe subito ricordare dove si
trovasse. Quando infine riguadagn le coordinate, gli venne in
mente che si doveva trattare di rugiada, non era il gelo che piegava
il prato. Si mosse piano, infilandosi un maglione caldo prima
di aprire la finestra e respirare l'aria fresca.
Si scald l'acqua per il t nella cucina silenziosa. Il Capo e la
signorina Davies erano via da una settimana; non sapeva quando
sarebbero tornati. L'incertezza lo inquietava.
Il Capo era stato bruscamente chiamato altrove. I suoi amministratori
gli avevano mandato un telegramma un'ora prima
del ballo in costume, annunciando il loro arrivo il giorno dopo.
Kristjan lo aveva portato immediatamente a Hearst che lo
adocchi appena.
Non persero tempo. Erano da poco passate le dieci quando
la loro macchina apparve in cima alla collina; avevano lasciato
Los Angeles nel cuore della notte. Kristjan port loro il caff
mentre aspettavano nella sala da biliardo. Sembravano nervosi.
Il Capo li fece aspettare quasi un'ora. La signorina Davies dormiva
ancora; alcuni degli ospiti del fine settimana, gi in piedi,
facevano colazione sulla terrazza.
Indossava una vestaglia di seta, quando finalmente scese,
con in mano una copia di uno dei suoi giornali... il San Francesco Examiner, parve a Kristjan a una rapida occhiata. Anzich
entrare direttamente nella sala, si ferm sulla soglia, guardandoli
in silenzio.
Christian, disse poco dopo. Mi porti un succo di frutta.
Senza aspettare che il maggiordomo fosse lontano tanto da
non sentire, si rivolse ai suoi visitatori: Pensavo che avessimo
ingaggiato Walter Winchell per scrivere la colonna delle cronache
mondane su attori e gente di spettacolo. Da quando  diventato
il nostro esperto sulla guerra civile in Spagna?
Scagli il giornale sul tavolo, di fronte agli amministratori.
Kristjan chiuse la porta dietro di s.
In cucina prepar il succo per il Capo, un misto di spremuta
di carote e arance. Una vespa, passata per un pertugio della finestra,
ronzava da un vetro all'altro. Kristjan la tenne d'occhio
un attimo, poi apr rapido la finestra e la fece uscire.
Dal corridoio di servizio, mentre si dirigeva alla sala da biliardo,
sentiva la voce del Capo: Non  affar nostro che fascisti
e comunisti si stiano massacrando in Spagna. Non sosteniamo
nessuna delle due parti. Credevo che fosse chiaro per tutti.
Soprattutto per quelli che sono assunti da me. E ora apro una
mia pagina e ci trovo questa stupidaggine! Walter Winchell che
incita la nazione ad andare a combattere in Spagna! Walter
Winchell che  stato assoldato per tenere informati i nostri lettori
su chi ha litigato con chi a Hollywood e chi si  sposato con
chi a Broadway. Walter Winchell soprattutto... Si volse accigliato
ai suoi ospiti. E, soprattutto, ha completamente trascurato
di occuparsi della signorina Davies ultimamente. Del tutto
trascurato... Sar forse il caso che il signore si cerchi un altro lavoro.
Kristjan porse il bicchiere di succo al Capo. Hearst gli fece
cenno di restare. Erano in tre. Kristjan conosceva di nome Jack
Neylan, ma non aveva mai visto prima gli altri due, entrambi
sulla trentina. Erano naturalmente nervosi e lanciavano sguardi
imploranti a Neylan perch rompesse il silenzio e intavolasse in
fretta la questione. Il Capo bevve lentamente il succo.
Siamo nei guai, Capo, disse infine Neylan. La situazione
 peggiorata ancora.
Non era la prima volta che Kristjan sentiva gli amministratori
del Capo lamentarsi delle sue spese e sollecitarlo ad abbandonare
quei suoi assurdi acquisti di opere d'arte e antichit.
Almeno per pochi mesi, ricordava di aver sentito Neylan
dire ripetutamente una sera a New York.
Il Capo in genere ascoltava con pazienza, ma in realt si lasciava
scorrere addosso il loro allarmismo, poi cambiava argomento
concludendo con: Ve ne occuperete voi per me. Non
sar un problema.
Kristjan aveva anche sentito dire da Neylan che la Depressione
aveva inferto un brutto colpo alle societ del Capo, tanto
che alcuni giornali e settimanali erano ora in agonia. La tiratura
era caduta di molto a Los Angeles, San Francisco, Chicago e
Boston, e giornali come il New York American, l'Evening Journal
e il Sunday American avevano perso lettori negli ultimi
quattro anni. Sapeva anche che il Capo aveva finanziato le costruzioni
sulla collina, l'acquisto di un castello nel Galles e di
una tenuta a Long Island con prestiti che garantiva emettendo
azioni delle sue societ, per poi contrarre nuovi prestiti per
estinguere i vecchi. Allo stesso modo pagava le antichit e le
opere d'arte, quando cio se ne ricordava.
Non era sfuggito a Kristjan che egli avesse debiti per tutto il
mondo.
E ora i suoi amministratori erano venuti a dirgli che i profitti
dei suoi futuri affari non sarebbero stati sufficienti a coprire gli
interessi dei debiti precedenti o a pagare i dividendi sulle quote.
Si era al punto per cui non solo le banche rifiutavano di finanziare
ancora gli esorbitanti debiti, ma anzi chiedevano di essere
a loro volta saldate.
Il sole del mattino filtrava dalla finestra d'angolo sul tavolo
da biliardo presso il quale stava il Capo. Con l'indice, lento e
deliberato seguiva la striscia di sole, la mente altrove. Finalmente
il dito si ferm. Senza sollevarlo, alz gli occhi verso la finestra.
Deve venire con noi a New York il pi presto possibile,
disse Neylan. Meglio se oggi o domani. Dobbiamo aprire i negoziati
con le banche.
Il Capo rimaneva fermo al sole.
Quanto ci occorre per tenerli buoni?
Un milione di dollari, subito. E questo prima che si cominci
a mettere in vendita i beni patrimoniali.
Stacc il dito dal tavolo.
Vendere i beni? Non se ne parla.
Non possiamo pi evitarlo. Non possiamo raggranellare
un milione di dollari senza sacrificare qualche cosa del patrimonio.
Non si accorsero che lei era entrata nella stanza. Era in piedi
sulla soglia, dietro Kristjan, lui ne sent la presenza sulla nuca.
Voglio che tu venda tutto quello che ho, disse, prendendoli
chiaramente in contropiede. Tutto quello che occorre
per coprire il debito.
Poi se ne and, in silenzio come era venuta. Il Capo la insegu.
Gli amministratori si guardarono in faccia, quindi in gran
fretta si alzarono anche loro.
Pi tardi, quel giorno il Capo e la signorina Davies andarono in
auto a Los Angeles, e da l in volo a New York. Non tirava un
alito di vento mentre loro scendevano dalla collina e la nuvola
di polvere che sollevarono con l'auto continu a stagnare nell'aria
come un monito quando ormai loro non c'erano pi.
Era una settimana fa. Come fugge il tempo, si disse quando la
teiera prese a fischiare al bollore dell'acqua. Si mosse lentamente,
sfregandosi le mani sul vapore della tazza per scaldarle. Faceva
un freddo insolito quel mattino e il prato era ancora coperto
dalla rugiada, non pi grigio ma giallo, ora che il sole lo
lambiva con i suoi raggi pallidi, mentre all'ombra rimaneva azzurro.
Era il solo in piedi; in casa c'era meno personale di servizio
del solito. Il giorno dopo la partenza del Capo per New
York, Kristjan aveva informato gli aiutanti avventizi che per le
successive settimane non ci sarebbe stato pi bisogno di loro.
Il t lo scald. Quando l'ebbe finito e dopo aver imburrato
la fetta di pane, gli venne in mente di fare un giro dietro la casa
padronale verso le capanne dei contadini. Aveva promesso di
dare una mano a portare il fieno nelle stalle e aveva voglia di sedersi
dietro, tra i forconi, sul carro che arrancava nei solchi
sporchi fino alla fattoria. Aveva voglia dell'odore dolce dell'erba
tagliata e di vedere il bianco degli occhi dei cavalli che lo
guardavano inforcare il fieno e tirarlo gi dal carro. E soprattutto
aveva voglia di esercizio fisico, di un lungo sudato giorno
di lavoro al sole.
Apr la porta e scese lentamente nel mattino sfolgorante,
cauto e preoccupato quasi di non disturbare un'insolita pace
del cuore. Chiuse dolcemente la porta, lasciandosi alle spalle le
stanze vuote.
Non ho molto da dirti questa notte. Non pensare con questo
che io non mi sia domandato cosa scriverti quando infine mi
sono seduto, questa sera, al tavolo. Eppure per qualche ragione
non riesco a raccogliere le energie per prendere la penna e svitarne
il cappuccio. Penna, ho scritto, ma, per essere precisi,  la
penna che mi hai regalato per i miei trent'anni. L'ho sempre
portata con me. Avevo messo sul tavolo, proprio al centro, un
foglio bianco come la neve, l'ho sistemato e risistemato, ho soffiato
via dei granelli di polvere volati dentro dalla finestra,
quando di colpo sono stato come sopraffatto: le parole, tutte,
avevano perso di significato. Come se il sole fosse stato occultato
da una nuvola e l'ombra fosse scesa sulla mia mente. Allora
mi  parso che tutto quello che ti avevo scritto nei mesi precedenti
fosse vuoto e ozioso.
Sedevo sulla sedia paralizzato, la malinconia mi aveva colpito
senza preavviso. Dalla mattina avevo voglia di scriverti per
dirti del topo che ho trovato in un vaso di fiori in soggiorno l'altro
ieri; di colpo mi era parso cos importante, cos caro! Ho
scavato una piccola buca in giardino e l'ho ricoperta di ramettini
e foglie per renderla pi accogliente. Volevo raccontarti
quanto fosse terrorizzato quando lo tirai fuori dal vaso, perch
lo aveva trovato Helena, che continuava ad abbaiare e allungare
il muso verso di lui. Il suo cuore pareva impazzito mentre lo
portavo fuori; tremava nella mia mano, ma non cercava di sfuggire
e io mi chiedevo se lui avvertisse - o meglio se avvertisse in
me - che non gli avrei fatto alcun male. Mi stavo anche convincendo
di essere riuscito a comunicare attraverso la mia mano
che gli ero amico e mi sarei preso cura di lui. Scavai il buco nell'aiola
davanti a Casa del Monte. Pareva che verso sera si sarebbe
alzato il vento, cos cercai un rifugio tra due pietre, dove sapevo
che sarebbe stato al sicuro. Durante la notte cominci a
piovere, i rami della palma fuori dalla mia finestra frustavano la
casa e la pioggia batteva sui vetri. Poich non potevo dormire,
mi vestii e andai in cucina, presi e misi in tasca un pezzo di formaggio
e uscii, dirigendomi gi per il sentiero. In due secondi
ero bagnato fino alle ossa. Ero preoccupato che il topo si fosse
avventurato fuori durante il temporale, e fui particolarmente
sollevato nel liberare dalla foglia l'ingresso della tana.
Pareva che sapesse che sarei tornato. Badai bene a non accecarlo
con la torcia che avevo con me, ma non mi sfugg che il
suo sguardo indicava un'incondizionata fiducia.
Non posso dire la gioia che provai inginocchiandomi vicino
alla tana nel buio. Chiss perch un topolino mi ha suscitato
una tale emozione... Ha mangiato il formaggio dalla mia mano
e non si  mosso mentre gli accarezzavo il dorso. I tuoni scuotevano
il cielo e i lampi lo squarciavano, ma il topo rimaneva calmo
sotto le mie carezze.
La mattina dopo era luminosa e senza una nuvola e l'aria
aveva un profumo dolce dopo la pioggia. Prima ancora di arrivare
alla tana sapevo che il topo se n'era andato.
Ecco quello che avevo in mente di scriverti quando mi sono
messo al tavolino questa sera. Non ho letto nulla di particolare
in questo fatto, ma avevo voglia di parlartene. Il foglio di carta
aspettava davanti a me, bianco come la neve, ma di colpo ne sono
stato strappato via, le dita hanno perso la presa della penna
e io non sono tornato in me fin quando il cappuccio non  caduto
a terra con un rumore secco.
Mi sono alzato e sono andato alla finestra. Senza saperlo ho
respirato sul vetro come facevo da ragazzo; sull'alone che si 
formato ho disegnato con le dita un uccellino. Un attimo dopo
era sparito.
Si mise a sedere sul letto e allung il dito sottile verso la finestra
vicina. Sent un brivido improvviso quando con la punta tocc
il vetro ghiacciato, ma invece di ritirare la mano asciug il vapore
sul vetro e si mise in bocca il dito bagnato. La stanza si stava
scaldando; lei dormiva ancora quando la cameriera era entrata
ad accendere la stufa. Tutto tranquillo, e lei si lasci ricadere
nel letto, tirando su fino al mento il piumino trapuntato; poi
volse la testa cos da poter vedere fuori dalla finestra e, come faceva
da ragazzina, aspett che passasse un uccello. Scommise
che sarebbe stata una sterna, no una tringa - e rimase l, tranquilla,
a vedere se aveva ragione o no.
Era tornata a casa, a Eyrarbakki, la mattina precedente, dopo
un'assenza di un anno e mezzo; era partita nell'autunno del
1907. Suo padre era venuto a prenderla al molo, mentre la domestica
Katrin era rimasta indietro, seminascosta, a spiare timidamente,
a occhieggiare da dietro una pila di barili vuoti. Stava
con la famiglia da quando Elisabet era piccola e ne aveva sentito
la mancanza per ogni giorno della sua assenza.
Consider che suo padre era invecchiato nel frattempo. Aveva
le guance bagnate quando la abbracci ai piedi della passerella,
le mani fredde e lo sguardo lontano, come se una parte di
lui avesse gi preso congedo.
Il mio raggio di sole, cominci a dire, il mio raggio di
sole  tornato a casa.
Era a casa, eppure la sua mente continuava a vagabondare
senza sosta. Sorrise svagata quando nei suoi pensieri si materializz
Kristjan, scosse i capelli dalla fronte e rimase tranquilla a
ricordare ogni dettaglio del volto di lui.
Il fuoco crepitava nella stufa; il silenzio in casa, dopo il ballo
della sera prima, pareva pi marcato. Era pi pesante, pi determinato
del solito, quasi a rassicurarsi che l'eco della festa
non lo avesse intaccato. I festeggiamenti si erano prolungati oltre
la mezzanotte; dopo il viaggio Elisabet era stanca, ma suo
padre non stava in s dalla gioia e ripet lo stesso discorso tre
volte, l'ultima in piedi a capo della lunga tavola da pranzo, concludendo
solo quando perse l'equilibrio.
E ora che il mio raggio di sole  tornato a casa  come se la
luce splendesse su tutto e tutto fosse brillante e bello e buono.
Lisa, tesoro, vieni qui.
Pap...
Subito qui, vieni dal tuo vecchio, perch sto per dire ai nostri
ospiti... sto per annunciare ai nostri ospiti che ti sei fidanzata.
Gli ospiti si rallegrarono con molta partecipazione.
Non prendertela con me, Lisa, tesoro, non potevo aspettare.
Chi  il fortunato? chiese Paulsen il farmacista.
Kristjan Benediktsson, si chiama, della regione dell'Ovest,
un bravo ragazzo. Bravo davvero, vi dico. Si sono conosciuti a
Copenaghen.
Quando tu non eri l a curarla!
Ehi, Paulsen, metter te a fare questo mestiere, vecchio farabutto.
E lei fu abbracciata e baciata.
Cara Elisabet, cara ragazza... chi sono i suoi genitori?
Quando il matrimonio? Lui  ancora a Copenaghen? Quando
verr qui?
Suo padre prese per la vita l'amico Paulsen e, accennando al
suonatore di armonica di avviare un motivetto, ball con lui in
mezzo alla sala.
Gli ospiti si presero per mano e formarono un cerchio nella
stanza. Lei nel mezzo, e il cerchio si stringeva e si allentava in
una danza a onde. Lei chiuse gli occhi, immaginandolo l vicino,
e danz da sola, o meglio ondeggi finch suo padre non
ruppe il cerchio e la prese tra le braccia.
La casa sembrava affaticata dopo la festa notturna, anche il
rintocco dell'orologio del soggiorno batteva pi lento del solito.
Ma la stanza si stava riscaldando e dalla stufa veniva un
confortante crepitare di legna; quando era piccola, credeva di
capire le parole che la stufa le diceva mentre lei scivolava nel
sonno. Non mancava mai di dirle esattamente quello che lei si
sarebbe aspettata.
Una casa nera con il mare aperto a sud, dietro la brughiera e
un vasto orizzonte brullo, attorno capanne, fabbricati e baracche
di pescatori. Occhi alle finestre del piano di sopra e un orologio
che batte gi in soggiorno, poi tutto silenzio. Nessuno in
giro, il sentiero ghiaioso lungo la riva era deserto; nessun movimento
tranne il vento che carezzava l'erba pallida vicino al sentiero.
Pass a volo una tringa.
Per secoli Eyrarbakki, un villaggiotto a trenta miglia da Reykjavik,
era stato il porto pi importante e il maggior centro commerciale
del sud del Paese. Il padre di Elisabet gestiva sia il magazzino
sia le barche da pesca che operavano fuori dal porto.
L'Islanda apparteneva alla corona danese ed egli ebbe la concessione
commerciale direttamente dal re. Aveva anche convinto
la regina Luisa di Danimarca, moglie di re Cristiano IX, a dipingere
la pala d'altare della chiesa che aveva fatto costruire nel
1890. Quando aveva bevuto un goccio di troppo, diceva di
averlo fatto per ottenere un pi accurato ritratto del Signore,
perch di sicuro i reali erano pi vicini a Lui del sudicio proletariato.
Oltre la met di aprile a Eyrarbakki arrivavano le prime imbarcazioni
di primavera, bastimenti imponenti, golette a due
alberi da ottanta, cento tonnellate, raramente con meno di sei
uomini a bordo. Le chiatte facevano la spola dall'ancora al porto
caricando carbone, sale e grano. La segale di solito era collocata
nella stiva sotto la merce sfusa, mentre il grano e l'orzo erano
raccolti in sacchi. Il ferro per i cavalli, quello per l'armatura
dei tetti e i chiodi erano raccolti in ceste, come la tela. Assi e tavole
venivano caricati in spazi a parte. Assi da pavimento e pannelli
erano preparati nell'officina di suo padre tra la bottega e il
magazzino, dove il caff era conservato accanto allo zucchero e
all'alcol puro. L'alcol, allungato con l'acqua che pioveva dal tetto
della bottega, veniva poi travasato in botti a tre rubinetti;
uno per le bottiglie, un secondo per i barili, un terzo per altre
botti. Una sera che suo padre, dopo il solito goccetto in pi,
aveva fatto un giro nel magazzino, aveva scambiato, al buio in
un angolo, una botte per un bue. Era corso a casa, aveva imbracciato
un fucile e svegliato un lavorante perch andasse con
lui. Avevano spalancato la porta e fatto irruzione nel magazzino,
e aveva sparato un colpo alla botte. Da quel momento le
botti furono chiamate buotti.
Scaricare un cargo richiedeva circa una settimana: si cominciava
dalla lana, si passava al pesce salato e si finiva con l'olio di
fegato di merluzzo. La lana era portata a Eyrarbakki da una carovana
di cavalli da soma, e i contadini spesso dovevano accamparsi
vicino al negozio per due o tre giorni, prima che venisse il
loro turno.
A Elisabet piaceva l'odore dei cavalli e lasciava aperte le finestre
della sala del pianoforte per lasciarlo entrare. La musica
si diffondeva nella quiete e i contadini si facevano pi vicino
per ascoltare. Intravedevano attraverso la finestra di scorcio il
pallore delle sue guance, la tenda di garza decorata di fiori gialli
e di farfalle svolazzanti. Qualcuno dei contadini si sedeva vicino
al muro del giardino a masticare lunghi fili d'erba in silenzio,
e alzava la testa di tanto in tanto per sussurrare qualcosa
piano, da non soffocare quell'onda di note.
A volte lei alzava lo sguardo, anche se loro intuivano che non
li vedeva, gli occhi correvano oltre verso la baia, le vele bianche
che un vento lieve si divertiva a lambire come per giocare con
loro. Un attimo; poi tornava ad abbassare lo sguardo e le lunghe,
sottili dita regalavano musica nella quiete del pomeriggio.
Suo padre le aveva proibito di uscire sola quando le navi erano
all'ancora nella baia. Lei si godeva il mare e la riva dalla finestra
del soggiorno, sicch non le pesava tanto non uscire. Conosceva
la ragione di quella proibizione, sebbene non avesse mai detto
di saperlo. Aveva circa dieci anni quando era successo.
Non seppe mai il nome della ragazza. Era del sud-ovest, la figlia
di un pescatore. Era la seconda estate che veniva a lavorare
ai cargo a Eyrarbakki. Accatastava pesce salato nella stiva durante
il giorno e gli uomini erano cordiali e dicevano cose che
lei non capiva, ma lei sorrideva loro perch loro le sorridevano.
Sembravano solo di pochi anni pi grandi di lei, di media statura,
uno scuro e gli altri biondi.
Tutto il giorno era stato nuvoloso e tranquillo, ma alla sera si
alz il vento e piovve. Aveva finito di cenare e stava tornando
alla baracca quando li incontr. Le sorrisero. Questa volta non
rispose al loro sorriso, perch qualcosa nelle loro maniere la
metteva a disagio. Stavano bevendo. Il biondo mand gi un
goccetto e le porse la bottiglia. Lei scosse la testa e cerc di scivolare
via da loro, lungo il sentiero verso la riva, oltre la caserma
dei pompieri. Fu allora che le afferrarono un braccio e la
trascinarono dentro.
Pi tardi quella sera, seduta nell'ufficio del padre di Elisabet,
non riusciva assolutamente a ricordare chi di loro l'avesse
presa per primo. Aveva biascicato qualcosa, ma poi era rimasta
in silenzio, gli occhi fissi nel vuoto. Fu sua sorella a parlare per
lei e a raccontare l'incidente. Aveva un anno o due pi di lei e
aveva preso la decisione di chiedere l'aiuto del padrone.
Lui era seduto sulla poltrona nel suo ufficio, dapprima guardando
fuori dalla finestra verso la nebbia che fluttuava sulla riva
e nascondeva le navi e il frangiflutti dietro di esse. Fu solo
abbassando la testa che si rese conto che le sue mani erano serrate
sotto la scrivania, le nocche bianche. Allent la presa.
Elisabet fu svegliata dal trambusto, si alz e scese le scale in
una camicia da notte bianca che la copriva fino alle caviglie. La
porta dell'ufficio era socchiusa; segu le voci e si ferm fuori. Vide
suo padre alzarsi, andare verso la ragazza e chinarsi con fatica
su di lei, poi sfiorarle gentilmente una mano. Poteva vedergli
la faccia, ma la ragazza la scorgeva solo di spalle. Aveva i capelli
raccolti in uno chignon. Li aveva lavati prima di andare da lui.
Puoi descrivermeli, cara? lo sent dire.
La ragazza annu ma rimase zitta. Suo padre aspett, spostando
il peso da una gamba all'altra.
Allora, cara, su, disse alla fine e le prese la mano.
Lei cominci a singhiozzare e infine parl. Ricordava il freddo,
umido, muscoso muro, il rumore delle onde nella nebbia, le
rocce a riva che scorgeva dalla porta della caserma dei pompieri
prima che la nebbia le nascondesse di nuovo. Ricordava il
battere della pioggia, il sapore del sangue in bocca. E ai suoi
piedi macchie umide sull'erba, quando infine si era diretta barcollando verso casa.
Pi tardi nella notte, quando suo padre aveva convocato il capitano
della nave e gli uomini erano stati condotti a terra, Elisabet
aveva indossato una mantellina azzurra ed era uscita. Il vento
era cessato. A est si scorgeva un cenno di rosso tra le nuvole.
Il mare era silenzioso. Cammin spedita sul sentiero lungo la riva
e non si ferm che alle baracche dove stava la ragazza.
Giaceva con gli occhi aperti, mentre gli altri dormivano.
Quando la raggiunse, si tolse di tasca un medaglione che aveva
portato con s. Era stato di sua madre e c'era il disegno di una
spirea. Si chin sulla ragazza e glielo mise al collo. Poi sgusci via.
Il giorno dopo la ragazza disse alla sorella che durante la
notte era stata visitata da un angelo.
Tornando a casa, Elisabet si ferm alla caserma ed entr. Una
luce azzurra filtrava attraverso una fenditura del tetto; allung
la mano in modo che i raggi la illuminassero, poi la chiuse a pugno.
Il silenzio freddo era rotto solo dalla chiara, pura voce dell'acqua.
Elisabet stette in ascolto. Quando si fu assicurata che il
motivo non fosse cambiato, si volse e al primo chiarore dell'alba
torn verso casa.
In piedi, vicino al fuoco in cucina, si scaldava. Su un piatto, in
tavola, due merluzzi appena pescati avevano le scaglie ancora
luccicanti. Le sarebbe piaciuto seguire il consiglio della signora
Andersen da cui abitava a Copenaghen, e farcirli e poi friggerli
con i funghi e il prezzemolo, ma non lo sapeva fare. Si fece pi
vicino alla fiamma, ci allung sopra le mani e in silenzio ascolt
il crepitare del fuoco.
Non si accorse della presenza di Katrin. Katrin l'aveva evitata
dal giorno che era tornata a casa, come se la sua presenza la
intimidisse. Ferma sulla soglia, toss. Elisabet si volse a lei e sorrise,
continuando a scaldarsi. Era ancora infreddolita dalla passeggiata
in riva al mare.
Katrin parl a bassa voce, un mormorio quasi tra s e s:
Allora non lo finisci quel ricamo?
Quale?
Quello che hai lasciato a met quando sei partita per Copenaghen.
Katrin aveva avuto la meningite da piccola e chi non la conosceva
bene diceva che si vedeva. Elisabet non lo aveva mai pensato.
Loro due erano state sempre come sorelle.
Elisabet le fece un cenno e si spost perch ci fosse posto
per tutt'e due davanti al fuoco.
Il ricamo con i castelli. E i cervi e gli alberi.
C'erano dei cervi?
Grandi. Grandi quasi come i castelli.
Katrin allung le mani come Elisabet, sebbene fosse rimasta
al caldo tutta la mattina. Elisabet gliele prese nelle sue e ci fece
scorrere sopra le dita. Erano ruvide.
Non ti piacerebbe finirlo tu? le domand Elisabet.
Io? No,  tuo.
Te lo cedo. Me n'ero dimenticata.
Grazie, Lisa, sono cos contenta che sei tornata!
Nell'acquaio d'angolo l'acqua sgocciolava in un fragile, esitante
rivoletto. Per il resto era tutto quieto. Elisabet not un falegname
che veniva avanti di buon passo lungo il vialetto e lo
vide entrare nella bottega dalla parte del giardino e poi uscire
con due tavole, scrutando il cielo. La vita scorreva come sempre.
Niente era cambiato. Quasi niente.
Due settimane, disse Katrin.
Una settimana.
Al tuo matrimonio.
Al suo arrivo.
Giorni tutti uguali, il mare la mattina, il mare la sera, la legna
nella stufa quando si svegliava, il pianoforte in soggiorno, il
vento nel boschetto di betulle e l'odore di bruciato che saliva
dalla bottega quando affumicavano le teste di pecora. A fine
giornata suo padre addormentato in poltrona con un libro sulle
ginocchia e gli occhiali in bilico sulla punta del naso, la bocca
aperta.
Lisa? chiam piano Katrin.
S?
Quando sarai sposata...
Allora?
...e tuo padre sar morto... Sai quanto mi prendo cura di
lui...
Ce l'aveva sulla punta della lingua la risposta: suo padre era
forte come un toro, sebbene stesse invecchiando; ma era ancora
in ottima salute. Eppure non lo disse.
... e allora cosa sar di me?
Katrin, cara. Non preoccuparti. Pap sta ancora benissimo,
ma quando dovesse succedere verrai a stare con me. Sempre.
Vuoi dire che lui mi vorr? Tuo marito?
Naturalmente.
Ero cos preoccupata.
Si avvicin a Elisabet, le pos la testa sulla spalla.
Dimmi di lui...
Stavo appunto cercando di ricordare come fossi vestita la prima
volta che ci siamo incontrati. Sono seduto in cucina, con la
mente in libert, ho messo a posto tutti i fogli nei cassetti e preparato
la lista della spesa per settimana prossima. C' calma in
casa. Fuori sulla terrazza  passato di corsa uno scoiattolo: scivolato
agilmente gi da un albero,  corso via lungo il vialetto
con una ghianda in bocca.
Era un giorno freddo d'autunno, le foglie spazzate via sulla
strada; Skindergade, se ricordo bene, caff dell'Universit, e io
ti ho chiuso la porta alle spalle perch tu avevi le mani ingombre
di fogli di musica e ti era scivolato a terra un guanto marrone.
Mi ricordo di essermi chinato a raccoglierlo e intanto di
aver dato una rapida ripulita al mio grembiulone bianco da cameriere
prima di accompagnarti al tavolo. Non ti levasti il cappotto,
marrone con il collo di pelliccia; avevi l'aria molto infreddolita,
ma ordinasti una tazza di caff e un panino, chiedendomi,
quando tornai:
Non sar islandese, per caso, vero?
Per quanto ti avessi guardata con attenzione, non avrei mai
detto che noi fossimo compatrioti. Niente nel tuo accento che
lo lasciasse trasparire, il tuo danese era perfetto, e, quanto all'aspetto,
occhi marroni, capelli scuri ondulati, potevi sembrare
una del Sud: spagnola, italiana, greca. Ti stavo osservando a distanza,
spiando dalla porta della cucina e fissando da l la tua
nuca e la guancia destra, quando girasti la testa per leggere il libro
che avevi aperto sul tavolo. Fuori faceva buio e di l a poco
cominci il tamburellare della pioggia. Quando la luce grigia illumin
la tua guancia, mi parve di guardare una statua.
Non sar islandese, per caso, vero?
Mi avevi preso alla sprovvista. Avevo pochissimi contatti con
gli altri islandesi. La pi parte dei miei coetanei era qui per studiare,
figli di famiglie ricche o ragazzi con borse di studio. Non
avevo niente da spartire con loro. Non ero nessuno ed ero arrivato
a Copenaghen senza un progetto preciso, pieno di speranze
ma a mani vuote, dopo essermi guadagnato il viaggio lavorando
un anno come pescatore. La mia famiglia non era ricca,
sebbene non mi avesse fatto mancare niente nell'infanzia. Eppure,
guardandoti dalla porta di cucina, sentii che avrei inventato
delle scuse per la mia situazione. Forse dovrei dire altrimenti:
sentii di dover inventare una credibile giustificazione alla
mia condizione di cameriere. Ma tu non mi chiedesti niente e
non fu che pi tardi, quando io non potei farne a meno, che ti
dissi che ero studente alla facolt di economia di Copenaghen.
Sono ancora sorpreso di quanto mi sentissi inferiore a te in quel
periodo. Mi era stato sempre facile attrarre le ragazze, ma tu eri
diversa. Le altre erano per lo pi operaie, amanti piacevoli, ma
incolte, come me. Invece tu, tu venivi da un altro mondo. Eppure
mi sentivo attratto da te.
Avevo solo nove anni quando cominciai a lavorare sulle barche.
Gi prima avevo supplicato mio padre di portarmi con s, ma
mia madre non ne voleva sapere. Ero infaticabile, sempre pieno
di energia.  un pescatore nato, diceva mio zio e io ne andavo
orgoglioso. Ma non avevo alcuna voglia di farmi una barca,
non volevo responsabilit.
Quando ci incontrammo, avevo da qualche giorno cominciato
a lavorare al disegno di un'aquila. Mi erano rimaste tracce
di colore sulle dita e tu mi domandasti di cosa mi stessi occupando.
Sembrasti interessata quando ti parlai degli uccelli e mi
domandasti quando avessi cominciato a disegnarli. Ti raccontai
di come una volta, da ragazzo, vidi un'aquila piombare sul mare
e volteggiare a cerchio su un gruppo d'anitre, che si tuffarono
per sfuggirle. Cercai di dirti come l'aquila aspettasse che le
anitre mettessero fuori la testa per nascondersi poi di nuovo.
Aspett paziente che fossero stanche. Quindi piomb gi, le ali
tese e gli artigli aperti e ne afferr una mentre si tuffava. La
guardai allontanarsi dal fiordo: ero inchiodato l, l'ombra delle
sue ali sulla superficie calma del mare. La morte tra gli artigli.
Tu mi ascoltasti in silenzio.
In piedi alla finestra della tua camera, guardavo la strada deserta.
Sabato mattina. Dei passi al piano di sopra: i tuoi vicini si
erano svegliati. Avevo acceso la stufa, ma il mio respiro appannava
ancora l'aria dopo il freddo della notte. Ti alzasti dal letto
e mi raggiungesti. Con le dita fredde seguisti il segno della mia
cicatrice sulla schiena. A cominciare dall'alto, con l'indice mi
sembrava, scendesti lentamente lungo la schiena. Ti fermasti,
poi continuasti sotto il braccio e dal fianco fino al petto.
Quanti anni avevi?
Otto.
Ancora pi vicino. Sentivo il tuo respiro sul collo mentre
con le labbra sfioravi la cicatrice. Le dita proseguirono il loro
viaggio. Sembrava che stessi esplorando una mappa e ti fossi
fermata a una regione di confine tra noto e ignoto. Mi sollevasti
il braccio e ficcasti sotto la testa, baciandomi il petto e guardandomi
da sotto in su. C'era curiosit nei tuoi occhi.
Una volta fuori, attraversai la strada e alzai gli occhi alla tua finestra.
Mi facesti un cenno con la mano, avvolta in un lenzuolo
bianco. Si era alzato il vento e spingeva l'inverno verso la citt.
Mi strinsi la sciarpa attorno al collo.
Prima di congedarmi ti avevo detto dei miei studi alla facolt
di economia. Da giorni avevo preparato la storia. Non mi chiedesti
niente. In realt, non mi chiedevi mai niente. E questo era
il peggio. Era come se tu cercassi di avere riguardo dei miei sentimenti.
Come se gi allora vedessi oltre.
Ti dissi che stavo seguendo i corsi di economia. Il luned, il
gioved e il venerd. Mi mancavano sei mesi alla laurea. Procedevo
piuttosto bene. Servivo al caff per arrotondare il mio bilancio.
Io ti parlavo e tu eri seduta a letto, rivolta a me. I tuoi seni
erano pere bianche e belle, i capezzoli ritti nel freddo del mattino.
Le dita lunghe e delicate. Quando mi toccavi, non sapevo
resisterti.
Sapevi gi allora che era tutta una storia? Sapevi che pulivo le
aule il luned, il gioved e il venerd? Il certificato di laurea che
portai a casa in Islanda, prima del matrimonio, era un falso. Lo
incorniciasti e lo appendesti sopra la mia scrivania in ufficio, a
casa.
Ha completato gli studi in ragioneria, ed economia aziendale e
politica con il massimo dei voti.
Avevo comperato i libri di testo e studiato da solo in biblioteca
dopo i turni di pulizia, ma non avevo potuto permettermi
di frequentare i corsi.
Non ho mai smentito queste bugie e, quando lo avrei voluto,
era troppo tardi.
Quando lo hai scoperto?
Un piviere dorato si svegli nella palude e vol attraverso la
notte estiva, pareva un filo nero su una coperta bianca.
Era stata svegliata dal sibilo delle ali dell'uccello o stava sognando?
Elisabet si alz dal letto. Apr la porta e si ferm sul
pianerottolo, mentre l'orologio della sala da pranzo batteva tre
deboli colpi. Qualcuno aveva dimenticato aperta la finestra in
fondo al corridoio. Nel chiuderla, lei not la nebbia sulla baia.
Mentre stava tornando alla sua camera, di nuovo sent il suono
che l'aveva svegliata. Incapace di capire subito da dove venisse,
si ferm guardando ora gi dalle scale, ora in fondo al corridoio,
verso l'altra camera da letto.
Le tende della finestra che aveva chiuso erano ormai ferme,
la carovana ricamata in attesa dei passeggeri, i cavalli allineati a
testa alta, le redini allentate.
Silenzio. Aspett e, allora, i suoi occhi caddero sul ritratto
della madre appeso al muro sulle scale. Ultimamente si era domandata
se le era mai mancata. Era una bambina di tre anni
quando lei era morta, troppo piccola per nutrire questo sentimento.
Si volse di scatto e si diresse dall'altra parte. Il suono diventava
a mano a mano pi distinto, sebbene ancora non potesse
capire di cosa si trattasse: un respiro, un rantolo, un sussurro?
Cammin in quella direzione piano, a passi misurati. Una corrente
gelida le aggred i piedi e lei si ferm un attimo come se
fosse finita in una pozzanghera. Si chin automaticamente per
asciugarsi, ma le dita non trovarono nulla di bagnato.
Sto sognando? si domand.
Esit davanti alla camera del padre, la porta era leggermente
socchiusa e ne filtrava una sottile striscia di luce che attraversava
il pavimento e arrivava fino al letto. Diede una leggera spinta
al battente.
Si muoveva lentamente tra le sue gambe, lento e continuo
come il pendolo in sala da pranzo. Oh, s, gli sent dire.
Oh, s. Aveva addosso una camicia da notte bianca, ma le
braccia nude di Katrin che gli si stringevano attorno al dorso
erano rosate nella luce dell'alba.
Riaccost lentamente la porta e torn in punta di piedi in camera
sua. Sdraiata a occhi chiusi, si chiese come mai quella vista
non l'avesse turbata affatto.
Arrivai in Islanda una settimana prima del matrimonio.
La nebbia si alz di colpo mentre ci avvicinavamo alla costa
sud. All'improvviso le montagne si innalzarono sulla nostra testa,
una chiazza di sole brillava sui pendii.
Pioveva sulla baia, una densa, insistente pioggerella, e gli uccelli
lanciavano gridi sopra di noi.
Non mi sembrava di tornare a casa. Quando ero partito non
ero nessuno. E ora mi sentivo di nuovo intimidito. Vedevo i fiumi
serpeggiare nella sabbia prima di sparire in mare, i ghiacciai
alle loro spalle erano celati da una nebbia azzurra. Un nastro
bianco di nuvole pendeva da un picco nero sulla costa, dorato
di quando in quando dal sole del mattino, ma mai a lungo.
Tranne una striscia verde qua e l alle pendici delle montagne,
tutto era bianco, grigio e nero.
Forse non avevo dormito abbastanza.
I grandi spazi aperti alle mie spalle e il silenzio freddo delle
rive non risvegliavano in me alcun senso di libert. Piuttosto
era come se mi sentissi preso da invisibili ceppi, tanto che avrei
voluto urlare contro quelle aride terre deserte. A Copenaghen
mi svegliavo da uomo libero ogni mattina, a volte a fianco di
una ragazza con cui avevo danzato fino all'alba, a volte da solo.
Mi impigrivo a letto un po' prima di alzarmi, e intanto ascoltavo
il rumore di un carro tirato da un cavallo sull'acciottolato
della via, un pescatore che attraversava la strada portando la
sua umida, scintillante preda al negozio, la gente di sotto che si
stava alzando, che apriva la finestra sulla strada, che tossiva e
diceva: Be', meglio muoversi.
Ero parte di quella vita, ci stavo in mezzo, e nessuno metteva
in dubbio il mio diritto di esserci, nessuno mi chiedeva chi fossi,
nessuno mi faceva domande. Sorridevo alla gente che mi
sorrideva, qualcuno si voltava per strada e si diceva, o diceva al
suo compagno: Che bel ragazzo! Lavoravo sodo per risparmiare;
possedevo due abiti eleganti, uno blu e uno marrone, altrettanti
cappelli, soprabiti, tre paia di buone scarpe e un ombrello
che pure usavo raramente. Avevo cenato da Vivex pi di
una volta e conoscevo gente importante che mi invitava a casa
per il piacere della mia compagnia. Ero benvoluto ovunque e
non avevo nemici.
Avevo due buoni abiti, ma per mia sfortuna quando ti avevo
incontrata indossavo il grembiule da cameriere.
Quando ci imbarcammo verso ovest c'erano barche allineate
lungo il molo, essiccatoi di pesce battuti dal vento; sulla spiaggia
le porte socchiuse delle baracche di legno nel buio freddo.
Piano piano ci avvicinammo alla terra. Qua e l vedevo spuntare
le baracche di torba, le pecore raccolte in campi grigi, le nuvole
scure sulle colline. Mi ero gi pentito di essere tornato a
casa.
Ma tu mi aspettavi. Stavi aspettando me tra la nebbia; un
sorriso distante, freddo eppure trepido; occhi colmi di gentilezza...
o era piet? Nessun segno di sprezzo, solo piet.  peggio.
Ti avevo conosciuta, ma non ti conoscevo. Davanti a te non
sapevo mai su che piede appoggiarmi. Eppure non sapevo starti
lontano.
Mi accogliesti sul molo, tuo padre era rimasto un po' discosto,
indietro. Lo vidi guardarci, forse un po' imbarazzato e, sebbene
ti prendessi tra le braccia, non ti strinsi forte come avrei voluto.
Avevo incontrato tuo padre molti mesi prima, quando era
venuto a Copenaghen per affari. Era stato molto gentile quando
tu ci avevi presentati, nessuna traccia di arroganza o diffidenza.
Si era interessato ai miei studi - allora mi era parso un
interesse eccessivo, ma poi mi ero ricreduto - e mi aveva parlato
dei suoi viaggi d'affari. Era appena tornato dalla Spagna dove
aveva avviato un commercio di pesce, ed era rimasto molto
impressionato dal Paese e dalla gente. Pi tardi, quando mi feci
carico del suo lavoro e affrontai il mio primo viaggio, mi sorprese
che non avesse fatto pi affari in Spagna, dal momento
che aveva ottimi contatti. Ma questa  un'altra storia...
Allora mi accolse con gentilezza, ma aveva molto meno da
dirmi che a Copenaghen. Aveva il raffreddore e teneva il naso
affondato in un fazzoletto rosso.
Ero sicuro che tu fossi felice di vedermi. Ma la tua mente mi
pareva lontana mille miglia, anche durante quei pochi passi sul
molo, mentre mi abituavo all'idea di avere di nuovo la terra sotto
i piedi. La tua mano inerte nella mia, una nebbia negli occhi
e il sorriso che non era che un mezzo sorriso: te n'eri andata.
Non so dove. Non lo seppi n allora n poi.
Mi sembrava di tenere per mano una donna in una fiaba, finch
tu non mi venisti vicino per sussurrarmi: Sono cos felice
che tu sia a casa.
Camminavo sul molo a testa alta, il sole al mio fianco.
Nessuno mi aveva preannunciato che sarei stato ospite dei tuoi
zii a Reykjavik fino al giorno del matrimonio. Vivevano gi vicino
al lago, in centro, e io ebbi il seminterrato per me. Mio padre
e mia madre dormirono nella camera accanto alla mia
quando scesero dal nord. La casa aveva muri sottili.
Non so chi si sentisse pi a disagio, se i tuoi parenti a vedersi
appioppare noi o noi a essere appioppati a loro. Il primo giorno
probabilmente i nostri ospiti ritennero opportuno di non poterci
escludere da un t con dei loro amici venuti a trovarli, ma
nei giorni successivi ho il dubbio che posticipassero queste loro
festicciole a dopo la nostra partenza, cos da non dover ripetere
l'invito.
A Copenaghen avevo comperato degli abiti nuovi per i miei
genitori, ma n l'abito nero con il colletto bianco di mia madre
n il completo grigio di mio padre riuscirono a non farli sentire
fuori posto tra gli ospiti della tua famiglia nel salotto rosso mogano.
Non potevo non notare il loro imbarazzo: mio padre si
dondolava avanti e indietro, come faceva di solito quando era
nervoso, mentre mia madre teneva gli occhi bassi o li alzava su
di me in cerca di aiuto.
L'arroganza di quella gente. Il loro silenzioso disprezzo. Potrei
dirti che tua zia era convinta di leggermi dentro; e non faceva
nulla per nascondere la sua opinione, che cio non fossi alla tua
altezza. Ma di fronte a me non disse mai nulla; non ne aveva bisogno.
Perch tuo padre ci aveva sistemati da loro invece che da
qualunque altro vostro parente in citt? Mi domando ancora
cosa l'abbia spinto a farlo; deve avere avuto una qualche ragione.
L'abito che avevo preso per mio padre era di una taglia pi
grande. Non mi aspettavo di trovarlo cos rinsecchito. Mentre
buttavo fuori fumo col sigaro che tuo zio mi aveva offerto e
ascoltavo i tentativi goffi di mio padre di fare conversazione
con lui e sua moglie, mi trovai di colpo a ripensare a un pomeriggio
d'inverno, io e la mamma a casa ad aspettare che la barca
di pap comparisse nel fiordo. Ben presto il buio fu come pece
nera, e una tempesta di neve tormentava i vetri della finestra.
Ma nessuno si materializzava su quella lingua di terra; allora lei
mi prese in braccio finch io non sprofondai esausto nel sonno.
Quando una mano callosa mi carezz le guance nel mezzo
della notte, una mano fredda e indurita dal mare, nel dormiveglia
provai un tale sollievo da farmi gemere nel sonno.
Ed eccolo ora, qui seduto di fronte a me in quel salotto rosso
mogano. Tra noi il fumo del sigaro, il lago tranquillo come uno
specchio di l dalla finestra, nessun pericolo intorno. Gli guardavo
le mani che ricordavo bagnate sulla mia guancia, con l'odore
dei remi che avevano serrato stretto, e il sapore di sale sulle
labbra. Pensavo ai rischi che aveva corso. Per una cesta di pesci?
No, per me.
Mi concentravo su questi pensieri per mettere un freno al disprezzo
arrogante che sentivo incombere su di me, pi denso
del fumo del sigaro, ma non funzionava. Mi vergognavo dei
miei genitori e mi odiavo per questo.
Quando mio padre mor, venne sepolto con l'abito che gli avevo
comperato. Era sopravvissuto a mia madre solo sei mesi. Lo
guardai steso nella bara e pensai a quei giorni prima del nostro
matrimonio.
Mor in inverno.
Pochi anni dopo il nostro matrimonio, quando tuo zio fin in
un guaio finanziario e sua moglie venne a chiederti aiuto, tu mi
domandasti se potevamo fare qualcosa per loro, sicch lo convocai
nel mio ufficio il giorno seguente.
Gli feci fare anticamera per pi di mezz'ora. Il tempo passava
piano e io cercavo di assaporarlo. Quando infine lui entr,
finsi di ignorare del tutto la sua situazione, obbligandolo a sciorinarmi
davanti come fosse finito in quello stato, prima che potesse
farmi la richiesta di un prestito. Gli risposi che dovevo
pensarci sopra e gli chiesi di tornare il giorno dopo. Quindi gli
offrii un quarto di quel che mi aveva chiesto, perch in questo
modo sapevo di tenerlo in pugno.
Sarebbe dipeso dal mio aiuto per anni, e sempre lo feci
aspettare prima di ammetterlo nel mio ufficio. La segretaria gli
portava una tazza di caff. Dal canto mio, non riuscivo a lavorare,
sapendolo dall'altra parte della parete. Tentavo di aprire un
libro, ma dopo aver sfogliato qualche pagina lo rimettevo gi,
andavo alla finestra e rimanevo l a fissare il porto, a guardare
gli scaricatori che lavoravano al carico di un cargo, o pi in l,
al mare, a una barca che lasciava il porto, o al monte Esja, bianco
nel freddo mattino autunnale. Rimanevo immobile, concentrato
sull'immagine, fissa nella mente, di mio padre seduto in
quel rumoroso salotto con i tuoi parenti, vecchio e disprezzato,
cos stranamente minuto e magro che dovevo concentrarmi per
ritrovarlo nella mia memoria.
Tentavo di convincermi che lo stavo vendicando. In realt
cercavo solo di stabilire chi l'avesse avuta vinta.
La mia segretaria bussava alla porta. Cominciava a sentirsi a
disagio. Un momento ancora, le dicevo, il tempo di finire
qui...
Non so se ho mai davvero cercato di convincermi. Ma una cosa
 certa. Quando infine aprivo la porta per farlo entrare, quello
che provavo non era mai il piacere che mi ero immaginato.
Kristjan dormiva male. Fuori dalla finestra la notte primaverile
vegliava e lui sentiva i suoi genitori parlottare e girarsi e rigirarsi
nella camera a fianco. Sapeva che suo padre era sveglio. Aveva
visto Elisabet solo due volte da quando era tornato; sebbene
nessuno gli avesse detto a chiare lettere che non si sarebbero
dovuti vedere prima del matrimonio, lui aveva capito che questa
era l'intenzione.
Si alz. La notte pallida infiacchiva i colori della terra pi ancora
di quanto non avesse fatto il buio. Tutto grigio. L'azzurro
del cielo sembrava asciugato e la chiesa bianca sull'altra riva del
lago invisibile nel pallore senza colori. Doveva aguzzare la vista
per individuarla. Ancora due giorni.
Ancora due giorni, e le catene erano gi diventate troppo pesanti.
Le fibre si allentavano in quell'ingannevole libert fatta di
spazi aperti, di sorrisi di gente di cui non si fidava. Alla mattina
leggeva i giornali ai suoi genitori. Loro sedevano di fronte a lui,
in silenzio, e non dicevano nulla nemmeno quando lui si perdeva
via e smetteva di leggere per fissare il vuoto; aspettavano pazienti,
fissavano il vuoto con lui.
Il prossimo sabato, alle due, Elisabet Thorstensen e Kristjan
Benediktsson si uniranno in matrimonio nella cattedrale di
Reykjavik. Elisabet  l'unica figlia di Henrjk Thorstensen di
Eyrarbakki e della sua ultima moglie Margaret Thorstensen. Kristjan
 figlio di Benedikt Arnason, pescatore di Patreksfjrdur, e
di sua moglie Helga Eymundardottir. La sposa  una pianista; lo
sposo  laureato a Copenaghen alla facolt di economia.
Da ragazzo a volte si arrampicava da solo su per la montagna alle
spalle del villaggio. Il vento lo inseguiva, piegava l'erba sotto
i suoi piedi e gli uccelli scivolavano appena sopra la sua testa.
Mentre saliva, sentiva il pendio erboso farsi pi aspro e roccioso,
finch una volta a met strada non raggiunse una macchia di
verde costellata di fiori bianchi e gialli. Si inginocchi, ne
strapp uno dalla radice e lo fiss sul maglione. Poi continu
l'arrampicata fino a uno sperone largo sotto un dirupo e si volse
al villaggio sotto di s, alla linea dell'orizzonte sull'oceano.
Ti far vedere!
Il villaggio diventava piccolo sotto il suo sguardo - il molo
una scheggia nel mare, le case dei ciottoli nel palmo della mano
- il suo regno, finch l'eco della montagna non gli rispose:
Che cosa?
Gli si ruppe la voce nel gridare dal suo pulpito: Posso volare!
Sapeva di poterlo fare. Sapeva di averne la forza e la determinazione.
Si sporse sopra l'abisso, il precipizio; gli uccelli
avrebbero risposto ai suoi comandi e l'avrebbero alzato verso il
cielo, la roccia avrebbe dato eco alla sua voce, il sole lo avrebbe
contemplato dall'alto.
Allora, di colpo, precipit.
Emanava un odore dolce di alcol il padre di Elisabet, quando
venne in visita con sua figlia poco dopo il pranzo, il venerd prima
del matrimonio. Canticchiava avvicinandosi alla casa sul lago
e di colpo diede alla figlia un bacio sonoro sulla guancia,
senza alcuna ragione, poi la fece roteare a cerchio e grid
aprendo il cancello del giardino: Vieni, Tomas, incontro a tuo
cognato!
Lo zio di Elisabet ne fu piuttosto sorpreso e Kristjan lo sent
dire a sua moglie: Tuo fratello qui. Lo sapevi?
Senza aspettare di essere accolto alla porta, suo padre apr e
si introdusse nell'ingresso principale.
Allora, cose ne dite di un caff all'hotel Islanda? Intanto
che non piove.  venuta gi l'ira di Dio questa mattina.
Non volle togliersi il cappotto e si mise a sedere in salotto,
dicendo che se non l'avesse fatto lui, non si sarebbero mai decisi.
Lei e sua moglie dovreste dare un'occhiata alla citt intanto
che ci siete, disse al padre di Kristjan. Non avrebbe senso
aver fatto tutta questa strada dai fiordi occidentali e non vedere
i palazzi pi belli. Forza, andiamo fuori.
Parlava a voce alta. Suo cognato cerc di sottrarsi, chiedendo
se lui e sua moglie non fossero di troppo.
Il caff l'abbiamo appena bevuto, si giustific sua moglie.
Andiamo, disse il padre di Elisabet, non vi capita un invito
tutti i giorni.
Torn fuori sui gradini, si tolse il cappello e diede un'occhiata
al cielo, brandendo in aria il bastone da passeggio.
No, dannazione, disse quasi a se stesso, mi rifiuto di
credere che debba piovere anche domani.
Elisabet era rimasta in giardino e stava cogliendo delle margherite.
Ritorn con un mazzo mentre gli altri si stavano mettendo
il cappotto.
Te li metto in un vaso, Gudrun, disse.
Non vieni con noi? domand sua zia.
No, sto qui con Kristjan.
La zia guard suo fratello.
Avranno voglia di stare un po' insieme, disse lui. Ormai,
il matrimonio  domani... bisogna pensare ancora a tante
cose.
Tomas chiuse con cura il cancello del giardino con il suo numero
sette istoriato nel mezzo di un decorativo ferro battuto,
dorato e cos per bene. Kristjan aveva visto la donna di servizio
pulirlo gi due volte dal suo arrivo.
Elisabet li salut con la mano, quindi chiuse la porta. Kristjan
in piedi nella penombra della porta d'ingresso. Lei con le
margherite in mano. Un raggio di sole si fece strada attraverso
il vetro rotondo della porta d'ingresso e cadde tra di loro; nella
luce danzava una farfalla.
Guarda! gli disse.
Si tolse il cappotto e lo appoggi su una sedia in salotto. Da
qualche parte in casa un orologio batt dei colpi ma lei non se
ne accorse. Il silenzio era avvolgente. Infine gli and incontro e
lo abbracci.
Rimase rigido, immobile di fronte a lei, le mani lungo i fianchi.
Poi, lentamente, si mosse, le margherite erano cadute a terra,
sollev piano le mani appoggiandole sulle spalle di lei. Lo
sentiva tremare.
Vieni qui, gli disse e lo condusse nel soggiorno. Vieni
qui...
Lo conduceva lei; quando varcarono la soglia, lui la prese tra
le braccia e la port sul divano dove sua zia amava sedersi. La
distese delicatamente, quindi si slacci le bretelle.
Vicino al divano c'erano le foto di famiglia; la zia accanto a
un tavolo rotondo, il marito in posa con la pipa in mano, i bambini,
i parenti lontani. Chinandosi su di lei, si trov alla stessa
altezza dello sguardo della zia, occhi negli occhi.
Nella stanza c'era un diffuso aroma di sigaro, la luce grigia
mentre una nuvola schermava il sole. I movimenti convulsi di
lui non parvero sorprenderla.
Lasciati'andare, gli sussurr dolcemente. Oh, s, amore...
Uno spasimo acuto scosse il suo corpo, si stacc da lei per
inginocchiarsi accanto, vicino al divano.
Ecco, gli disse, ecco, ora ti senti meglio, vero?
Quando lei gli accarezz le guance, lui si accorse che una
mano era stretta a pugno. La guard. Gli sorrise.
La farfalla, spieg,  volata verso di me e si  appoggiata
sul mio palmo. Povera piccola cosa... l'ho tenuta cos perch
non si facesse male. Adesso la libero.
Si alz, preoccupandosi di non stringere il pugno per fare
passare aria tra le dita. Si alz anche lui e la segu con lo sguardo
mentre andava nel corridoio.
Quando apr la porta d'ingresso, il sole si liber dalle nuvole
e inond la stanza con vivida luce. La farfalla dalle ali di carta si
abbandon nella luce, trasformata lei stessa in una macchia luminosa,
poi scomparve. Mentre lei si voltava verso la stanza, lui
usc dal salotto. Gli and incontro, dimenticandosi di chiudere
la porta.
Le margherite erano sparse sul pavimento tra di loro in una
macchia di sole. La guard camminare in punta di piedi come
se si muovesse in un bagliore acqueo.
La pioggia cominci all'albeggiare.
Lo svegliarono le prime gocce che svanivano nel turbinio
rosso delle foglie fuori, dapprima poco, poi un diluvio. Il piovasco
spazz la collina, ma le campane sulle torri non si mossero;
dedusse che il vento doveva soffiare da nord. Le foglie volteggiavano
sotto la pioggia scrosciante, rosse e gialle; le gocce si
rincorrevano lungo il vetro della finestra.
Gir la testa affondata nel cuscino e si sfreg gli occhi. Le
foglie sembravano dei pesciolini rossi in un acquario.
L'estate era finita, ma non gliene dispiaceva. Il Capo e la signorina
Davies, partiti all'inizio della primavera, erano infine tornati
il giorno prima. I lavori sulla collina erano fermi da mesi, i
giorni dell'estate si erano succeduti l'uno all'altro nel torpore
del caldo e del secco. Le capanne degli operai vuote, tranne
una dove alloggiavano i responsabili della manutenzione. Kristjan
e il capo giardiniere erano stati incaricati di mandare
avanti il tutto con l'aiuto di solo met del personale, ma nessuno
dei due era stato poi gratificato per questo.
Fu un gioved di giugno che Kristjan licenzi i suoi aiutanti;
il giorno successivo anche il capo giardiniere avrebbe dimezzato
il suo gruppo. Aveva piovuto tutti e due i giorni e, quando
Kristjan aveva aperto la finestra la mattina dopo, non si sentiva
pi tepore nell'aria.
Verso la fine di giugno c'era stata la visita degli incaricati degli
attuali curatori delle propriet del Capo, erano venuti a controllare
l'imballaggio delle opere d'arte e di antiquariato e il loro
trasporto gi all'imbarco. Si aggiravano parlando a voce alta,
tanto perch fosse chiaro che ora erano loro e non il Capo a decidere
che cosa si dovesse vendere e cosa lasciare al castello. Il
Capo telefonava quotidianamente a Kristjan per ricordargli che
quei tali non dovevano mettere le mani su null'altro che su
quello che era stato concordato di mettere all'asta, soprattutto
corazze, pezzi di armatura, spade, aste e scudi che erano ancora
stivati nei magazzini gi al porto e che non erano mai stati collocati
nella villa. Ma la lista includeva anche antichi vasi greci e
molte statue, soffitti di chiese che il Capo aveva comperato dalla
vendita dei possedimenti del conte di Almena nell'inverno
del 1927.
Per due giorni di fila dal campo da tennis arriv l'eco, puc,
puc, delle palline che ritmavano il silenzio. Il primo giorno Kristjan
port limonate fresche e soda a quelli gi al campo, facendo
avanti e indietro tre volte con bicchieri e brocche sul vassoio
d'argento, come era solito fare per il Capo. Ma non gli piaceva
come lo guardavano, quei ragazzi come li defin mentre beveva
il t con il capo giardiniere quel pomeriggio; aveva la sensazione
che prendessero la misura dei bicchieri, delle brocche e
del vassoio, come se facessero i conti di quanto potevano costare
e di quanto se ne potesse ricavare. Gli venne il sospetto che si
chiedessero se lui stesso non fosse per caso un bene superfluo.
Il giorno dopo, quando li sent scendere al campo rimase in
cucina e li lasci assetati. Aveva chiuso a chiave in una credenza
il vassoio d'argento, che era uno dei preferiti del Capo. Gli parve
che fosse pi al sicuro.
Si rilass solo quando li vide allontanarsi per la discesa in
auto, poco prima del tramonto. Una luce dorata avvolgeva gli
edifici in cima alla collina i cui fianchi erano gi in ombra. La
macchina fu inghiottita nel buio. Non fece loro alcun cenno di
saluto, si limit a ordinare a un ragazzo di fatica di aiutarli a
portare il bagaglio.
Il solo punto di contestazione fu l'argenteria. Il servizio da tavola
d'argento, che era sulla lista dei ragazzi ma non in quella
che il Capo aveva mandato a Kristjan. Non era l'argenteria pi
pregiata della casa, ma il Capo dava sempre ordine che venisse
usata quando a cena c'erano meno di dieci ospiti. E quando lui
e la signorina Davies cenavano da soli si metteva in tavola invariabilmente
il servizio francese. Kristjan aveva subito obiettato,
mostrando ai ragazzi la sua lista e facendo loro notare che non
si faceva cenno al servizio francese, ma quando cominciarono a
chiedergli informazioni sul suo contratto di lavoro, da quanto
tempo era impiegato l, quanto veniva pagato, si arrese subito.
Invece di fare una telefonata di avviso al Capo, convoc i camerieri
e le aiutanti di cucina, chiedendo loro di pulire l'argenteria
e di avvolgerla in panni prima che fosse imballata nelle casse.
Sorvegli attentamente il loro lavoro, dicendosi che l'argenteria
avrebbe fruttato una bella cifra se l'avessero presentata bene.
Quando il Capo e la signorina Davies arrivarono, il giorno prima,
la pioggia aveva allentato un poco la sua forza. Kristjan vide
la macchina fermarsi un po' lontano dalla villa e il Capo
scenderne nella chiara luce del pomeriggio. La macchina prosegu,
ma l'anziano signore rimase l un attimo a fissare il mare,
poi si volse e si incammin a grandi passi su per la collina. Non
entr subito in casa, cammin sulle terrazze e nel giardino, esamin
fiori e arbusti e per un lungo momento si ferm davanti
alla fontana di Casa del Sol, prima di sedersi su una panchina
sotto il colonnato a ovest dell'edificio principale. Kristjan dovette
spostarsi da una finestra all'altra per vedere il signore, la
vista gli era preclusa da un melo. Lo guard a lungo nella luce
verde del giardino. Il Capo rimaneva a fissare in lontananza.
Alla sera cenarono con un leggero brodo di verdura, poi
quaglie con fichi e more, formaggio, pere e mele. Kristjan si occup
del servizio ed era soddisfatto del profumo delizioso delle
quaglie e fichi, arrostiti alla perfezione e tenerissimi.
Perch non ha messo in tavola il servizio francese? domand
il Capo mentre Kristjan serviva la zuppa.
Gli parve di perdere l'equilibrio. Non rispose subito, ma sistem
le scodelle in tavola davanti ai commensali, sfil dagli
anelli i tovaglioli e li appoggi loro in grembo.
Questo va benissimo lo stesso, caro, disse la signorina
Davies. Dio, ho cos fame.
Infine Kristjan farfugli che l'argenteria francese era stata
messa all'asta. Ma evit di spiegare come lui non avesse voluto
discuterne con i ragazzi per paura di essere a sua volta coinvolto
nella spoliazione generale.
Non entrer nell'asta Gimbel? domand il Capo. Non
credo. Me lo ricomprerei subito io stesso.
Che meraviglia questa zuppa, comment la signorina Davies.
Non voglio che questi figli di puttana mi pestino i piedi. La
mia argenteria. Lei sa che non era nella lista.
Era nella loro lista.
Lo sappiamo tutti e due, Christian, che non era nella lista
che le ho mandato e raccomandato di seguire in ogni dettaglio.
Non era su quella lista.
Caro, intervenne la signorina Davies, non roviniamoci
l'umore per quei vecchi coltelli e forchette.
Il Capo spinse lontano la sua scodella.
Non ho pi appetito. Veda di recuperare quell'argenteria,
Christian. Ogni singolo pezzo. Farebbe bene a recuperarla prima
dell'asta.
La pioggia scrosciava sui vetri della finestra. Quando il vento
soffiava, i pesciolini rossi guizzavano avanti e indietro sul vetro.
Tra una folata e l'altra si fermavano. Chiuse di nuovo gli occhi e
li vide ruotare verso di lui tra onde invisibili.
Come poteva fare per recuperare l'argenteria?
Era un luminoso sabato di dicembre. Aveva preso a nevicare alla
mattina e continu per buona parte della giornata, ma ora
era tutto sereno e le stelle avevano cominciato ad accendersi.
Mentre tornavo verso casa, vidi la luna alzarsi dietro il monte
Esja, bianco e puro come l'avessero lavato di fresco.
Erano passati cinque anni da quando ce n'eravamo andati
da Eyrarbakki per insediarci nella casa nuova di Reykjavik, cinque
anni e mezzo per essere precisi, e mi fermai un attimo a
contemplarla prima di entrare. La data scolpita sulla porta
d'ingresso era 1911 e io mi ridissi che ero stato io a costruirla,
io con i miei soldi. Non con i tuoi, o con quelli di tuo padre, ma
questa  un'altra storia.
Staccai un ghiacciolo dall'inferriata mentre aprivo la porta
d'ingresso. C'era il camino acceso nel soggiorno, dalla strada
avevo sentito il profumo di legna bruciata. Di sopra uno dei gemelli
stava piangendo; feci in tempo, entrando, a vedere le
gambe di Katrin che stava salendo da loro. In cucina c'era dell'agnello
affumicato e io mi resi conto che avevo fame, mentre
mi toglievo il cappello e lo appendevo al gancio dell'armadio.
Tolsi la neve dalle scarpe, le scarpe nuove che avevo comperato
a New York durante il mio ultimo viaggio. Ero stato via quattro
mesi quella volta.
Avevo cominciato i miei viaggi negli Stati Uniti dopo lo
scoppio della guerra, quando le comunicazioni con l'Europa
erano diventate sempre pi difficili di mese in mese. C'erano un
sacco di problemi nell'acquisto di merci e nessuna sicurezza di
pagamento quando si trattava di esportare. Le cose funzionavano
bene con New York, meglio che con l'Europa. I newyorchesi
ci giudicavano per le nostre qualit, non per il lignaggio.
Il gemello smise di piangere. Sentivo ancora Katrin cantilenargli
una ninna nanna. Non sentivo te, invece, ma avvertivo la
tua presenza. Il fuoco crepitava e io mi avviai verso la luce della
stanza di soggiorno. Era dorata e calda, e mi fermai a sentire
Katrin che cantava per il bambino di sopra. Rimasi fermo a lungo.
Indossavo un abito scuro perch ero appena tornato dal lavoro.
Di recente avevo spostato l'ufficio che ora era vicino al
porto, mi ci volevano solo pochi minuti per tornare a casa; cos
mi capitava di girovagare sulla via del ritorno, verso il molo e il
cantiere navale, respiravo l'odore di alghe e delle navi che tornavano
dall'oceano.
Di colpo il vestito mi parve pesante e stavo salendo a cambiarmi,
quando ti sentii chiamare il mio nome dal soggiorno.
Andai verso la luce, togliendomi qualche peluzzo dai pantaloni.
Eri in piedi alla finestra in soggiorno e guardavi sul retro del
giardino. Venni verso di te, ti appoggiai le mani sulle spalle e ti
baciai la guancia. Mi indicasti con la testa la finestra e vidi che
stavi osservando Einar e Maria che slittavano sulla discesa dietro
casa. Non era un gran pendio, ma le gambe corte significavano
una gran fatica, quando dovevano arrampicarsi tirandosi
dietro la slitta.
Ti piaceva vedere quanto Einar fosse pieno di sollecitudine
verso la sorella. Aveva appena compiuto otto anni, mentre lei
ne aveva cinque. Con una mano la spingeva su per la salita,
mentre con l'altra trascinava la slitta, la teneva ferma mentre lei
ci saliva, poi le dava una spinta delicata per non spaventarla.
Infine correva lungo il pendio dietro di lei e la riaccompagnava
su alla stessa maniera.
Eravamo immobili alla finestra, il tepore dorato della luce alle
nostre spalle, sopra il giardino la luna bianca. Mano nella mano.
Di colpo parvero accorgersi di essere osservati. Si fermarono
lungo il pendio e guardarono verso la casa, agitando la mano
per salutarci. Poi tornarono a casa di corsa.
Tutto era perfetto. La vita era colma di attenzioni, gentile, i
giorni pieni di attivit, le notti quiete spese nel sonno profondo.
Ero tranquillo pensando a queste cose e ai bambini che vedevo
oltre la finestra, e ti sorridevo, pensavo al caldo del soggiorno
e al buon profumo della casa, pensavo a te.
Eppure... la mia anima soffriva di inquietudine; qualcosa mi
richiamava altrove. I miei pensieri erano randagi e, sebbene tu
non me lo potessi leggere in faccia, e io non mi comportassi diversamente
dal solito - una carezza sulla testa a Einar che rientrava
e un bacio sulla guancia a Maria -, tuttavia me ne stavo
andando. Forse non il giorno dopo, non il giorno dopo ancora,
ma lo stesso me ne stavo andando. Ogni giorno che passava mi
allontanavo di un poco, ogni notte, anche mentre dormivo. Nel
momento pi intimo dei nostri abbracci, ero altrove. Cercai comunque
di tenermi aggrappato a voi e persuadere me stesso,
ma qualcosa dentro di me, quando ero solo in ufficio a fine
giornata, qualsiasi cosa stessi facendo, mi gridava che me ne
stavo andando. Non avresti potuto accorgertene, ma sentivo di
perdere il controllo di me stesso. E avevo paura, Elisabet, avevo
paura di quello che avrei fatto.
Maria mi si gett tra le braccia, la feci volteggiare per la stanza,
la sua ombra danzava sul muro.
Accendiamo le candele dell'Avvento, anche se non  ancora
domenica, ti sentii dire. La tua voce sembrava venire da
un'infinita lontananza.
Ricominci a nevicare e, quando guardai fuori dalla finestra,
notai che le mie orme sul vialetto di casa si stavano cancellando,
una a una.
Ho avuto spesso in mente di spiegarti perch io abbia venduto
quasi tutte le propriet di tuo padre poco pi di un anno dopo
la sua morte, ma ogni volta ci ripensavo. Quando ci torno sopra,
credo di trovare due motivi al mio silenzio; il primo  che
ero affezionato a tuo padre e non mi andava di dirti in che condizioni
fossero i suoi affari quando me ne feci carico; e poi pensavo
che fosse naturale che tu me ne chiedessi conto, se avessi
voluto sapere. Invece non mi domandasti mai niente, nemmeno
quando ti dissi che la tua casa natale sarebbe stata venduta
con il magazzino di Eyrarbakki. Certo, mettesti gi il tuo ricamo
e per un momento sospendesti il lavoro, lo sguardo perso
oltre la finestra, verso un gruppo argenteo di nuvole nel blu
profondo del cielo, poi per riprendesti in mano il lavoro come
se nulla fosse successo, e portasti la conversazione su altri argomenti.
Ero preoccupato di quello che i tuoi parenti avrebbero mormorato
alle mie spalle per questa operazione. Ho un ricordo vivido
di come distogliessero lo sguardo, quando li trovai riuniti
nel nostro soggiorno per la festa di compleanno di Maria. Mi
fermai di colpo sulla soglia, senza dire una parola, guardandoli
diritto negli occhi. Naturalmente non osarono dirmi nulla, ma
immagino che qualcuno di loro ne avr parlato con te. Non ne
avrebbero ricavato un gran conforto; ancora non sapevano che
tu mi avevi ceduto la propriet il giorno dopo il funerale del
vecchio.
Andammo a fare una passeggiata sulla spiaggia a Eyrarbakki il
giorno del funerale e ancora la mattina seguente. Per tutte quelle
giornate di giugno il tempo fu calmo, il sole brillava sulla cresta
delle onde. Mi ricordo una beccaccia che saltellava attorno
a noi quel primo giorno, solenne e maliziosa, e io te la indicai
perch ci seguiva nei nostri spostamenti e ci aspettava quando
tornavamo indietro. Quando uscimmo dalla chiesa e portammo
la bara alla tomba, la beccaccia era appollaiata vicino alla
terra appena smossa. Era lo stesso uccello, senza dubbio, solenne
e un po' impudente, che sfrecci via quando, passando davanti
alla tomba di tua madre, proseguimmo con la bara.
Mi parlasti di quell'uccello mentre ci stavamo preparando la
sera per andare a dormire.
Non ti ha ricordato mio padre? mi hai chiesto e credo di
aver annuito.
Ricordo chiaramente il senso di sollievo quando vidi l'uccello
che ci aspettava vicino alla tomba. Non credo di essermi aspettato
che si trovasse l, ma non mi sorprese il trovarcelo. Mi ero
improvvisamente sentito male in chiesa; sono certo che ti ricordi
che ho chiesto il fazzoletto per asciugarmi la fronte, il mio
era tutto bagnato. Il freddo mi era venuto addosso senza preavviso,
la paura della morte. Ne sentivo la presenza, mi sembrava
che circondasse la bara a pochi passi da me e non c'erano barriere
di mezzo. Dapprima ne ero arrabbiato, poi, quando compresi
di non poter dominare la mia paura, cominciai a tremare.
Le note dell'organo scorrevano verso di me, il canto mi avvolgeva
le tempie e volava sulla bara e sulla gente riunita, sulla croce
e sull'acqua del fonte che catturava la luce della finestra.
Ero stremato quando mi accinsi con gli altri portatori a sollevare
il feretro, e solo quando scendemmo per la navata e dalla
porta aperta scorsi l'azzurro del cielo cominciai a calmarmi.
La beccaccia  un uccello di mare e di riva, non di cielo. Questo
rende il suo canto diverso da quello degli altri uccelli: quando
lei canta senti odore di alghe. E partecipe del cielo, cos come
lo  il mare. La beccaccia  un segno di mare, e porta i messaggi
al cielo. Poi torna indietro, sempre. Almeno cos mi diceva tuo
padre. Ed eccola l, vicino alla tomba, ad aspettarci.
Parlottavano tra loro, lo sguardo sfuggente, coalizzati, congiurati
contro di me. Tuo zio aveva consultato un avvocato. Figurati!
Dopo quello che avevo fatto per lui. Ma naturalmente non
poterono nulla contro di me.
Voglio che tu sappia che sono stato io a mettere le fondamenta
del nostro benessere, perch tuo padre, quando mor,
era sull'orlo della bancarotta. Doveva denaro a banche e privati
all'estero, ma in patria si era sempre preoccupato di pagare tutti
i suoi debiti. Non frod nessuno e, quando presi le consegne
dei suoi affari, non mi nascose niente, anzi, mise piuttosto in
evidenza i problemi che c'erano. Non entr nei dettagli, ma,
dandomi un colpetto sulle spalle, mi disse: La vita, ragazzo
mio, non  sempre una passeggiata.
Eppure i tuoi parenti pensavano che mi fosse stata servita la
ricchezza di famiglia su un piatto d'argento e mi odiavano per
questo. Ti ricordi come sprezzavano la mia voglia di uscire a
volte in barca da solo? Lo consideravano un segno della mia inferiorit
rispetto a voi. Si sbagliavano. Io ero inferiore a te.
So che tu ti accorgevi di quanto io fossi felice quando era il
momento di uscire in barca. Ricordo che a tuo modo mi incoraggiavi.
 da un pezzo che non esci a pesca, mi dicevi,
magari  il momento... vero?
I tuoi parenti potevano andare in malora. Non mi importa di
loro. Ma mi rattrista che tu possa pensare che io ti abbia sposata
per denaro.
Adocchi negli squarci di luce tra gli alberi la statua di un angelo.
Le ali parevano avvilite dalla pioggia dilavante della sera.
Sentirono il primo ronzare del motore subito dopo le quattro.
Kristjan smise di preparare la tavola e corse alla finestra,
spinse indietro le tende e guard fuori. Il cielo pareva davvero
impietoso, a distanza si vedevano i lampi squarciare la baia.
Scrut nel buio, ma non riusc a vedere altro che pioggia e foglie
che il vento raggruppava e poi faceva vorticare sulla terrazza.
Un grappolo di foglie di quercia si incoll al vetro della finestra,
poi turbin via sulla spianata. Guard alle sue spalle il fuoco
che aveva appena acceso nel camino; crepitava con un suono
familiare e mandava un caldo confortante.
Non possono aver deciso di decollare con questo tempo, si
disse, mentre un tuono squassava la casa.
Gli ospiti erano attesi per le tre; James Lawrence, il campione
di slittino, e i suoi amici lord Plunker e lady Bearsted. Avevano
in mente di arrivare in aereo da Los Angeles, ma Kristjan era
sicuro che avessero cambiato idea e deciso di salire in macchina.
Il tempo era stato buono per quasi tutto il giorno, poi una
leggera brezza aveva portato le nuvole, sicch non si aspettava
quel nero improvviso quando aveva guardato fuori dalla finestra
della dispensa, che si era spalancata di colpo con fragore.
Si affrett a chiuderla che la pioggia stava cominciando. Sporse
un attimo la testa e sent le gocce tiepide sulla fronte.
Controll la tavola ancora una volta per essere sicuro che
tutto fosse in ordine. Da tanto tempo non avevano ospiti, da
mesi la sala di ricevimento non aveva accolto che silenzio e il
ricordo di giorni pi felici. Appena una settimana prima una aiutante
di cucina si era presentata a Kristjan, chiedendo se il Capo
aveva deciso di chiudere con le feste. Di solito le avrebbe
mostrato che di lavoro ce n'era d'avanzo per tutti, pi di quanto
si credesse, e che non c'era ragione di preoccuparsi, ma questa
volta le batt una mano sulla spalla e le disse: Sono cambiate
tante cose. Dovremo arrangiarci tutti.
Sicch fu una buona notizia quando il Capo gli annunci
l'arrivo di ospiti. Gliene accenn come se molto dipendesse da
quella visita e, insieme a Kristjan, si occup del menu molto pi
attentamente del solito: zuppa di tartaruga e anitra, frutta, gelato
e formaggio. L'anitra doveva essere disossata e servita al sangue.
La zuppa di tartaruga doveva essere riscaldata al momento,
non fredda e nemmeno troppo calda. Volle vedere la frutta
prima che fosse affettata e servita con panna montata; doveva
essere morbida e matura e sugger quindi fragole, prugne, pesche
e albicocche. Scelse personalmente i formaggi e scrisse la
lista su un foglio che porse a Kristjan: roquefort, gorgonzola,
camembert e due tipi di stylton, uno dal Derbyshire e l'altro dal
Leicestershire. Vino di Borgogna bianco per la zuppa; Bordeaux
rosso con l'anitra; Porto con il formaggio. Il sole splendeva
mentre gli passava il foglio e, prima che Kristjan se ne andasse,
il Capo aggiunse: Faccia in modo che i cervi si spingano
su fino alla casa, quando saremo seduti a tavola. Fanno un
bel vedere dalla finestra con la luce del tramonto.
And nella sala da ricevimento ad accendere le candele. Invece
che ritrarsi dalla loro tenue luce, il buio sembrava stringerla
d'assedio. A distanza le nuvole riflettevano un bagliore. Apr la
porta d'ingresso e la pioggia gli invest il volto, ma lui, invece di
chiudere, fiss gli occhi gi verso la discesa, augurandosi di vedere
dei fari nella pianura. Gi tirava lo stesso vento selvaggio
che su alla casa, e le onde frangevano contro le rocce. Gi gli
animali ululavano e il suono lo disturbava, come sempre; si volse
e torn dentro.
Appunto mentre stava chiudendo la porta, dalle nuvole emerse
l'aereo e vol sopra le torri. I vetri delle finestre crepitarono e
il sibilo del vento parve zittito per un attimo, mentre l'aereo volteggiava
sopra la casa. Poi fu di nuovo inghiottito dal buio.
Corse a dare l'allerta, ma il Capo, che era rimasto nello studio
tutto il giorno, stava gi scendendo.
Sta cercando di atterrare, disse. Corra gi e si porti
qualche uomo.
Atterrare? domand Kristjan.
Non sarebbero mai dovuti partire, ma ora rischiano di rimanere
senza carburante e non sono in grado di tornare indietro.
Scesero dalla collina con due mezzi, Kristjan e un operaio
davanti, un carro che li seguiva. I pompieri arrivarono pi tardi.
Sobbalzavano sulla carreggiata e furono costretti a fermarsi
pi di una volta, perch il carro slittava nei solchi. Dal fianco
della collina erano scesi massi e fango e, appena c'era una pendenza,
franavano sulla strada gi mezzo allagata. Loro avevano
impermeabili neri e stivali. In macchina era umido, il parabrezza
annebbiato. Dominava un forte odore di lana bagnata.
Non scorsero traccia dell'aereo se non a met collina. Aveva
ripreso il largo ma ora tentava di nuovo di avvicinarsi alla costa,
una macchia nel buio. Si accostava con le movenze di un goffo
giovane uccello in balia della burrasca.
Di colpo disparve e loro rimasero silenziosi. Kristjan usc
dall'auto, si scherm gli occhi, si tolse il cappello, ma non vide
altro che buio e pioggia.
Nient'altro, finch non sent l'aereo schiantarsi al suolo e vide
le fiamme alzarsi nel buio.
Quando raggiunsero il luogo del disastro, i corpi erano ancora
caldi. Non erano bruciati, ma il rosso delle fiamme giocava strani
effetti sulle loro facce. Gli uomini erano malconci, le membra
disarticolate, ma la ragazza non aveva quasi ferite. Giaceva
sulla schiena, da un graffio sulla fronte usciva un rivoletto di
sangue. Kristjan si tolse di tasca il fazzoletto e la ripul. Aveva
gli occhi chiusi. Sembrava addormentata.
Sul pianale del carro stesero una cerata e ci appoggiarono i
corpi, due a due, fianco a fianco. Poi salirono in macchina, ma
proprio quando stavano mettendosi in moto, Kristjan not una
coperta sul sedile posteriore e fece fermare. La prese e ci avvolse
il corpo della ragazza. Mentre risalivano la collina il vento
cess e le fiamme del disastro si spensero.
Il Capo li aspettava sulla strada. Sembrava un fantasma.
Non si era curato di mettersi un impermeabile e la pioggia scorreva
sulla sua larga faccia pallida. Aspett che scaricassero i
corpi dal carro e distolse lo sguardo dopo averli identificati, poi
si affrett in casa, i movimenti scomposti, non voleva farsi vedere
con le lacrime. La signorina Davies non comparve.
La cella frigorifera era in cantina, proprio sotto la cucina.
Sul fondo erano appese le carcasse di agnelli e buoi, mentre bufali
e renne stavano pi vicino alla porta. Faceva freddo e Kristjan
accese la luce del soffitto prima che stendessero la cerata
con i corpi sul pavimento. Si chin su di lei, le diede un'ultima
occhiata. Rialzandosi gli parve di avvertire un alito sulla fronte.
Klara, si disse. Sei tu?
Spense la luce. Quando gli altri erano gi saliti chiuse la porta
con un lucchetto.
Il medico era per strada. Non sarebbe arrivato che la mattina
dopo.
Erano gi le nove. Il Capo e la signorina Davies non erano ancora
usciti dalle loro camere. Il cibo era diventato freddo in cucina
e i buoni odori si erano persi. La zuppa di tartaruga e l'anitra
disossata, ben al sangue in centro. Formaggio sui vassoi, la
frutta nelle coppe. La panna era ancora da montare.
Il temporale era passato. Soffi sui tizzoni del camino scaldandosi
prima di sparecchiare la tavola e riporre piatti e bicchieri.
La casa era tranquilla e il vento taceva. Si avvicin con
passo lento alla finestra, scost la tenda e guard fuori.
Nella pallida luce delle lampade sulla terrazza, le ali di un
angelo parevano avvilite dalla pesante pioggia serale.
Kristjan, vieni. Presto! Vieni qui...
Balzai in piedi. Il cuore martellante, le lenzuola erano bagnate
di sudore e la testa febbricitante. Mi aggredivano senza
preavviso nel cuore della notte e del silenzio di dopo il temporale;
frammenti di pensiero, figure fugaci, una voce che mi chiamava
non appena chiudevo gli occhi, ombre che si agitavano.
Kristjan, vieni...
Dove? mi sentivo rispondere. Dove...?
Mi alzai e mi affacciai al balcone. Il vento era cessato e aveva
smesso di piovere. Era buio. Non avrei saputo dire in quale
punto l'aereo fosse caduto.
Un attimo prima avevo pensato di essere nel mio ufficio gi al
porto a Reykjavik. Stavo riponendo certi documenti nella mia
cartella e avevo abbandonato il sigaro che si consumava nel
portacenere sul tavolo d'angolo. Il portacenere era verde, di
ambra, a forma di serpente che si morde la coda. L'avevo comperato
a New York durante il mio primo viaggio. Chiss dov'
adesso? mi domandai seduto sul letto. Poi mi torn in mente.
Nel sogno aveva cominciato a piovere e, guardando fuori
dalla finestra, ti vidi attraversare di corsa la strada. Avevi palesemente
fretta. Questo non mi sorprendeva, tu sembravi sempre
di premura quando uscivi di casa. Misi nella borsa il passaporto,
l'indomani sarei ripartito per New York, era la seconda
volta quell'anno, 1917.
Ti affacciasti alla porta. L'acqua gocciolava gi dal bordo del
tuo cappello ma non ci badavi.
Starai via cos tanto anche questa volta, caro?
Alle tue spalle la luce era tagliente e la tua ombra si allungava
sul pavimento fino a raggiungermi, e si fermava ai miei piedi.
Sentivo ancora il tuo profumo e mentre cercavo di strapparmi
dal sonno e sedermi sul letto, avvertii sulle mie dita il bagnato
che avevo asciugato dalle tue guance.
Avevi cominciato a sospettare qualcosa?
Tornai a letto e cercai invano di riaddormentarmi. Sentivo la
sua presenza.
Quando facevo scorrere le dita sul suo collo, mi fermavo
nell'incavo alla base della gola. Era profondo, spesso segnato
da un'ombra azzurrina. Ci facevo sgocciolare dentro l'acqua.
La centellinavo.
Klara, dicevo, l'acqua trema al battito del tuo cuore.
Sentii ancora chiamare il mio nome. Nella mia testa qualcuno
chiamava il mio nome.
Kristjan, vieni...
Non riuscivo a stare sdraiato un attimo di pi e mi alzai. Il
pavimento era freddo e mi avvolsi in una coperta mettendomi
un paio di scarpe. La chiave del lucchetto era appesa a un gancio
gi nella dispensa; la lampada in cucina era molto luminosa,
cos non dovetti accendere la luce nella dispensa. La casa era
immersa nel silenzio.
Dopo che avevo leccato l'acqua, osservavo le ultime gocce evaporare
al calore della sua pelle.
Ci fu un leggero clic quando la chiave gir nel lucchetto. Aperta
la porta, mi sentii gelare il sudore sulla fronte. Lo asciugai con
la coperta prima di accendere la luce. La lampadina diffuse un
alone pallido sui lenzuoli che avevamo steso sui corpi.
Lei era verso il fondo, cos dovetti camminare sugli altri per
arrivare a lei. Inciampavo nella coperta sicch la lasciai cadere a
terra. Vidi la sagoma del suo volto sotto il lenzuolo. La bocca
pareva aperta. Inginocchiato al suo fianco, le scopersi delicatamente
la faccia.
Si somigliavano tanto. Quando avevo detto addio a Klara,
sul suo volto c'era la stessa serenit. Mi ricordavo di essermene
meravigliato. La maschera di sofferenza era sparita in un attimo,
la pelle distesa e la bocca chiusa come dopo un lungo bacio.
Le lisciai un ricciolo sulla fronte. La ferita che avevo ripulito
con il fazzoletto non sanguinava pi e dovetti chinarmi per vederne
il segno. Aveva il collo lungo, le vene erano gi impallidite.
Le labbra appena socchiuse. Le lisciai ancora una volta il
ricciolo sulla fronte, poi la coprii di nuovo con il lenzuolo.
Prima di andarmene, le baciai la fronte gelida.
New York, d'estate.
Si affrett a entrare nel palazzo, fermandosi nel vestibolo a
ricomporsi al fresco dell'ombra. Fuori il sole splendeva bianco
sugli alberi che fiancheggiavano la strada, con lui era entrato lo
scalpiccio degli zoccoli e il crepitare dei carri. La porta si chiuse
con un colpo improvviso, poi silenzio. Si tolse il cappello, sfil
dalla tasca della giacca il foglietto su cui aveva annotato a che
piano fosse l'appartamento. Sent venire da fuori l'eco di una
risata e si volse a guardare attraverso il vetro una ragazzina che
passava di fretta sulla via con una cappelliera in mano. Un nastro
giallo che strascinava dietro di lei si era impigliato nel ferro
battuto di una fioriera a lato della strada. Mentre lei si chinava a
sbrogliarlo, lui not che il collo le si era fatto rosa dallo sforzo.
Andrew B. Jones jr, 310 Park Avenue, appartamento 10B.
Aveva avvertito il profumo di una donna nel vestibolo e ora rimaneva
l, fermo, a respirarlo. Si figur che fosse passata appena
prima di lui, che, come lui, si fosse fermata per abituare gli
occhi alla penombra, si fosse aggiustata un ricciolo che cadeva
sulla guancia e quindi si fosse data una rapida occhiata nello
specchio dell'ascensore prima di entrare. Non aveva bisogno,
lei, di annotarsi il numero dell'appartamento.
Si sentiva carico di aspettative, ma continuava a rimanere nel
vestibolo, voleva godersi quella sensazione finch durava. Aveva
il volto acceso dal viaggio e sprizzava vitalit; serr il pugno
fino a far impallidire le nocche e gonfiare le vene.
Era libero. Fuori aleggiava un profumo di speranza e cieli
azzurri, il sole splendeva su un collo rosato e la gente gli sorrideva
e gli diceva: Ben tornato al Waldorf Astoria, signor Benediktsson.
La solita camera. Faccio portare subito il bagaglio.
Il profumo di un nuovo mondo, mentre il vecchio andava a
fuoco. La grande guerra durava gi da tre anni e non c'erano
segnali di conclusione. I commerci con l'Europa avevano preso
una brutta china, sia per l'importazione che per l'esportazione.
Il governo islandese aveva firmato un trattato con gli Inglesi in
base al quale le navi islandesi avevano diritto di navigazione
verso l'Europa solo transitando da porti britannici. Poteva ancora
esportare pesce salato in Spagna, ma il traffico era ancora
pi precario di prima e la sicurezza di pagamento a ogni carico
sempre pi aleatoria.
Qui invece non c'era guerra, niente trincee, niente morti, e
le navi viaggiavano libere dall'Islanda a New York. Di tanto in
tanto qualche pazzo accennava all'idea che gli Americani dovessero
entrare in guerra, ma naturalmente questa specie di follia
non trovava credito. In marzo la primavera era gi nell'aria.
Sugli alberi, un mese prima del solito, comparivano le gemme.
La gente camminava leggera, il volto pieno di ottimismo. Le
giornate si allungavano, le sere erano allegre, le notti brevi si
consumavano in sonni senza sogni. Alla mattina presto, con il
profumo di bacon che si diffondeva dalle finestre e si mischiava
all'odore del mare, passavano a pulire le strade. Gli uccelli cantavano
sul far dell'alba con le prime scintille di luce sulle loro
ali spensierate.
Non c'era nulla qui che bruciasse, tranne il proprio giogo.
Starai via cos tanto anche questa volta, caro? Elisabet glielo
aveva chiesto al momento della partenza. Non riusciva a ricordare
cosa le avesse risposto.
Aveva fatto un bagno caldo prima di vestirsi per il party, aveva
anche ordinato un whisky dal bar e lo aveva sorbito lentamente
immerso nella vasca, godendosi il piacere di sentirlo scivolare
gi, infuocato, per la bocca e la gola. Aveva lasciato la finestra
aperta, sicch gli arrivava il suono attutito della citt. Lontano
qualcuno faceva musica. By the ligth of the silvery moon, stavano
cantando; riconobbe il motivo e si mise a fischiettarlo in sordina,
per non coprire le note deboli che entravano dalla finestra.
Un profondo, inatteso senso di benessere lo aveva raggiunto,
e non se ne chiese la ragione. Si asciug alla brezza tiepida
della finestra e, lento e pigro, mise la camicia bianca, un abito
blu scuro, diede una ripulita alle scarpe, un colpo di pettine nei
capelli forti e chiari.
La luna d'argento brilla tra gli alberi... Il party sarebbe
cominciato alle sei.
La prima volta che la vide, indossava un abito bianco. La
mia amica, Klara, gli disse il suo agente Andrew B. Jones e la
baci sulla guancia. Svedese. Balla come un angelo. Klara,
questo  Christian Benediktsson, islandese. Lo chiamiamo il
Barone d'Islanda.
Lo seppe subito. Solo guardandola negli occhi. Seppe subito
cosa sarebbe accaduto. Era pieno di paura e di attesa, le tese la
mano, la trattenne appena un attimo con un tocco brevissimo.
Lo sapeva perfettamente, ce l'aveva scolpito nella mente.
Fecero l'amore la prima volta il giorno prima della sua partenza
per l'Islanda. Faceva caldo nella camera d'albergo e dopo
rimasero distesi in silenzio, uno a fianco dell'altra, a guardare la
brezza che muoveva appena la tenda.
E ora era di nuovo a New York. La Gullfoss aveva fatto la sua
dignitosa risalita dell'East River poco prima dell'alba del giorno
precedente. La citt, avvolta in una nebbia bianca, si svelava
piano alla nave che la accostava. Qua e l i grattacieli foravano
il velo nebbioso.
E da qualche parte lei stava dormendo sotto una coperta
bianca. Forse a fianco di Jones, il suo compagno, un ragazzo allegro,
pragmatico e desideroso di piacere. Forse sentiva che lui
stava arrivando, lo avvertiva alla soglia della sua coscienza, e
fiutava la nebbia oltre la finestra, le dita di una mano si serravano,
poi uno a uno si rilassavano, la mano si allargava sulla coperta
mentre le labbra si schiudevano.
La nave si faceva largo nella nebbia. Era arrivato.
Benvenuto, signor Benediktsson. C' un signore che l'aspetta
al caff.
Andrew B. Jones era mattiniero. Si alz in piedi abbandonando
il giornale che stava leggendo e salut calorosamente
Kristjan. A colazione relazion sull'andamento degli affari:
aveva procurato tutto il grano che Kristjan gli aveva chiesto e
anche un piccolo carico di frutta, quasi tutto lo zucchero, mentre
il ferro sarebbe stato pronto pi in l. Per la legna e la carta
bisognava aver pazienza fino alla prossima consegna. C'era una
quantit di tessuti, ma valeva la pena di aspettare l'evolversi
della situazione prima di caricare.
Il Waldorf Astoria, Madison Avenue e la Trentaquattresima
strada. Mentre fuori la citt cominciava a svegliarsi, alle tavole
della prima colazione gli affari erano gi stati conclusi. Non c'era
tempo da perdere: dietro l'angolo ti aspetta un'altra occasione,
la promessa di un rapido guadagno. In una gabbia, nell'atrio,
c'era un uccellino che cantava. Lo chiamavano l'uccello
moneta.
Un cameriere in guanti bianchi appoggi sul tavolo un cucchiaio
d'argento, si inchin e si ritir in silenzio.
Jones si alz. Gli affari erano conclusi. Una lunga stretta di
mano.
Non ho bisogno di chiederle di non intraprendere relazioni
di affari con altri islandesi, disse Kristjan.
Faccio affari solo con il barone.
E io solo con lei.
Ha la mia fiducia incondizionata.
Idem.
Sorrisero.
Domani alle sei do una festa. A casa. Mi piacerebbe che lei
ci fosse.
Con vero piacere. Alle sei.
Solo pochi amici.
Grazie.
Silenzio.
Klara e io ci siamo appena fidanzati.
310 Park Avenue. Appartamento 10b. Si diede una rapida occhiata
allo specchio e aggiust la cravatta. Sull'ascensore il profumo
di donna era pi forte ancora che gi nel vestibolo. Aveva
portato due regali, una spilla da cravatta per il suo agente e una
collana per lei, uno zaffiro bianco con una catenina sottile.
La porta dell'ascensore si apr. Il corridoio era investito dai
rumori. Riconobbe la voce di lei e affrett il passo.
Le allacci la catenina al collo e lo zaffiro splendeva sull'opulenza
del suo seno.
Jones parlava con il fervore ingenuo di un uomo innamorato.
La prima volta che l'ho vista, sono rimasto l, in piedi, senza
capire pi niente. Era entrata in palcoscenico da sinistra tenendo
in mano un cesto che aveva appoggiato su un tavolino,
poi aveva cominciato a ballare. Il palco era coperto di petali azzurri
e lei camminava sulle punte tra di essi senza nemmeno
sfiorarli. Rimanevano immobili, ed era come se i suoi piedi non
toccassero terra. Ho pensato che sarebbe passata a volo su di
me.
Rise.
Non era la Carnegie Hall, amico mio, ma io sarei rimasto l
in piedi ancora un pezzo e un pezzo, se una donna dietro di me
non mi avesse toccato per dirmi di sedermi. Quando lei guard
verso il pubblico, sentii che era me che stava guardando.
Jones rimase un attimo in silenzio, poi aggiunse: Christian,
non credevo che un uomo potesse provare una cosa simile.
Sembrava incapace di parlare d'altro che di lei. Erano in un
angolo dello studio, la pi parte degli altri ospiti era in soggiorno.
Era sera. Nel primo cenno della primavera le luci elettriche
di strada sembravano inutili. In casa, rumore e risate. Era su di
giri, ma non ubriaco.
Kristjan lo ascoltava. Non aveva scampo.
Non c' felicit pari allo svegliarsi al suo fianco la mattina.
Pioggia o bel tempo, non mi importa. Ho persino cominciato a
stare male quando sono via per affari. Figurati, mi sveglio nel
cuore della notte in qualche camera d'albergo e non riesco a
riaddormentarmi, mi manca qualcosa, mi giro e mi rigiro fino
all'alba e mi alzo non appena vedo la prima luce attraverso le
tende. Qualche volta lei parla nel sonno, ma io non capisco una
parola.  tanto difficile imparare lo svedese?
Kristjan non lo sopportava pi. Guard l'orologio.
Mi spiace di essere cos insistente, ma  pi forte di me.
Kristjan sorrise e gli batt una mano sulla spalla. Passarono
nelle altre stanze. Lei si fece loro incontro, alta e scura, con i
polsi sottili e il collo lungo, i seni tiepidi e soffici. Il suo innamorato
la strinse a s. Sopra la spalla di lui lei guard Kristjan che
gli stava dietro. Quando lui finalmente la liber dal suo abbraccio,
lei disse all'ospite in svedese: Mi sei mancato.
Il suo fidanzato era via per affari.
Kristjan era nervoso quando entrarono insieme nell'hotel,
sicch lui and avanti e rimase ad aspettarla nella stanza. Sapeva
che questo non le faceva piacere. E lei ci mise talmente tanto
a salire in camera che lui cominci a temere di essere stato abbandonato.
Poco prima che lei apparisse sulla soglia, si era appunto
convinto di averla persa.
Fuori in strada cerc di rimanere all'ombra. Affrettarono il
passo nella semioscurit, tenendosi per mano sotto i muri freschi
della chiesa. Dalla porta aperta li raggiunse un suono d'organo.
Poi un canto. Si fermarono.
Una donna anziana, uscendo di chiesa, li guard. Lui volse
gli occhi altrove.
Klara si guardava attorno.
Entriamo in chiesa, propose.
Perch?
Io sono la rosa di Sharon e il giglio della valle... perch sono
malata d'amore... non  questo che dice la Bibbia? Entriamo.
La musica li avvolse tra le mura fredde, le luci delle candele
tremavano alla corrente d'aria. Sopra l'altare un Cristo alla colonna,
con le mani dietro la schiena, mentre la sferza era alzata
a colpire. La croce torreggiava contro un cielo dipinto, da lontano
una luminescenza preannunciava l'alba.
Usciamo di qui.
Perch? E cos bello.
Si strapp da lei e corse in strada. Il rumore, come una ninna
nanna materna, lo calm.
La finestra era aperta. Avevano spento la luce, ma fuori la luna
brillava. Lei si alz e and alla finestra, ascoltava l'acciottolio di
una cucina che saliva da qualche parte del cortile, e allung una
mano distratta verso il raggio di luna che cadeva a mezzo del
pavimento.
Chiudi gli occhi, gli disse.
Obbed.
Vieni qui. Da me.
Nudo, si alz in piedi, fece un passo incerto dopo l'altro, poi
si ferm.
Dammi la mano. Ti guido io.
Tre passi ancora verso la finestra e l lei si ferm.
Qui. Proprio qui. E tieni gli occhi chiusi.
Rimase immobile. Lei gli fece scorrere un dito sulla pancia
come vi tracciasse una linea.
Lo senti?
Che cosa?
Sopra questa linea la luna splende su di te, ma sotto  buio.
Lo senti?
Gli rimase accanto.
Io lo sento, disse dopo un attimo di silenzio. Fa pi
freddo l dove la luna splende.
Si svegli durante la notte. Lei era in piedi in mezzo alla stanza,
rivolta alla finestra.
Klara, la chiam.
Non gli rispose, continuando a dirigersi verso la porta. Si
alz e and verso di lei. Dormiva. La ricondusse nel letto.
Alla mattina, quando lui glielo disse, Klara sorrise.
Cos ho ricominciato a essere sonnambula? Lo faccio sempre
quando sogno mia sorella Lena.
Se ne rese conto mentre facevano l'amore. Lei, in ginocchio su
una sedia dandogli le spalle, lo aveva preso e guidato, come a
mostrargli la via. Lui le stringeva i fianchi con le mani. Sull'hotel
scoppi un colpo di tuono, seguito dalla pioggia battente sui
tetti circostanti. Alzati gli occhi, realizz improvvisamente che
due edifici pi in l si ergeva il palazzo di Jones. Ne fu scosso,
pens d'un subito che lo avrebbe potuto scorgere alla finestra.
Guardarlo come fossero faccia a faccia, caduti i muri e con loro
le finestre. Ebbe un sussulto.
Qualcosa non va?
Il giorno dopo si fece sistemare in una camera dall'altra parte
dell'edificio.
Di solito passavamo l'estate con nostro zio, il conte. Aveva
una lunga barba bianca e occhi azzurro chiaro. Collezionava
armoniche e mappe. Sua moglie era morta. Nelle giornate di
pioggia leggevamo e guardavamo le ninfee nello stagno. I cavalli
stavano al riparo dalla pioggia sotto grandi querce, ma di notte
qualche volta li ho visti galoppare verso l'acquitrino vicino al
lago. Uno di loro, quello bianco di mia sorella Lena, sembrava
svanire al chiaro di luna.
La mattina dormivamo fino a tardi. Sul nostro tavolo da
toilette c'era un vaso di fiori e quando ci svegliavamo la cameriera
apriva la finestra per far entrare la luce. "Che ora ?" chiedevo
senza aprire gli occhi. Sul tavolino vicino alla finestra c'era
uno specchio; seduta sul letto, ci vedevo riflesso il cielo.
Bevevamo il caff in veranda, leggendo l'oroscopo. "Le cose
potrebbero non andare bene oggi, ma voi non dovete abbassare
la guardia... Perseverate sulle cose che contano..." Lena sarebbe
stata all'erta tutto il giorno, nell'attesa dell'imprevisto e
io la prendevo in giro, dicendo: "Ma davvero pensi di uscire
con noi in barca? Qualcosa potrebbe andare storto".
"Klara, smettila!" mi diceva. "Sai quanto sono superstiziosa."
Quando lei affog, non me lo potei perdonare, sebbene
fosse successo molto tempo dopo. I suoi capelli fluttuavano tra
le ninfee, come fosse diventata una di loro.
Kristjan?
S?
Mi ascolti?
S.
No, stai pensando ad altro.
Sto pensando a te.
Non ti annoio con queste storie?
Non sono affatto annoiato.
Vorrei raccontarti qualcosa di me.
Raccontami.
Vuoi davvero?
Ti ascolto.
Siamo in una casa al mare.  bianca. La spiaggia  bianca. Le
rocce che digradano verso la riva sono bianche. Al largo una
barca veleggia dolcemente. Le vele sono bianche. Ho un'armonica
a bocca, ma le dita sono talmente intirizzite che non riesco
a reggerla. Eppure c' il sole. Sulle rocce domina una torre
bianca. In tanta tranquillit mi sento chiamare. "Klara! Klara!
Sono qui..." Mi guardo intorno e vedo la faccia di Lena alla finestra
in cima alla torre. Poi mi sveglio ansimante. Sempre allo
stesso punto del sogno. Sempre quando vedo la sua faccia. Cosa
pensi che sia?
Non lo so.
Pensi che io faccia questo sogno perch la sua faccia era
cos prosciugata di ogni colore, quando la trovammo?
 solo un sogno.
Lo so, ma quando mi sveglio sono cos terrorizzata. Non
riesco pi a riaddormentarmi. A volte la paura mi segue per
buona parte del giorno... Sai di che cosa ho paura?
No.
Che la prossima volta che mi chiamer, andr da lei.
Si era fermato in citt per due mesi. Il giorno prima Jones era
tornato dalla West Coast. E Klara era sparita. Era rimasto il suo
profumo nelle lenzuola e nel cuscino c'era un incavo che lui
non spian. Era vuota la sedia dove aveva appoggiato i vestiti e
della sua voce non gli rimaneva che un'eco nella mente. Fuori
pioveva. Le previsioni per i successivi due giorni erano ancora
peggiori.
Non pensava ad altro che a lei. Non poteva farne a meno,
Dio solo sa quanto ci avesse provato. All'inizio della settimana
la Gullfoss sarebbe partita. Conclusi gli affari, la carta caricata a
bordo, la legna sarebbe stata stivata l'indomani. Nulla che lo
trattenesse. Sapeva di dover partire. La nave successiva ci sarebbe
stata di l a sei settimane.
Apr e chiuse i pugni rapidamente mentre aspettava che il
cameriere gli portasse da bere. Di l dalla strada il sole del pomeriggio
dipingeva un'ombra azzurra sul rosso dei mattoni dell'edificio.
RISTORANTE MANHATTAN, gli parve che fosse scritto
sulla porta, ma le lettere bianche erano sbiadite in molti punti e
in ogni caso lui aveva la testa altrove quando usc in strada. La
porta successiva era un tabaccaio, poi un barbiere, pi avanti
un calzolaio, un giornalaio e un sarto. Non era mai stato l prima;
aveva lasciato l'albergo poco dopo le tre, senza avere un'idea
di dove dirigersi, dapprima seguendo il corso dell'East River
percorso dalle navi, guardando i ragazzi seduti sulle panchine
che non aspettavano nulla, che si tenevano per mano, sorridevano
e sussurravano qualcosa come se avessero dei segreti.
Oltre il parco, pi vicino al fiume, un aquilone volava nel vento
come una bandiera sul pennone: chiunque ne tenesse il filo era
nascosto tra gli alberi.
Cammin sulla riva del fiume; prima pass davanti a un mercato
del pesce, dove degli uomini stavano abbondantemente
annaffiando i marciapiedi e allineando botti contro il muro, poi
nel mezzo dell'isola, e gi per Lexington Avenue. Il sole accendeva
le cime dei palazzi, ma gi lungo la via faceva fresco. Per
un poco lo affianc l'ombra di un uccello. Nella Ventinovesima
strada si guard in giro in cerca di un caff.
Era bello essere soli in quella citt con i suoi rumori di fondo:
gli zoccoli degli animali, i motori dei carri, linguaggi che lui
non capiva. Nella solitudine la folla era una distrazione, gli sarebbe
stato difficile rimanere solo con i suoi pensieri. Guard
un cameriere disporre forchette e coltelli, tovaglioli e bicchieri
su una tavola; indossava un grembiule bianco e ripassava i bicchieri
con un tovagliolo dopo averli guardati in controluce. Ordin
un caff e un whisky, bevve lentamente, mentre l'ombra si
allungava sui muri degli edifici dall'altra parte della strada.
Lo spettacolo cominciava alle sette. Avrebbe dovuto alzarsi,
tornare in albergo, confermare il biglietto di ritorno in Islanda
e prepararsi alla partenza. Non ci avrebbe cavato niente di buono
andando a vederla. Eppure rimaneva seduto nel tramonto e
nella penombra che crescevano insieme, lo sguardo fisso su dei
bambini che giocavano a palla sul marciapiede di fronte.
La mattina si era convinto che la loro separazione due giorni
prima fosse stata conveniente. Usava spesso quella parola, parlando
tra s. Conveniente. Come se stesse negoziando le condizioni
di un pagamento, cavandosi fuori da un vecchio debito,
cancellando un prestito pesante. Si sfreg la guancia distrattamente,
l dove lei lo aveva colpito.
Lui torna domani, gli aveva detto.
Non avevano mai parlato di lui prima e lo scosse ora sentirgliene
parlare per la prima volta.
Lo so.
Vuoi che torni da lui?
Si alz in piedi. Allontan il braccio di lei dal collo, and alla
finestra e la apr.
Cos'altro puoi fare?
Erano stati in un cabaret fino a notte avanzata con gente che
non conoscevano; avevano cantato, ballato, festeggiato la loro
libert. Come ai tempi di Copenaghen: libero, senza legami. Il
cielo cominciava a ingrigire mentre loro camminavano verso
l'hotel. I piccioni svolazzavano tra gli edifici e si allineavano
sulle grondaie. Loro due si misero di colpo a correre perch
avevano bisogno di essere da soli subito.
Ora il sole di mezzogiorno splendeva.
Vestiamoci e andiamo a mangiare qualcosa.
Devo dirgli di noi?
Si tir indietro.
Naturalmente no.
Era seduta sul bordo del letto. Lui le volse la schiena e rimase
a guardare fuori dalla finestra.
Non posso pi farlo. Non posso fingere che non sia successo
niente. Mettergli le braccia al collo. Baciarlo. Fare l'amore
con lui. Lasciarlo...
Si volse bruscamente: Smettila.
Io non voglio...
Smettila.
Io non posso...
Hai potuto fino adesso.
Si protese verso di lui e gli diede uno schiaffo. Lui rimase
immobile. Lo schiaffeggi ancora.
Proctor Theatre era sulla Ventitreesima strada. Spettacoli continui
di alto livello, diceva l'insegna fuori. Rimanete quanto volete.
Ingresso e balconata 5 cents, platea 10. Tranquillit,
comfort, raffinatezza e gentilezza.
Si sedette in fondo, sotto la balconata, dove era pi buio.
Nell'aria c'era un odore cattivo. Il pavimento era sporco. L'uomo
seduto al suo fianco aveva del cibo e una bottiglia in tasca.
Dapprima una ragazza suon un'arpa africana. Era vestita in
modo succinto. Segu un uomo con un cappello a larga tesa che
fece saltare sul palcoscenico e in un catino pieno d'acqua una
rana gigantesca.
Il maestro di cerimonie si materializz per annunciare il nome
di lei. Klara, la chiam con enfasi, Klara, la principessa
svedese, danza per me. Le luci si abbassarono, uno spot rosso
apparve nel mezzo del palcoscenico, un vecchio sparse petali
azzurri e un prato verde di carta sotto i riflettori, quindi usc.
Mentre preparavano la scena, a distanza risuonava una nota
sottile, debole e tentatrice, poi silenzio.
Emerse dall'ombra. Tutto taceva finch non risuon quella
stessa nota. Allora lei cominci a danzare. Kristjan si alz in
piedi. Le braccia di lei si aprirono.
Seppe di essere in trappola.
Da qualche parte, dietro la dignitosa espressione della fotografia,
il vestito chiaro e la cravatta a pallini, gli occhiali cerchiati
d'oro e la curva delle sopracciglia che indicava una sobria concentrazione,
da qualche parte dietro l'attenzione rivolta al discorso
sui diritti, le leggi e l'ammirazione per le conquiste dello
spirito umano (che sempre prevale e sgomina il male), da
qualche parte pi intima e segreta, molto lontano dalla logica
lucida dell'osservazione, della speculazione intellettuale e della
capacit di decidere, da qualche parte nel vortice dell'anima si
apriva segreta una crepa che minacciava di portare tutto alla rovina.
Metto gi la fotografia. Era stata fatta quando avevo accompagnato
Jon Sivertsen, attach commerciale d'Islanda a New
York, a una conferenza all'University Club a fine maggio del
1918. Ricordo che avevamo trangugiato qualcosa, una bistecca
e un bicchiere di birra prima, poi avevamo preso posto verso il
fondo della sala vicino alla navata laterale. Era gremito di gente
e io rimasi in piedi perch una giovane donna, appena entrata,
era senza posto, poi mi risedetti quando una sua amica le fece
segno dal davanti di raggiungerla. Mi ringrazi e le risposi con
un cenno della testa. Con l'attacco a Cantigny i tedeschi hanno
capito che la nostra offensiva non , come loro speravano,
condotta da una massa informe di dilettanti. Mi ricordo quel
che stava dicendo l'oratore, sebbene tante altre cose mi siano
del tutto uscite di testa. Ma questo non si deduce tanto facilmente
dalla mia espressione nella foto. Non rivela nulla. Non
rivela che pensai a Klara per tutto il tempo della conferenza, e
ci avevo pensato prima, mentre mangiavo la bistecca e bevevo
birra, mentre discutevo di affari e del boom della city, della
guerra e dell'estate che ci aveva risvegliato con un'ondata di calore
quella mattina.
Non parlo dell'uomo della fotografia come se non avesse
nulla da spartire con me per assolvermi da ogni biasimo. Non
devi pensarlo. Non posso biasimare altri che me stesso per ci
che avvenne. Ma non posso non cercare le ragioni di quello che
 successo e, sebbene io sia un uomo semplice - lo dico senza
alcuna esitazione, perch lo sappiamo entrambi -, in qualche
modo devo sforzarmi di venire a capo di tutto questo.
Non commiserarmi, Elisabet. Odiami. Per favore, per il mio
bene: odiami.
Il giorno in cui la Gullfoss salp senza di me, io andai da solo
in chiesa. Era circa mezzogiorno e non c'era nessun altro, tranne
un uomo che raccoglieva la spazzatura e una donna che puliva
il pavimento. Cristo, come sempre, era legato alla colonna.
Klara e io avevamo sistemato la faccenda la sera in cui io andai
a vederla ballare. Tutto era tornato come prima. Avevamo concordato
sul fatto che a quel punto non servisse a nulla dire di
noi al suo fidanzato, e in ogni caso sapevo che lui sarebbe stato
via per affari un bel pezzo nelle settimane successive. Naturalmente
sarebbe pi onesto dire che ce la misi tutta per convincerla
a non parlare. Mi inginocchiai davanti a lei nel suo camerino,
dopo lo spettacolo, e la pregai di perdonarmi; era stato
tutto cos facile; avrei dovuto capire quanto lei fosse fragile.
Non mi ci volle molto tempo, comunque, per rendermi conto
di quanto si facesse arduo per lei quel gioco di inganni. Ma allora
era troppo tardi. Forse avevo voluto ignorare i segni per
non guastare il nostro piacere.
Avevo stabilito di partire con la prossima nave. Di l a sei settimane
la Gullfoss avrebbe di nuovo gettato l'ancora nel porto
di New York. Mi sembrava un tempo cos remoto che non mi
curai nemmeno di dirlo a Klara. Non ne avevo il nerbo. Ma
questa volta ero ben fermo nella decisione di tornare a casa, lo
sai.
Fu agli inizi di agosto. Ti ricordi quando mi venisti incontro?
Com' diventato grande Einar! mi dissi vedendolo sulla
banchina. I gemelli erano irriconoscibili, quando ero partito
avevano solo tre mesi. Maria si nascondeva dietro Katrin. Tu
non eri cambiata; ti comportasti con me come se fossi stato via
solo pochi giorni. Calda, ma superiore a me. Non so come altro
dirlo, Elisabet cara, tu eri sempre al di sopra di me, sebbene
cercassi di non farmelo sentire. Ma questo rendeva la cosa ancora
pi evidente.
Cominciai a ritrarmi non appena la nave entr nel porto e
scorsi gli edifici, il tetto del mio ufficio vicino alla banchina, i
magazzini, la torre della cattedrale; mi ritrassi fino a diventare
l'ombra di me stesso nel momento in cui misi piede a terra.
Allora mi cogliesti di sorpresa. Ancora oggi non so cosa intendessi
dire con quello, se mai intendevi dire qualcosa...
Einar caro, non vuoi dare un bacio a tuo padre? Ti ricordi
di lui, vero?
Non ero certo che si trattasse di una scoccata contro di me.
Sorridevi e niente nei tuoi modi faceva pensare a una peculiare
intenzionalit dietro le parole. Ricordo di essere rimasto impalato
davanti a te, cercando di ragionare su quel che stava succedendo.
Non ne venni comunque a capo.
L'uomo con la scopa lasci in fretta la navata. Quando ricomparve,
si mise a pulire un candeliere sull'altare. Si muoveva metodicamente;
l'aveva gi fatto prima. Sapevo che era infantile
da parte mia credere che mi sarei sentito meglio in una chiesa,
mentre la Gullfoss salpava per l'Islanda, ma lo stesso presi una
Bibbia, mi feci il segno della croce e mi sedetti sulla panca pi
vicina all'organo. Le vetrate colorate intrappolavano la luce
esterna, facendo passare solo delle ombre grigie.
Dall'altra parte dell'oceano, tu mi stavi aspettando. Ti avevo
spedito via nave degli abiti per i bambini. Libri e spartiti per te.
Arriver con la prossima nave, ti scrissi. Fa' sapere a Stefan
se ti occorre qualcosa.
Fu solo quando arrivai al canto di Giovanni che le mani presero
a tremare. Era stato sempre il tuo preferito e tu lo leggevi
prima della cena di Natale. Io, con i bambini a destra e Katrin
in mezzo a loro, ti ascoltavo, dietro di me nel camino splendevano
le braci.
Colui che  venuto dopo di me sar l'eletto...
Non seppi controllare i pensieri che mi aggredirono, quando
lessi queste parole. Andrew B. Jones. Per quanto cercassi di
schivare l'argomento, le parole mi suonavano in testa e il quadro
che evocavano mi lasciava istupidito e rabbioso, poi un attimo
dopo spaventosamente impotente. Colui che  venuto
dopo di me sar l'eletto...
Lei era con lui. Dentro di me lo vedevo stringerla, lei con gli
occhi chiusi, le labbra schiuse nel piacere, il sale del suo sudore
sulla lingua. Cominciai a tremare. Le palme umide e viscide
dentro cui serravo il Libro Sacro. Era per pensare a questo che
ero entrato nella casa di Dio? Era questo il mio commercio con
Lui?
Mi vergognai di me, ma soprattutto mi paralizz la paura.
Che specie di uomo ero? Quale forza mi dominava? Non mi
rendevo nemmeno conto di tremare visibilmente l, sulla panca
sotto la finestra; sotto il quadro del gregge e delle stelle, una
mano che carezzava una guancia, una croce sulla collina. Chi
sono? Che cosa mi trascina?
La Bibbia mi cadde di mano e fin con un tonfo sul pavimento.
Il vecchio smise di pulire il candelabro e alz gli occhi. Senza
dubbio mi rivolse uno sguardo di comprensione, ma io lessi
nei suoi occhi un tono di accusa, come se mi vedesse dentro.
Distolsi lo sguardo.
Fuori splendeva il sole. Sapevo che era da lui. E in qualche
modo mi ero convinto che proprio in quel momento lui stesse
facendo l'amore con lei.
L'uomo della foto appoggia la guancia su una mano e guarda
dritto davanti a s. C' concentrazione e fermezza nella sua postura,
la consapevolezza di essere osservato e nello stesso tempo
una certa noncuranza, come ci fosse abituato. I capelli fitti
su una fronte ampia e le dita sotto la mascella volitiva sono lunghe
e forti, gli occhi ispirano fiducia. La ragazza per cui si  alzato
in piedi sussurra alla sua amica, quando la raggiunge, e le
due si volgono nella sua direzione. Sa che stanno parlando di
lui, ma continua a fissare davanti a s, l'abito giusto sul suo corpo
abbronzato, leggero e fresco nella calura dell'estate.
La finestra sopra di lui era aperta, dopo un breve piovasco
del pomeriggio il caldo umido saliva dalla strada. Osservava la
gente muoversi lenta nel caldo, in cerca di ombra. Si immaginava
i corpi accaldati e sudati. Qualcuno fischiettava un motivetto
noto e lui lo seguiva, perch oramai aveva perso il filo della
lezione. Vorrei anche sottolineare che gli indicatori economici,
in particolare... Il fischio si perdeva a distanza, le note pigre
e intermittenti.
I cieli gemono mentre il mondo dorme...
La mente tornava alla notte prima; segu distratto il solco
della cicatrice attraverso la camicia con un movimento rapido,
poi abbandon la mano in grembo.
Quand' successo?
Quando ero un bambino.
Come?
Sono caduto.
Caduto?
O forse mi sono buttato, non so.
Fece scorrere il dito lungo la cicatrice. Proprio come facevi
tu, Elisabet, lungo la schiena, sotto il braccio, su fino al petto.
Ti sei buttato?
S, credo di essermi buttato.
Non  una risposta, Kristjan. Dovresti sapere qualcosa di
pi che semplicemente: credo di essermi buttato.
Cos le dissi quello che non ero mai stato capace di dire a te.
Non perch le svelassi qualcosa che ti avevo sempre nascosto,
ma perch pensavo che tu non mi avresti capito. S, Elisabet,
non osavo raccontarti quell'insignificante episodio della mia infanzia
per paura della tua compassione. E del resto tu non mi
avevi mai chiesto niente. Sfioravi con le dita la cicatrice, ne percorrevi
la traccia, ma non mi chiedevi niente.
Non ero caduto. Mi ero buttato. Stavo sull'orlo di una cengia,
alto sopra il villaggio e il mare e i campi di avena tra il villaggio
e la montagna; allora allargai le braccia e saltai. Volevo
volare. Volevo mostrare a tutti di che cosa ero capace. Ma gli
uccelli che mi ero immaginato mi avrebbero sostenuto continuarono
a volare alti nel cielo e il sole che avrebbe dovuto brillare
su di me si nascose colpevole dietro una nuvola.
Povero ragazzo, disse e baci la cicatrice sul petto. Volevi
provare a volare lontano?
La cicatrice era umida del suo bacio.
Klara, le disse, hai mai fatto qualcosa di simile?
Di colpo gli parve che lei fosse sul punto di dirgli qualcosa
che lui aveva sempre sospettato, ma qui lei si ferm, torn solo
a carezzare la cicatrice.
Ero un bambino. Eppure me ne vergogno ancora. La cicatrice
 un monito.
L'uomo della foto ha deciso di tornare a casa. Questa volta nulla
glielo impedir, se ne  convinto una volta per tutte. Lo
sguardo fisso davanti a s, sa che non ci saranno altri indugi.
Gi prima aveva preso la decisione di troncare la cosa, soprattutto
per quel senso di vuoto che segue al sesso, che lo lascia subito
dopo in balia del pentimento e della vergogna. Ma non ne
 stato mai capace. Ora, comunque,  calmo; svegliandosi a
fianco a lei, questa mattina, per la prima volta si  sentito padrone
dei suoi sentimenti. Lei dormiva tranquilla e lui si disse
che l'avrebbe sempre pensata con affetto. Cerc anche di convincersi
che sarebbe stato per lui un sollievo sapere che Jones
l'avrebbe sposata; non avrebbe potuto incontrare un uomo pi
affidabile.
Nessuno l'avrebbe saputo, si disse, e allora percep un repentino
sollievo e una strana eccitazione.
Sto facendo progressi, pi di quanto sperassi, dal momento
che, pi del solito, dispongo di tempo libero. Il Capo e la signorina
Davies sono via dall'inizio del mese e non si sa per certo
quando torneranno. Il tempo, come sempre in agosto, non 
per niente eccezionale, giornate calde e umide, notti senza nuvole.
La collina  ridiventata gialla. Per settimane non una goccia
d'acqua e le foglie hanno perso da un pezzo la loro freschezza
primaverile. Nei giardini attorno alle case, comunque, i colori
sono ancora vividi e intensi; i prati, irrorati due volte al giorno,
ancora verdi.
Il relitto dell'aereo  stato portato via. Quando, la mattina
dopo il disastro, il medico venne per i certificati di morte, lo accompagnai
nella cella frigorifera. La ragazza era immutata, eppure
durante la notte avevo sognato che lei si fosse svegliata e
avesse cominciato a vagare. Ero balzato di colpo sul letto e stavo
quasi scendendo per assicurarmi che fosse un sogno, ma
non ero riuscito a mettere insieme il coraggio di farlo. Ero rimasto
sveglio a occhi spalancati fino all'alba e mi ero tenuto
lontano dalla cella fino all'arrivo del dottore.
Il Capo volle far piantare un boschetto sul luogo del disastro.
Acacie gi adulte, non voleva aspettare che crescessero. 
strano, desolante, vedere quegli alberi gi nella pianura. Credo
che il Capo non abbia riflettuto sul fatto che finiscono per attirare
l'attenzione sul luogo invece che nasconderlo. La signorina
Davies, quando ci passa accanto in auto, non solo chiude gli
occhi, ma addirittura gira la testa dall'altra parte. L'autista che
l'ha portata su da San Luis l'altro giorno ha ironizzato su questo,
mentre in cucina beveva il caff. Gli ho intimato di tenere
per s le sue idee.
Ieri sono uscito a cavallo per la propriet con due giovani
ospiti. Uno era Karl Von Wiegand, un giornalista che ha lavorato
per il Capo in Europa, l'altro  John Mack, assistente del giudice
Shearn, l'amministratore fiduciario di tutto il patrimonio
del Capo. A me non dispiace Mack, per carit,  molto pi gentile
di tanti altri galoppini del giudice che hanno l'aria di godersela
a ronzare attorno a tutto il complesso e a comportarsi come
se fosse loro lecito fare quello che vogliono. I commenti che lasciano
cadere sul conto del Capo, anche in mia presenza, dimostrano
quanto siano lontani dall'aver raggiunto la maturit necessaria
al loro grado. Invece Mack  un tipo cordiale e, anche
se a volte si prende gioco del Capo, non  mai maligno e non si
spinge mai troppo oltre. So per certo che lo rispetta.
Von Wiegand  stato qui parecchi giorni; si sta riprendendo
da una brutta influenza e il Capo gli ha suggerito la convalescenza
qui in collina. Per gran parte del giorno sta seduto fuori
a leggere e scrivere. Ha un'aria molto pi sana adesso di quando
 arrivato e per noi del personale  un piacere vedere il suo
appetito crescere di giorno in giorno.
Comunque Mack mi ha chiesto di far sellare due cavalli e io
ho avuto la brillante idea di fargli estendere l'invito a Von Wiegand.
Avevano cenato insieme la sera prima e, a dire il vero, dopo
cena avevano mandato gi pi Porto del dovuto. Quando
augurai loro la buona notte, stavano ancora chiacchierando: e
avevano l'aria di intendersela bene. Stavano guardando le foto
delle vacanze del Capo, raccolte in una coppa di porcellana sul
tavolo di fronte a loro. La sera prima di partire le aveva osservate
bene anche il Capo; si era alzato da tavola tardi, la testa piena
di pensieri. La pi parte delle foto era stata scattata in Europa -
Venezia, Norimberga, Bad Nauheim, Svizzera.
Notevole, sentii Mack dire mentre mi chiudevo la porta
alle spalle.  come se lui non appartenesse a queste foto, come
se non fossero le sue foto, ma quelle di una chiesa, di una
fontana, di un muro sbreccato, e il vecchio ci fosse stato incollato
sopra dopo, con la stessa espressione in tutte, nessun indizio
di piacere, nessun segno che gli passi per la mente qualcosa
di diverso da quel che pensa quando  a casa. Non lo diresti in
vacanza ad ammirare le meraviglie del mondo.
La mattina dopo, finita la colazione, uscimmo insieme.
Mack non pot fare a meno di scherzare sulla camera in cui
aveva dormito. Una stanza ottagonale, gli sentii dire a Von
Wiegand, tra le travi del soffitto - naturalmente dipinte d'oro
come tutto il resto - ci sono motivi floreali e pesci, uccelli e blasoni.
E sa perch ho notato cos bene tutti questi dettagli? Perch
non si poteva spegnere la lampada da comodino. Era impossibile.
Pensavo che potesse permettersi una lampada in
buono stato.
Risero.
Anche il bagno  d'oro. E c' un grosso gabinetto gotico
scolpito, una riproduzione dell'altare di Riemenschneider nella
Bassa Baviera, mi sono detto, con in cima un busto e accanto
un vaso greco. Anche gli stipiti delle porte sono scolpiti e i rubinetti
sono d'oro, e le cornici degli specchi scolpite e dorate.
Ma nella stanza da bagno non c' vasca e nella doccia esce acqua
calda da entrambi i rubinetti. Ho dovuto inumidire una
salvietta e aspettare che l'acqua si raffreddasse per potermi lavare.
Ho cercato di chiedere aiuto gi, a qualcuno, e ho scoperto
che nella stanza non c' telefono. Ho fatto esperienza di
quanto si sia soli l sopra. Potresti gridare a squarciagola e nessuno
ti sentirebbe. Non potevo nemmeno guardare oltre il vetro,
perch tutti quei fregi dorati chiudono la vista. E sopra, appeso
al muro, c' un avviso: "Si prega di non aprire la finestra".
Come essere in prigione, non  vero, Christian?
Mi divert la sua descrizione della stanza, ma mi irrigidii di
colpo a questo suo ultimo commento. Una prigione.
Non gli risposi subito e per fortuna in quel momento entrammo
nel bosco di acacie.
Lei sa perch abbiano messo qui queste piante? mi domand
Mack.
Per le giraffe, gli risposi.
Le giraffe?
S, agli inizi abbiamo avuto problemi con loro. Due morirono
e non si cap perch. Dovemmo interpellare degli specialisti
di New York perch qui il veterinario non era all'altezza. Lo
specialista scopr che avevano lo stomaco pieno di sassi. Ci
spieg che le giraffe non devono brucare da terra, il loro collo
deve rimanere eretto per permettere loro di inghiottire e digerire.
Quando il Capo lo seppe, ordin di piantare le acacie pi
grandi che si potessero trovare, ma non erano ancora grandi
abbastanza. Mentre le piante si stavano sviluppando, facemmo
costruire delle mangiatoie su piattaforme e le riempimmo di foglie,
perch le giraffe potessero mangiare nel modo a loro pi
consono.
E dove sono adesso? domand Von Wiegand.
Gli animali, grazie a Dio, sono stati portati via, rispose
Mack. Tranne un bisonte gi nella valle e alcuni cervi e delle
zebre. La prima volta che venni qui, lo zoo era pieno di ogni genere
di bestie. Mi spiaceva per loro, aggiunse, che non avevano
nulla da spartire con questa collina.
Rimasi zitto. Era stato un bel giorno quello in cui avevano
portato via gli animali. Sapevo che la vita che li aspettava non
sarebbe stata forse migliore di questa, eppure mi parve un sollievo
che potessero lasciare le gabbie.
Continuammo con la cavalcata. A est la collina proiettava la
sua ombra su una lunga, profonda valle. Sotto di noi c'era il villaggio
di San Simeon con l'ufficio postale e il ristorante, con le
banchine e i magazzini, con i binari e le gru che avevano sollevato
casse piene di statue, animali, a volte addirittura interi soffitti
e muri, ma ora erano oziose. Oltre il villaggio luccicava il
mare sotto il sole.
Questo era un posto molto animato un tempo, disse
Mack. Ma lei, Christian, sar di certo meglio informato di
me.
La sua domanda mi immalincon. Mi schiarii la voce e dissi
qualcosa a proposito della mia speranza che i lavori potessero
riprendere dopo questa lunga pausa.
Speriamo per il meglio, convenne Mack. Non possiamo
fare altro.
Pranzarono sulla terrazza e bevvero succo di frutta. Avevo
fatto riparare la lampada nella camera di Mack e chiamato un
idraulico che sistemasse l'acqua fredda dei rubinetti.
Prima di partire, la mattina dopo, mi chiam da parte.
Christian, mi sono accorto che non c' traccia di lei in alcun
libro paga del vecchio. E non c' registrazione che indichi
che lei sia mai stato pagato. Si potrebbe pensare che lei non esista,
amico mio. Non sappiamo nemmeno quale sia il suo salario.
Non pot sfuggirgli il mio sconcerto. Senza aspettare risposta,
aggiunse: Da quando abbiamo preso in mano gli affari del
vecchio, lei non  stato pagato nemmeno una volta. Sono mesi.
E non ha detto una parola.
Non ne ho sentito la mancanza, mi sentii rispondere.
Christian, pu essere che il suo lavoro non sia in regola?
Annuii.
Lo immaginavo. Il vecchio quindi la paga sottobanco?
Di nuovo annuii.  stata una mia richiesta. Fin dal principio.
Quanto?
Gli indicai la cifra.
Non si preoccupi. Me ne incarico personalmente.  un
peccato che non l'abbia saputo prima.
Non c' fretta, dissi.
Ma lei non  stato pagato da mesi.
Cercai di dissipare la sua ansia con un gesto della mano.
Non si preoccupi, mi ripet.  cosa che rester tra
noi.
Sto facendo buoni progressi. Questa mattina mi sono alzato
presto, avevo in mente di provare a disegnare il falco. L'uccello
 sul mio tavolo; gli ho sparato ieri. Si stava facendo noioso con
quel suo volteggiare attorno alla casa in questi giorni, rubava cibo
dal camino esterno, sicch dovevamo liberarci di lui.  strano
quanto la sua natura sia ancora perfettamente leggibile nel
suo occhio, come se la morte non avesse cambiato nulla.
Mi godevo l'alba e, prima di averne coscienza, i miei pensieri
erano sgombri come il cielo e contenevano anche un accenno
di volont. Si sentiva un crepitio nel bosco e gli irroratori cominciarono
a zampillare nel giardino, i loro spruzzi lenivano la
sete degli alberi e dei fiori. Presi una matita, mi versai una tazza
di caff e mi sedetti al tavolo indisturbato per un'ora. Davanti a
me giacevano i fogli di carta e, se guardo ora l'uccello, mi convinco
sempre pi che quello  stato un momento di grazia. Avevo
colorato quasi tutta la testa e, a osservare il fiero sguardo
marrone dai bordi neri dell'animale, mi sembra di penetrare
nel suo pensiero. Da quando ho cominciato a dipingere uccelli
ho fatto buoni progressi; credo che questa sia la prima volta
che io possa vantarmi di aver messo su carta i miei pensieri e
quelli del falco, tanto che non ho bisogno di modificare nulla.
Tornai a casa definitivamente nell'agosto del 1918. Era mia ferma
intenzione stabilirmi per sempre. Te ne accorgi dai disegni
di uccello che feci in quei primi due mesi di quiete. La sfumatura
castana sul petto e sulla testa della pittima ne  testimone e,
quando ebbi finito di dipingere il beccaccino, mi era parso che
potesse dare il suo primo frullo d'ali nel nostro salotto. Ero ben
deciso a evitare qualsiasi cosa che potesse deprimermi; per
esempio mi tenevo lontano dalle serate mozartiane, mi inventavo
degli affari in citt o rimanevo fino a tardi in ufficio e giocavo
a scacchi con Stefan, che si era occupato di tutto mentre stavo
a New York, rivelandosi un fidato impiegato e un amico.
Quelle serate mozartiane... mi vengono i brividi ogni volta
che sento la sua musica. Fortunatamente non capita spesso, ma
sono sorpreso se penso al disagio che ho sopportato per tutti
quegli anni.
Fu in una di queste serate che ricevetti la lettera. In effetti, sebbene
non mi fosse accaduto niente prima,  una strana coincidenza
che le cose siano andate in questo modo. Dopo aver
mangiato qualcosa all'hotel Islanda, Stefan e io tornammo in
ufficio per una partita a scacchi. Ricordo perfettamente che
avevo messo in campo la difesa Siciliana ed ero in vantaggio
nella prima partita. Ero felicissimo, tanto pi che di solito con
Stefan perdevo, lui era un giocatore abile, sicch mi alzai in piedi
in trionfo, e gli dissi che gli avrei concesso un goccio di
brandy per celebrare la vittoria. Lo dicevo per prenderlo un
po' in giro e lui come sempre stette al gioco. Diedi un'occhiata
fuori dalla finestra sui tetti dall'altra parte della strada e oltre
verso la baia, nella luce del crepuscolo vidi la Gullfoss.
Arriva da New York, disse Stefan.
S. Andiamo a prendere una boccata d'aria, suggerii.
Mi piacerebbe sapere che notizie ci sono da New York.
Quella mattina tutto era stato normale, quasi perfetto. Avevo
dormito bene e mi ero alzato tardi, dopo le nove. Tu eri gi in
piedi e ti sentii parlare con Katrin ed Einar gi in cucina. Katrin
stava dicendo: Come ti sta bene quel maglione, Einar. E
lui rispose: Me l'ha portato il pap dall'America. Katrin
chiese cosa dovesse mettersi quel giorno Maria. Tu esitasti un
attimo prima di rispondere: Il vestito rosso che suo padre le
ha portato l'ultima volta. Eri talmente lontana tu da queste
cose: ero stupito che ti ricordassi del vestito e, soprattutto, che
lo avessi portato dal mio ultimo viaggio a ovest. Ma sono certo
che te lo sentii dire. Precisamente queste parole: L'abito rosso
che suo padre le ha portato l'ultima volta.
Mi vestii con lentezza nel buio di febbraio. A est un pallido
lucore accendeva alcune nuvole e una di loro cominci a infiammarsi.
La fissai per un po'; mi pareva che si allontanasse da
me per poi riavvicinarsi, cauta, come se sapesse di spiccare in rilievo
nel cielo. Sul davanzale della finestra c'era un vaso di fiori
secchi; lo spostai per aprire il battente e respirare l'aria fresca.
Dalle scale saliva l'aroma del caff. Katrin sgranava fagioli.
Ed Einar disse: Da grande diventer come il pap. Anch'io,
disse Maria. Tu non puoi. Perch? Sei una ragazzina.
S che posso.
Tutto quello che desideravo. Tutto quello che desideravo era
che quel momento tra il buio e la luce durasse per sempre,
quell'attimo che ci avvolgeva e ci proteggeva da tutto, da noi
stessi.
Il capitano mi porse la lettera non appena salii a bordo.
Mi  stata consegnata il giorno della partenza, mi disse.
Eccola.
Giurerei che lui sapesse quello che stava succedendo. Non
disse nulla, ma glielo leggevo negli occhi. Che l'avesse consegnata
lei stessa?
... quando mio padre mor, lo zio ci prese con s. Si chiamava
Gustav. Te l'ho gi detto? Comincio a dimenticare cosa ti
ho detto e cosa no. Strano... Sono sei mesi giusti da quando sei
partito. Ho sempre pensato che Gustav fosse un bel nome.
Quell'anno l'estate arriv prima del solito. Il vento soffiava
sul lago e io uscii in giardino appena alzata in camicia da notte e
rimasi sotto la pioggia tiepida. Ero tutta fradicia, ma non sentivo
freddo. "Entra, ragazzina", mi chiamava mio zio dalla finestra
di sopra. "Ti prenderai una polmonite." " arrivata l'estate",
gli risposi. L'estate era gialla sul lago.
Di solito passavamo Pasqua nella casa di campagna. Il prato
era gelato e la neve scricchiolava sotto i nostri passi. Quando
arrivavamo la casa era buia, i mobili avvolti nelle lenzuola bianche.
I domestici avrebbero dovuto accendere i camini, ma spesso
erano in ritardo. Faceva freddo mentre aspettavamo che il
fuoco prendesse. Non mi levavo il cappotto. Mi ricordo una
volta che rimasi nella luce azzurra del soggiorno a curare che la
fiamma divampasse nel camino, e guardai fuori dalla finestra, lo
stagno gelato sotto il riflesso della luna. Vidi la faccia di mia sorella
Lena. Corsi fuori sul ghiaccio, cercando di raggiungerla,
ma non c'era pi.
Vorrei che il bambino si chiamasse Gustav, o Lena se sar
una bambina. Hai qualcosa in contrario?
Partii di notte. Mentre tutti voi stavate dormendo; sulle tue labbra
aleggiava un sorriso, come fossi persa in un tuo sogno. Partii
mentre la luna piena brillava nel nero del cielo; nell'aprire la
porta della camera di Einar mi imbattei in un raggio bianco di
luna allungato sul pavimento. Uno dei gemelli dormiva con
Maria; mi fermai accanto al letto e la mia ombra si allung sulla
coperta bianca.
Non portai via molto; qualche fotografia, una penna d'uccello
che usavo come segnalibro, la penna stilografica che mi
avevi regalato per i miei trent'anni. Presi alcuni vestiti, quanti
ce ne stavano nella valigia; un ciottolo della mia casa di bambino
su nel nord-ovest, lo tenevo abitualmente in tasca ed era liscio
dopo anni di contatto con i polpastrelli, e un uccello che
mio padre aveva scolpito da un osso di pesce quando ero ragazzino.
Il giorno prima avevo buttato nella spazzatura la mia laurea.
Probabilmente ti sarai domandata dove fosse finita. Non volevo
che i nostri figli un giorno venissero a sapere la verit sui
miei studi a Copenaghen. Non sopportavo nemmeno l'idea.
Sarebbe mai passato loro per la testa? Ora me lo chiedo.
Probabilmente no, eppure avevo cominciato a preoccuparmene.
Mi figuravo anche il momento in cui avrebbero scoperto
che l'intera faccenda era una frode. Li vedevo, ormai adulti, attorno
a un tavolo (guarda cosa ci si va a inventare! ) e mi davano
le spalle; curioso come la mia fantasia rendesse Einar cos somigliante
a me. Non posso crederci, li sentivo dire. Non pu
essere vero.
La mia valigia era gi all'ingresso, pronta. L'avevo preparata
dopo che ve n'eravate andati a letto. Poi mi ero coricato anch'io,
immobile nel buio. Tutti voi addormentati. Il buio ci avvolgeva
come una coperta e il tuo respiro era lento e regolare.
Come al solito il terzo gradino scricchiol, mentre scendevo
le scale. Spostai il peso da una gamba all'altra per non accentuarlo,
quindi continuai a scendere. Mi ricordo di essermi meravigliato
di quanto stesse crescendo Einar; lo vidi perfettamente
quando mi avvicinai al suo letto e lo osservai dormire.
Aveva buttato indietro la trapunta e, prima di rimboccargliela,
gli diedi una lunga, attenta occhiata. Sta crescendo in fretta, ricordo
di essermi detto scendendo. Sta davvero crescendo in
fretta.
La valigia era leggera; me ne accorsi portandola in strada.
Mi fermai sui gradini fuori casa quando mi accorsi di aver appoggiato
il cappello sul tavolo d'ingresso e di averlo dimenticato.
Cercai in tasca le chiavi e capii di aver dimenticato anche
quelle sul tavolo. Ecco perch al tuo risveglio trovasti cappello
e chiavi, il cappello vicino alla porta, se ricordo bene, e le chiavi
accanto a quel vaso giallo che avevamo comperato a Copenaghen
in un momento di follia il giorno che facemmo l'amore
per la prima volta.
La nave salp alla volta di Copenaghen all'alba. Un cargo
danese attraccato qualche giorno prima con un carico di legname
e carbone. Il capitano fu molto gentile quando andai a incontrarlo.
Ebbi per una tariffa piuttosto bassa una cuccetta con
l'equipaggio. Non potevo aspettare la prossima nave per New
York, che sarebbe partita solo il mese successivo e io mi sentivo
sospeso, avevo ripreso il volo, e non ero ancora atterrato. Sopra
di me il cielo, sotto gli abissi. La mia mente era in guerra. Il
giorno dopo attraccammo a Copenaghen e io mi imbarcai su
una nave per New York.
Non riuscii a congedarmi da te. Non seppi decidermi a farlo.
Ancora meno mi venne in mente di mentirti sulle mie intenzioni.
Partii di notte, mentre dormivi. Camminai nel buio fino all'alba,
ne varcai la soglia, mi dileguai.
Il suono dei miei passi mi segu lungo la via e per qualche ragione
mi parve che essi non fossero in accordo con me. Poi svanirono
anche loro e di colpo fu come se non fossi mai esistito.
Il denaro. Non posso non parlarne.
Sono sicuro che i tuoi parenti avranno avuto un bel pettegolare
sulla mia partenza, e posso ben immaginare le loro idee in
merito. Non mi ero mai curato di smentirne le calunnie, ma dal
momento che in questo caso le apparenze sono ingannevoli,
sento di dover chiarire qualcosa in merito. Questa volta non
potrai sottrarmi la tua attenzione, sebbene tu sia sempre stata
molto abile nel lasciar passare le cose materiali sopra di te.
Prima di tutto devo spiegare in che condizioni tuo padre lasci
i suoi affari, quando io subentrai. Una o due volte ho accennato
a questo fatto nelle mie lettere, ma non ho mai voluto
esporlo apertamente, perch so quanto volessi bene al vecchio
e non mi andava di parlare male di lui e del suo operato proprio
con te; non voglio macchiare la sua memoria. Cos devo premettere
innanzitutto che non lo devi biasimare in nulla; non ha
mai fatto nulla di disonesto, sebbene abbia sperperato il patrimonio
e trascurato gli affari, almeno negli ultimi anni. Ma per
essere onesti, c'erano anche molti fattori su cui non aveva controllo.
La societ era in rovina. I rapporti di lavoro erano scivolati
nel pi completo abbandono; quando presi i contatti con gli
acquirenti inglesi e spagnoli che in precedenza avevano comperato
pesce da lui, mi fu detto che, poich da almeno un decennio
lui non aveva tenuto pi una corrispondenza con loro, lo
avevano considerato morto. Venne fuori che doveva denaro a
molti di coloro dai quali aveva comperato merci da importare,
e io avrei fatto meglio a non farmi avanti con quelli di loro che
avevano cancellato il debito. Ma aveva assolto tutti i pagamenti
con coloro che ancora erano in affari con lui e che, dal canto loro,
non potevano che parlare bene di lui. Erano circa la met
delle sue relazioni commerciali; sembrava averli scelti come
clienti principali.
Aveva anche lasciato che una sua consociata, con sede in
Svezia, facesse bancarotta. Non era in effetti registrata col suo
nome, e non te ne parler.
Ricordo di essermi spesso domandato come si fosse cacciato
in un tale pasticcio; a guardarlo, non avresti mai immaginato
che qualcosa andasse storto. Per essere giusti, mi fece capire a
suo modo, fin dal principio, come stavano le cose; ma tutte le
volte che cercavo di discuterne con lui, cambiava bruscamente
argomento. Cosa c'era dietro la sua maschera quotidiana? Forse
non l'ho mai veramente conosciuto. Sospetto invece che tu
lo sapessi. Forse niente di quello che dico ti sorprende.
Dunque, questo era lo stato delle cose, quando mi ci trovai
coinvolto, quella la societ che i tuoi parenti mi invidiavano. Io
non c'ero neanche lontanamente preparato. Ricordi quanto lavoravo
quei primi anni, ricordi che non mi fermavo mai, e tu
spesso mi dicevi: Rilassati, caro, cosa pu mai pesarti cos tanto?
Il futuro tuo e dei bambini. Ecco che cosa mi pesava. E poi -
lo ammetto francamente - la paura che tutti quelli che erano
cos critici nei miei riguardi mi potessero incolpare se tutto fosse
andato a rotoli. A dire la verit, a volte mi  venuto il sospetto
che tuo padre avesse fatto un'operazione molto sofisticata
presentandomi a tutti i vostri parenti la settimana prima del
matrimonio, onde rafforzare la mia intenzione. Guarda - era
come se mi dicesse -, cosa credi che questa gente penser se tu
non sarai in grado di salvare i miei affari? Credi che incolperanno
me per quel che succede? Ah, no, nessuno prester orecchio
alle tue scuse. Dovrai sopportare il biasimo. Tu solo. Sono certo
che ti metterai alla prova, ragazzo mio.
Quanto a lui, da tempo aveva gettato la spugna. Ma aveva
capito che ero orgoglioso abbastanza per rischiare tutto. E io
abboccai. Inghiottii esca, uncino, filo, piombo.
Non c' da meravigliarsi che si rassegnasse a un matrimonio
indegno di te. I figli delle famiglie ricche sarebbero scappati
mille miglia lontano quando avessero visto i libri mastri, e l'avrebbero
fatto sapere a tutti. Sarebbe stata la fine dell'impero
di tuo padre.
Lo sapevamo solo noi due, lui e io. Tranne forse il suo amico
Halldor, direttore di banca, sebbene penso che nemmeno lui
fosse informato nei minimi dettagli. I tuoi parenti non sapevano
nulla; per loro tutto filava per il meglio. Ma sono certo che
avranno fatto un sacco di ipotesi quando hanno scoperto quanto
c'era in cassaforte prima della mia partenza. Quanto deve
aver fatto loro piacere!
Non intendo mettermi in ginocchio e implorare perdono.
No, il denaro che presi era mio e lasciai in cassaforte pi di
quanto presi, molto di pi. Non era pi di un quarto del nostro
capitale, al massimo un terzo. Non devo giustificarmi con nessuno
per non essere andato negli Stati Uniti a mani vuote. Con
nessuno.
Ma qui farei meglio a prendere fiato. Mettere gi la penna.
Alzarmi, guardare fuori dalla finestra. Non devo farmi prendere
la mano, non farebbe che peggiorare le cose.
Devono averti detto che il denaro provava che non sarei mai
tornato indietro. Che  sbagliato. Non sapevo cosa realmente
volessi. Non avevo progetti, non ero in grado di pianificare nulla,
tutto quello che riuscivo a fare era mettere un piede davanti
all'altro. Quando infine tornai in me, era troppo tardi. Non sto
cercando giustificazioni. Ma il denaro era un mio diritto.
Fu una pura coincidenza che avessi tutto quel liquido in cassaforte
la sera che Stefan e io andammo al porto a incontrare la
nave che arrivava da New York. Era successo che poche settimane
prima avessi ricevuto una lettera da un procuratore svedese
indirizzata a tuo padre, che era sepolto ormai da dieci anni.
La lettera gli chiedeva di saldare i suoi debiti coi clienti dell'avvocato,
tre societ che sapevo avevano stralciato i loro crediti
molto tempo prima. Probabilmente non si aspettava nemmeno
una risposta, era giusto un tentativo, un azzeccagarbugli
che cercava di mettere insieme quattro soldi, tuttavia mi venne
il panico. Avevo cambiato la designazione della societ e fatto
del mio meglio per assicurarmi che gli errori di tuo padre non
ricadessero su di me, ma in fondo non ne ero mai sicuro, qualcosa
aleggiava nel mio inconscio per tutti quegli anni: la paura
di perdere tutto quello per cui avevo lottato.
Sicch tenevo sempre una buona somma in cassaforte, denaro
su cui nessuno potesse mettere le mani nel caso qualcosa andasse
storto. Quando ricevetti la lettera dalla Svezia, misi al sicuro
ancora pi liquidi e li tolsi dalla banca, accantonandoli.
Misi in vendita anche dei beni, questo  vero, senza dubbio tuo
zio te ne avr parlato. Ma solo per questa ragione, pura e semplice.
Tutto il resto  invenzione di quelli che sai essermi sempre
stati contro.
Esitai. Lo ammetto. Esitai prima di prendere il denaro. Ma
non avevo scelta. Ne lasciavo comunque pi che a sufficienza.
A volte mi hanno svegliato nel cuore della notte voci in sogno.
Erano i tuoi parenti. Sebbene non possa vederti, so che  a te
che stanno parlando. Dicono: Come se non bastasse aver abbandonato
te e i bambini, ti ha anche derubata. Pensa, ha derubato
i suoi figli. E io balzo nel letto, incapace di controllare la
rabbia. No! vorrei gridare. Non  vero! Poi comincio a
tremare e mi lascio cadere, sconfitto.
Perch so come deve sembrarti tutto questo.
La quiete prima della tempesta.
La luce di un silenzioso pomeriggio sui vigneti lungo i pendii,
gi nella pianura tutto tranquillo. Poi il cielo si oscura e
scoppia il temporale. I custodi legano un pezzo di carne a una
grossa quercia per attirare gli animali selvatici che creano problemi
sulle colline, le nuvole corrono nel cielo e l'aria echeggia
di tuoni. Sono alla finestra di Casa del Monte e guardo fuori; un
attimo fa ho sentito che Klara era qui. Capita sempre pi spesso
in questi giorni. Le memorie che credevo di poter controllare
scrivendone...
Non sapevo se lei vivesse ancora con Jones. Non si faceva
parola di lui nella lettera, non c'era indirizzo di mittente. Sarebbe
stata perfettamente capace di dirgli che lui era il padre del
bambino che stava aspettando, ma in qualche modo pensavo
che non l'avesse fatto. Perch, non lo so. Pensavo anche alla
possibilit che fosse tornata in Svezia dalla sua famiglia, ma anche
questo non mi pareva possibile. Facevo fatica a ridisegnarla
nella mia mente.
La sera che arrivai a New York, andai a teatro e mi sedetti
sul fondo, aspettando la sua comparsa. Ma lei non apparve e infine
mi resi conto che una donna incinta al settimo mese difficilmente
starebbe in scena. Che stupido, mi ricordai di essermi
detto.
Fui assalito da un'improvvisa disperazione, il sospetto di
averla persa per sempre. Non avevo avuto contatti con il suo fidanzato
nel mio periodo islandese, dal momento che i nostri affari
erano cessati con la fine della guerra e la riapertura dei mercati
europei. Stefan si era fatto carico della corrispondenza con
lui, aveva organizzato e sistemato i pagamenti. Io evitai di farlo.
Ma ora non avevo che la scelta di informarlo del mio ritorno.
 in citt? esclam. Dove alloggia? Al Waldorf? Sempre
il massimo. Verr da lei a colazione, domani mattina.
La sua voce era cambiata? C'era un'acrimonia che prima
non esisteva o non erano che i sospetti di un'immaginazione
esaltata? Mi sorrise franco e mi strinse la mano nella sua ferma
morsa.
Contento di vederla. Non me lo aspettavo. Arrivano scarsissimi
ordini da lei in questi tempi.
Un altro tono, pi cauto... non pi del compiacente venditore?
Annaspavo in cerca di parole, poi ci misi troppo a spiegare
quanto fosse diventato pi costoso importare merce dagli Stati
Uniti invece che dall'Europa, e mi stavo accingendo a mettere
in campo cifre a sostegno delle mie scuse quando lui mi interruppe.
Sto scherzando! disse. Non vorr dirmi che mi ha preso
sul serio? Tutto bene?
Mi rilassai. Eppure non ero ancora sicuro dei nostri buoni
rapporti. Poteva essere che lei gli avesse parlato di noi? Di lei
non diceva nulla, non una parola. Era forse tornata in Svezia?
Me lo chiesi di nuovo.
Cosa la porta qui, se  lecito? Compare dal nulla, senza
preavviso. Non avr mica cominciato a fare affari con altri?
Avevo preparato una spiegazione al mio arrivo, ma in un
certo senso facevo fatica a mettere insieme le parole. Era presto
detto, chiarii, l'attach commerciale mi aveva sollecitato a partecipare
nelle prossime settimane a una serie di incontri, un accordo
amichevole con il governo di Washington, dissi, un gesto
di amicizia tra le due nazioni... Avevo in mente di cogliere l'occasione
per dare un'occhiata in giro a possibili affari... macchine...
cose elettriche... Lei potrebbe aiutarmi... Naturalmente
non mi passa nemmeno per la testa di saltare via lei per rivolgermi
ad altri.
Bene, si compiacque. Bene, cominciavo a preoccuparmi.
Sorrise e alz la tazza del caff a mo' di brindisi.
Gli affari esplodono, disse. Di certo se ne accorger.
Dopo la guerra c' molto ottimismo. Tutti vogliono diventare
ricchi e subito. Io non sono un'eccezione, amico mio. Non faccio
neanche finta di esserlo.
Scoppi in una risata, non l'avevo mai visto cos felice, evidentemente
stava facendo un sacco di soldi. Era sempre piacevole
parlare con Jones. Non era un uomo complicato. Proprio
quando gli stavo chiedendo della sua fidanzata, arriv il cameriere
ad annunciare una telefonata per lui alla reception.
Mi scusi un attimo. C' sempre qualcosa.
Mi accorsi che stavo sudando sotto la giacca e la abbottonai
per non lasciar vedere le macchie umide sulla camicia azzurra.
Bene, vecchio mio, mi disse al ritorno. Temo di dover
andare.  stato bello vederla. Rimaniamo in contatto. All'inizio
della prossima settimana vado a Chicago, ma poi, al mio ritorno,
ceniamo insieme.
Mi alzai per salutarlo.
Il suo matrimonio deve essere alle porte, osservai stringendogli
la mano.
La risposta mi parve non venire mai, ma era sempre la mia
immaginazione.
Agosto, mi disse infine. Sabato, 16 agosto. Ricever l'invito.
Stavo per chiedergli notizie della salute di Klara, quando mi
accorsi che non aveva fatto cenno alla sua imminente maternit.
Devo andare. Ci incontriamo al mio ritorno da Chicago.
Quando parte?
Luned.
Aspettai.
Aspettai la sua partenza.
Mercoled, gioved, venerd, sabato, domenica. A volte bighellonavo
dall'altro lato della strada, al riparo di un muro, all'angolo
opposto, sperando di scorgerla, ma non la vidi mai,
nemmeno loro due insieme. Giorni vuoti, notti lunghe, la luce
della luna che scivolava sui tetti come un gatto bianco, a volte la
pioggia.
Lo vidi partire il luned mattina. Aveva un abito giallo chiaro
e un cappello bianco. Aspettai cinque minuti, poi entrai nel palazzo.
In soggiorno c'era una nuova carta da parati, ma i mobili erano
identici. Alle sue spalle la finestra era semiaperta. Sul tavolo di
mogano tra le due finestre c'era un vaso grigio di opale con dei
fiori gialli che non conoscevo. La tappezzeria era azzurra. Il sole
la illumin un attimo poi spar dietro una nuvola.
Feci un passo verso di lei e mi fermai, le nocche appoggiate
sul tavolo levigato.
Non sei incinta.
Sorrise.
 per questo che sei venuto?
Ho avuto la lettera. Hai dimenticato quello che mi hai
scritto?
Pensavo che non saresti tornato mai pi.
Silenzio.
Ho avuto un aborto.
Si volse dall'altra parte. Io rimasi immobile.
Klara, dissi infine, mi hai scritto in febbraio. Se ero il
padre, saresti dovuta essere gi al sesto mese.
Me ne sono sbarazzata. Pensavo che non saresti mai pi
tornato... volevo... non puoi credere quanto io volessi...
Me ne stavo andando. Un secondo e avrei varcato la soglia,
preso l'ascensore fino all'atrio e via per la strada, un uomo libero.
Ma allora lei allung la mano a toccare la mia. Prima le dita,
timidamente, poi il braccio.
Pensavo di non vederti mai pi, disse.
Mi buttai nel vuoto. Caddi. E il sole brill sulla carta da parati
su di noi, mentre facevamo l'amore sul pavimento fresco.
Non credere che io non colga quanta ironia ci sia in tutto questo.
Sono disgustato dalla natura servile da cui sembro incapace
di liberarmi, questo bisogno di piacere a tutti. Il mio cuore
sussulta ancora quando lui mi chiama. Corro da lui lungo corridoi
freschi. Il modo in cui mi ha chiamato indica che  di cattivo
umore? mi domando salendo le scale di corsa e sperando di
non aver fatto nulla che lo abbia indisposto.
Ma io sono stato sempre cos. Quando presi per la prima
volta in mano le redini degli affari, tuo padre mi disse:
Kristjan, sei il solo responsabile. Sembra quasi che ti dimentichi di
non dover rendere conto a nessuno. Tu sei il capo. Non andare
a cercare l'approvazione di altri. In questo modo non combinerai
mai niente.
Non mi  mai piaciuto essere il capo, nemmeno per un minuto.
Di anno in anno il signor Hearst diventa sempre pi irragionevole.
L'altra sera al tramonto  andato a fare una passeggiata
per i viali vicino a casa, ha preso con s un libro e si  seduto
sotto una lanterna, su una panchina con vista sulla baia. La signorina
Davies stava riposando, era andata a stendersi quel pomeriggio,
dopo essere riuscita a impossessarsi di una bottiglia.
Come ce l'abbia fatta  al di l delle mie capacit di comprensione,
ma sembra essere diventata pi furba del solito. Il sole
era una palla rossa all'orizzonte, gli alberi allineavano la loro
ombra come guardie del corpo reali in servizio sulla terrazza
dove lui sedeva; era silenzioso, perso nei suoi pensieri, non mi
disse una parola quando mi allontanai. Spiai cauto dalla finestra
per vedere cosa stesse facendo e notai che aveva messo gi
il libro e la lente d'ingrandimento e sedeva del tutto immobile a
fissare il tramonto finch le guardie del corpo non si dissolsero
e il crepuscolo raggiunse la panchina su cui era seduto.
Quando rientr in casa mi chiam con l'interfono. Non mi
ero accorto che fosse rientrato.
Qualcuno ha colto una rosa dall'aiola di fronte a Casa del
Monte, disse.
Forse l'hanno mangiata i cani?
Sa bene che non sono stati i cani.
Ricrescer.
Ci sono delle regole. Voglio che scopra chi  stato e che lo
licenzi.
Che prepotente! mi dissi. Sai essere un tale mostro, quando
vuoi! E tutto per una rosa, che in ogni caso appassir, una delle
mille rose del giardino di casa. Invece replicai: Far del mio
meglio.
Senza indugio! Mi deve trovare il colpevole entro questa
sera.
Sapevo che doveva essere qualcuno che non conosceva le regole
del Capo. Anzi avevo gi una mia idea di chi potesse essere.
Nei due giorni precedenti, un nuovo assunto in uno dei suoi
giornali era stato utilizzato come corriere tra Los Angeles e San
Simeon, un ragazzo allegro, lo avevo notato mentre mostrava
alla cuoca la foto della sua ragazza.
Era arrivato presto quel giorno a portare giornali e film, e sarebbe
dovuto ripartire la mattina dopo. Lo chiamai da parte.
Immediatamente confess di aver colto la rosa all'inizio della
settimana, felicemente ignaro della terribile pena per quel crimine.
Gli dissi di non farne parola con nessuno e lo consigliai
di partire per Los Angeles quella sera stessa, invece di aspettare
il giorno dopo.
Volevo solo offrire una rosa alla mia ragazza, mi disse tremando.
Si chiama Rosa. Posso farle vedere la sua foto?
Partito lui, chiamai a raccolta la cuoca, la governante e il capo
giardiniere, e spiegai l'accaduto e gli ordini del Capo. Come
mi guardarono! Soprattutto lei. Che disprezzo sui loro volti!
Fa il suo sporco lavoro senza mai avere il fegato di avanzare
un'obiezione. Come se non ci fosse niente di pi naturale...
Solo il capo giardiniere si degn di parlarmi.
 folle, comment. Non potrebbe dire qualcosa al vecchio?
Stavo per perdere le staffe.
Perch non lo fa lei? domandai.  su in camera. Perch
non va su e non gli dice quello che pensa?
Silenzio.
Vuole una risposta per questa sera. Fareste meglio a muovervi.
Naturalmente non trovarono nulla e senza dubbio avrebbero
nascosto la verit se l'avessero scoperta.
Ma per tranquillizzare il Capo non ebbi il coraggio di non
fingere.
Ha scoperto chi ha strappato la rosa? mi domand mentre
li servivo a tavola quella sera.
No. Stiamo ancora indagando, gli risposi.
Sedevano uno di fronte all'altra alla lunga tavola nella grande
sala da pranzo; avevo apparecchiato nella sala pi piccola,
ma al Capo non era piaciuta l'idea. Sembravano cos minuti in
quella vasta tavola, sei sedie vuote da una parte e sei dall'altra;
lei inerte, inappetente, si limitava a giocherellare con la carne
nel piatto, spostava apatica dei piccoli bocconi con la forchetta,
solo pochi piselli arrivarono davvero alla sua bocca; lui invece
arpionava la carne, gli occhi prevalentemente bassi. Per i primi
minuti nemmeno una parola. L'unico suono nella stanza veniva
dall'argenteria. Tossicchiai e lui alz lo sguardo.
Questa carne non  buona, sentenzi. Dovrebbe rimanere
a frollare per otto settimane. Minimo. Dalle otto alle dodici.
Questa non  rimasta abbastanza tempo.
Era quasi mezzanotte quando il personale mi inform che la
sparizione della rosa era ancora un mistero. Il Capo e la signorina
Davies si erano seduti in sala di proiezione a vedere il nuovo
film di lei. L'avevano gi visto il giorno prima. Era stato stroncato
selvaggiamente dai critici; il Capo era furioso, la signorina
Davies aveva fatto ricorso alla bottiglia.
Entrai silenzioso nella stanza. La signorina Davies era assopita.
Il Capo non mi not finch non gli fui accanto.
Mi scusi, signore, esordii. Volevo solo comunicarle che
non riusciamo a trovare il colpevole.
Aggrott le sopracciglia e io mi aspettavo di essere aspramente
redarguito quando la signorina Davies disse, senza aprire
gli occhi: Va bene.
Colsi il momento opportuno.
Se non c' altro, vi auguro buona notte.
Mi congratulai con me stesso salendo in camera mia. Avevo
avuto la meglio questa volta; qualsiasi cosa si dicesse, non mi
ero arreso. Fu solo quando mi sedetti al tavolo e aprii la finestra
che mi resi conto di che razza di vittoria di Pirro si trattasse.
Salirono di l a poco. La signorina Davies and a letto, ma lui
entr nello studio. Io ero all'erta, ma alla fine mi addormentai.
Poco dopo le tre mi chiam. Balzai gi dal letto, mi infilai
pantaloni e maglietta e corsi nella stanza. Era steso sul sof nella
libreria gotica, con addosso una coperta.
Legga per me, Christian, mi disse. Non riesco a dormire.
Cosa vuole che legga?
Oliver Twist, l'inizio, proprio le prime pagine. Dovrebbe
bastare.
 il libro bruciato, gli feci presente.
Bruciato?
Vicino alla piscina, l'anno scorso.
Qualcos'altro allora. Qualsiasi cosa.
Gli lessi l'inizio delle Notti arabe. Come mi capitava spesso
prima, immaginai di leggere a un bambino. Sulla tavola dietro
di me ardeva una lampada, tutte le altre luci erano spente.
Quando mi alzai e uscii, era steso come morto sul sof, gli occhi
chiusi, la faccia lunga e pallida, come le teste marmoree delle
statue nel giardino.
Non so cosa mi stia succedendo ultimamente. Non ho nemmeno
avuto bisogno di riguardare la lettera che ti ho scritto ieri
per ricordare che razza di sciocchezze ci ho messo: quando mi
sono svegliato questa mattina, l'avevo in mente tutta, parola
per parola. Dovrai perdonare i miei deliri. Avrei dovuto essere
pi riflessivo nel parlarti di soldi. Molto pi riflessivo.
Ieri non ero del tutto in me, tormentato dal mal di testa e da
dolori allo stomaco, ma nonostante questo sono stato preso alla
sprovvista dalla mia stessa libert d'espressione. In effetti me
ne sono spaventato. Appena vestito, ho aperto il cassetto della
scrivania, ho afferrato la busta che conteneva la lettera (era sopra
tutte le altre lettere che ti ho scritto), l'ho stracciata e l'ho
buttata nel cestino.
Ora  tutto calmo, gli uccelli scherzano tra loro nella siepe
fuori dalla finestra. Ho il cuore leggero, ho dormito bene e ho
la sensazione che sar una bella giornata.
Per dire la verit non ho nulla di che lamentarmi. Non dovrei
nemmeno parlare del Capo come ho fatto nella lettera di
ieri. E un brutto modo. Pu darsi che non sia perfetto, nessuno
lo , ma io gli devo molto. Sta passando un momento particolarmente
difficile, sicch non c' da stupirsi che la sua condotta
a volte lasci alquanto a desiderare. Non devo irritarmene. E dovrei
stare molto pi attento a quello che ti scrivo. Dopo tutto
questo tempo, non dovrei perdermi a tracciare la mappa dei
miei alti e bassi di umore.
Mi meraviglio ancor oggi che lui mi abbia offerto questo lavoro.
Sono sicuro che uomini molto pi qualificati di me avrebbero
fatto carte false per averlo, eppure so che non aveva fatto
tale proposta a nessun altro. Ci eravamo conosciuti solo circa
due mesi prima; quando alloggiava al Waldorf chiedeva sempre
che fossi solo io a servirlo.
Il nostro primo incontro avvenne quando io mi recai nella
sua camera a portargli un t. Avevo preso servizio l da poco
tempo. Era solo. Erano le dieci di sera. Nel momento in cui
bussai alla porta, sentii che qualcosa non andava.
Appena entrato, mi accorsi che aveva dei conati di vomito.
Pensai che si trattasse di cibo avariato. Era sdraiato sul pavimento
del bagno in uno stato terribile, spaventosamente debole.
Chiamai immediatamente un medico, lo aiutai a guadagnare
il letto (era molto pesante gi allora), gli lavai la faccia con una
salvietta inumidita, gli feci indossare una camicia pulita. Il dottore
arriv circa dieci minuti dopo. Inzuppai d'acqua fredda un
panno, lo strizzai e glielo applicai sulla fronte. Bruciava, e nello
stesso tempo era scosso da brividi di freddo. Non avevo mai visto
nessuno cos malato da quando il nostro Einar aveva avuto
la polmonite. Ti ricordi come eravamo spaventati allora?
Da quel momento chiese sempre di me,e i miei compiti si ridussero
tutti all'occuparmi esclusivamente di lui quando era
ospite nell'albergo. E meno male, perch da allora non si  pi
preso un attimo di respiro. In quei giorni era pi felice di quanto
non sia ora e talvolta mi diceva, prima che gli augurassi la
buona notte: Un'altra giornata andata, Christian, e non ho vomitato.
Cerco di fare del mio meglio e per lo pi mi sento bene qui in
collina. Non ho di che lamentarmi, sono sano come un pesce,
grazie a Dio, e ancora agile di gambe. Ieri, lo riconosco, ho
scritto qualcosa a proposito del mio servilismo, ma la verit 
che solo il caso mi ha condotto a diventare cameriere al Waldorf
Astoria. Non avevo intenzione di fare per sempre quel lavoro
e senza dubbio sarei passato ad altro se il signor Hearst
non mi avesse fatto la sua proposta. Ma in quegli anni tutto era
cos sottosopra, e i giorni scivolavano nelle settimane e le settimane
nei mesi... Il tempo era una foglia sbattuta.
Ricordo bene l'espressione stupefatta del direttore dell'hotel
quando entrai nel suo ufficio.
Signor Benediktsson, disse, non pensavo pi di vederla.
Non ti nascondo che avevo fatto una bella bevuta, a pranzo,
per darmi coraggio, ma sono certo che non lo dessi a vedere in
alcun modo.
Sono venuto a pagare il mio conto, annunciai.
Era passato un anno da quando me n'ero andato dall'hotel
senza regolare il pagamento del mio ultimo soggiorno di sei settimane.
Ero sempre stato determinato a farlo; sai che non mi 
mai piaciuto dover soldi a qualcuno.
Alz le sopracciglia.
Sono felice di sentirglielo dire, mi disse invitandomi a sedermi.
Mi aspettavo che lei lo facesse, infatti.
Non posso fare a meno di sorridere, quando ripenso alla sua
reazione alla mia proposta.
Lavorare per pagare il conto? Lei? Cameriere qui?
Era un uomo notevole. Sebbene io fossi, credo, il solo del
personale che lui trattasse alla pari, era comunque un ottimo
capo per chiunque sapesse meritarselo. Avevo appena finito di
pagare del tutto il mio debito, quando il signor Hearst mi invit
a trasferirmi con lui in California e posso dire con un certo orgoglio
che al direttore spiacque perdermi.
In quel mio periodo di lavoro vidi Jones una sola volta; mi
dileguai prima che lui avesse il tempo di notarmi. Stava pranzando
con qualcuno in abito blu. Non vidi la faccia dell'altro.
Jones gli stava parlando.
Lei? Cameriere?
Naturalmente il direttore ci mise un po' a far combaciare la
faccia dell'uomo che gli stava di fronte con il signor Benediktsson
che era stato un cliente di una certa importanza per l'hotel.
Mentre gli stavo in piedi davanti, mi chiese: Dove  stato in
questi ultimi mesi, comunque? Abbiamo cercato di rintracciarla,
aggiunse. Abbiamo anche pensato che le fosse successo
qualcosa.
Esitai, poi gli dissi che ero stato a Sag Harbour, a Long
Island, che mi ero arrangiato.
Arrangiato?
Ritenni inutile fare l'elenco dei lavori avventizi a cui mi ero
sottoposto in quei mesi che preferivo dimenticare.
Ho lavorato in una fabbrica di esplosivi, dissi, per la pi
parte del tempo.
Bene, disse, e nel frattempo doveva aver considerato che
quello era forse il solo modo per cavare denaro da me.  una
buona cosa che lei sia tornato alla civilt. Le daremo un'opportunit.
Aprii la porta.
Circa due mesi fa qualcuno  venuto a chiedere di lei, mi
disse mentre stavo uscendo. Una donna. Ma non ha lasciato il
nome.
Non vi prestai molta attenzione, annuii solamente e dissi che
mi sarei presentato al lavoro il prossimo luned. Pi tardi, tornandoci
sopra, considerai che dovesse essere qualche amica di
Klara, del giro del teatro. Non avevo voglia di vedere nessuno
di loro.
No, non so proprio cosa mi sia successo ieri. Ma ora  passato
e ho di nuovo la mente sgombra, c' un buon profumo di
caff che viene su dalla cucina. Il giardiniere sta annaffiando la
terrazza, il sole brucia la pietra. Mi sento davvero bene.
Sar un'ottima giornata.
Sebbene non sappia come e quando tu l'abbia scoperto, ritengo
assolutamente giusto dirti quando mi resi conto che tu sapevi
che ti avevo mentito circa la mia istruzione.
Ricordo quanto fossi felice quel giorno. Era la primavera del
1915; non avevo ancora cominciato i miei viaggi negli Stati Uniti.
Da anni lavoravo sodo ad assicurarmi contratti di esportazione
di pesce salato in Spagna e solo quella mattina avevo ricevuto
dai miei clienti di Barcellona la conferma che avrebbero
firmato il contratto e me lo avrebbero rispedito. Era un grande
sollievo, dal momento che avevo gi fatto investimenti per
adempiere i miei obblighi, secondo gli accordi presi.
Dio, com'ero felice! Quei contratti erano un vero giro di
boa. Infine mi sentivo libero dai fardelli che avevo ereditato da
tuo padre. Dissi a Stefan che dovevamo prendere una pausa,
sebbene fossero appena passate le undici, e andare a fare un giro
al porto, cosa che faceva piacere a tutti e due, prima di fare
un pranzo lussuoso all'hotel Islanda. Non era un sollievo da
poco nemmeno per lui, era informato degli impegni che avevo
preso e, essendo per natura prudente, riteneva che avessi fatto
un passo piuttosto azzardato.
Avevamo appena raggiunto l'angolo della strada, quando mi
imbattei in Svensen che usciva dalla drogheria. Eravamo in ottimi
rapporti, sebbene non ci fosse una grande frequentazione;
era una brava persona e il figlio maggiore aveva lavorato per
me, sulle mie barche, durante l'estate, nel periodo di vacanza.
Grazie dell'aiuto, mi disse Svensen stringendomi la
mano.
Pensai che si riferisse al posto sulla barca per suo figlio, ma
per fortuna lui si spieg meglio, prima che io potessi fraintendere.
Senza dubbio la sua referenza ha avuto un bel peso. E stato
accettato al college.
Quel che scoprii dopo una breve chiacchierata con Svensen
fu che l'inverno precedente era andato a casa mia a chiedere
una lettera di presentazione per il suo figlio pi piccolo, che
aspirava a entrare alla facolt di economia di Copenaghen, dove
sapeva che mi ero laureato. In quel tempo ero in Spagna e
sarei tornato circa due settimane dopo. Tu promettesti di riferirmi
la cosa, prendesti nota di dove e a chi io stesso avrei potuto
mandare la lettera e lo assicurasti che io volentieri avrei inoltrato
le dovute referenze.
Al momento di separarci mi diede una vigorosa stretta di
mano e mi ringrazi di nuovo; Stefan e io proseguimmo verso il
porto. Il buon umore che mi aveva schiodato dalla sedia pochi
minuti prima si era dissolto e, quando raggiungemmo il molo,
tutto quello che avrei voluto sarebbe stato saltare su una delle
navi all'ancora e sparire.
Era una pura coincidenza che, proprio nel giorno in cui pensavo
di aver salvato la societ che tuo padre stava portando alla
bancarotta, io scoprissi che tu eri al corrente della bugia con
cui avevo cercato di sembrarti pi interessante di quanto davvero
non fossi? Di nuovo venivo messo al mio posto. Avevo un
bel lavorare come un matto, dedicarmi giorno e notte a salvare
quel che la tua famiglia aveva dissipato, ma quando si arrivava
al dunque io continuavo a non essere altro che un ragazzo di
campagna, rozzo, ingenuo, utile, ma non certo alla tua altezza.
E tu volevi risparmiarmi l'affronto di questo fatto, perch sapevi
che avrebbe messo in crisi la finzione su cui si basava il nostro
matrimonio.
Eri convinta che non lo avrei mai scoperto? Non lo so. Forse
non ci hai nemmeno mai pensato, forse non ti importava niente,
forse credevi che il meglio fosse che lo venissi a sapere cos.
Inutile che ci provi, non arriver mai a capire quello che pensi.
Non eravamo mai sullo stesso piano, Elisabet. Nemmeno
quando facevamo l'amore. Anche allora, era come se tu dovessi
tenere tranquillo un bambino.
Attraverso la strada sventolavano panni stesi tra le scale di
emergenza del quarto piano, ma lui, lo sguardo fisso fuori dalla
finestra, non ci fece caso. La strada si stava svegliando, ma lei
ancora dormiva. Avevano fatto tardi la sera prima. A ballare.
Avevano bevuto pi del solito. Si muoveva inquieta nel sonno,
ma non ne emergeva. Lui continuava a fissare oltre la finestra,
cercando di immaginare i sogni di lei.
La guerra era finita. Si accorgeva anche lui del cambiamento
che prendeva piede in citt. I ricevimenti erano pi sfarzosi, il
passo pi veloce. E gli affari esplodevano. Il mercato azionario
era in gran fermento. Di colpo tutti avevano azioni che sembravano
solo crescere di valore. Alle feste la gente confrontava di
quanto il suo pacchetto azionario fosse salito dall'ultima settimana,
dal giorno prima, dalla mattina. Senza nemmeno muovere
un dito. Su del dieci per cento. Del venti per cento. E le gonne
ugualmente si alzavano dalla caviglia al ginocchio.
Eppure lui non sembrava interessato a partecipare al boom.
Dava un'occhiata distratta alle ultime novit pubblicizzate sul'
mercato, ma non gli succedeva di avventurarsi nel commercio
di queste cose e nell'importazione in Islanda. Non gli veniva in
mente di entrare nella mischia, e non cercava nemmeno di capire
la causa di tanta indifferenza; ma seguitava, una sera dopo
l'altra, ad andare alle feste con Klara, andare a letto tardi, non
fare niente di pratico nella confusione di quel via vai di affari. A
volte, dopo mangiato, spariva per due o tre ore. Quando lei gli
chiedeva dove fosse stato, rispondeva sempre allo stesso modo:
in biblioteca a dare un occhio ai giornali. Tralasciava di dire che
passava la pi parte del tempo a documentarsi sugli uccelli.
Tutte le specie di uccelli. Specialmente le pi esotiche.
L'hotel era poco costoso, ma pulito, una settimana costava
come una notte al Waldorf Astoria. Da cui erano andati via due
settimane prima. Lei aveva il dubbio che le ultime settimane al
Waldorf non fossero state pagate - almeno la partenza frettolosa
le aveva dato quell'impressione. Lui aveva portato via le valigie
una a una, con grande discrezione nel corso di parecchi
giorni e, quando uscirono dalla porta principale per l'ultima
volta, lui scherz come al solito con i portieri, facendo loro scivolare
in mano una mancia e domandando se gli garantivano
che sarebbe stata una bella giornata. Era chiaro che lo amavano.
Si rendeva popolare ovunque. Raramente era di cattivo
umore; sebbene i suoi occhi avessero una strana espressione
quando aveva bevuto un po'. La sera prima aveva insistito per
presentarla ad alcuni svedesi che aveva conosciuto al bar, sebbene
sapesse perfettamente che lei non aveva mai voluto mischiarsi
con i suoi compatrioti.
Klara, non fare cos, le disse. Potrebbero conoscere tuo
zio. Dicono di venire da un'antica famiglia svedese. Da Stoccolma,
mi pare che abbiano detto.  gente divertente.
No, gli aveva risposto. Non voglio incontrarli. Perch
insisti? Sai che non voglio.
Pensavo che ti avrebbe fatto piacere. I tuoi compatrioti...
di una famiglia antica come la tua. Te lo suggerivo solo per farti
piacere...
Aveva una strana espressione negli occhi mentre le diceva
queste cose, come se i pensieri non collimassero con le parole.
Lei fece per andarsene, quando lui d'improvviso la circond
con le braccia.
Senti... senti cosa suonano? le disse. Su, andiamo a ballare!
Non lo aveva mai visto perdere le staffe. Sembrava incapace
di litigare e sapeva che avrebbe mentito pur di evitare una discussione.
Ecco perch faceva fatica a credere che fosse davvero
andato da Jones una settimana prima, quando lui aveva scoperto
la loro relazione.
Cosa ti ha detto? Era stata la prima reazione di lei.
Non importa, aveva risposto Kristjan.
Lei non aveva pi visto Jones da quel momento; quando era
tornata a casa quella sera e aveva trovato le proprie valigie all'ingresso.
Le aveva aperte nella stanza di Kristjan, al Waldorf
Astoria appena arrivata. L'aveva sorpresa la cura con cui la sua
roba era stata sistemata. Senza dubbio lui, personalmente, aveva
preparato i bagagli. Camicie e bluse in una valigia e accanto i
vestiti; i cosmetici in una borsetta nella seconda valigia insieme
alle scarpe; biancheria, sciarpe e ninnoli nella terza. Tutto perfettamente
impacchettato, e non mancava nulla, tranne la collanina
che lo zio le aveva regalato per la cresima. Il facchino caric
le valigie su un taxi. Lei fil via; Kristjan intu quanto fosse
sollevata dal non dover vedere in faccia il suo amante, il precedente
amante.
Kristjan era inquieto quella notte, camminava avanti e indietro
silenzioso. Quando sal da lui gli butt le braccia al collo,
ma lui la respinse. Gentilmente, ma la respinse. Lei croll. Pens
di averli persi entrambi.
Non ti importa un cavolo di me. Sei solo preoccupato di
quello che pensa di te. Questo  quello che ti importa. Non
puoi sopportare di non essere amato, tu...
Invece di sedersi al suo fianco, continu a camminare avanti
e indietro e si ferm solo per dirle, in piedi davanti alla finestra:
Non dire cos, Klara tesoro, non dire cos, e la mente era altrove.
Fu allora che lei infine smise di piagnucolare e disse in un
sussurro: Sono in ritardo di due mesi.
Non credette che Kristjan fosse andato a parlargli finch, il
giorno dopo, non ricevettero la collanina.
Cosa ti ha detto?
Niente.
Niente? Deve averti detto qualcosa. Perch dici che non ti
ha detto niente?
Nei miei riguardi  stato molto pi corretto di quanto non
mi aspettassi.
Non  una risposta. Deve averti detto qualcosa.
Mi ha detto che avrebbe fatto in modo di trovare la collana.
La collana? Dovete aver parlato di ben altro che di questo.
Faceva caldo nell'ufficio. Jones era in piedi vicino alla finestra
aperta. Sul tavolo erano impilati fogli e documenti. Tutto pareva
in ordine. Ripul il davanzale dalla polvere e se la soffi via
dal dito, fuori della finestra. Aveva un abito chiaro e una cravatta
gialla, i capelli pettinati indietro, il volto arrossato dal sole.
Kristjan prese una sedia di fronte alla scrivania.
Non capisco perch lei sia qui. Dovrebbe sapere che mi fa
schifo. Ma sono perfettamente calmo. Guardi... E tese le mani
con il dorso verso l'alto. Perfettamente salde... nessun tremore
o brivido. Voglio solo che lei veda che io sto perfettamente,
prima di dirle che certe persone si sono messe in contatto con
me. In modo che lei non possa pensare che  stato un momento
di rabbia, un attacco che mi passer. Fred O'Connor - mi pare
che lei conosca questo nome - e William Green. O era Gray?
Non mi ricordo e comunque non importa. Mi hanno detto che
aveva parlato con loro. Le occorreva un agente perch aveva in
mente di avviare degli affari con la Svezia. La Svezia... Christian,
le deve proprio mancare una rotella. Non le  venuto in
mente che mi avrebbero consultato? Non ha pensato che loro
sapevano che io ero il suo agente? Li ho messi sull'avviso sul
suo conto. Ho detto che non paga i debiti - non dica niente, so
che non  vero del tutto - e che  disonesto e subdolo. Il che 
certamente vero.
Volevo dirglielo io, personalmente, non avevo intenzione
di agire alle sue spalle. Voglio che lei sappia che user ogni
mezzo per ridurre la sua vita a un inferno.
Kristjan era seduto immobile, ma gli occhi seguivano l'avanti
e indietro nervoso di Jones. Che infine smise di parlare e abbozz
un sorriso.
Non posso farne a meno, anche se so che mi ha fatto un favore,
ora che  tutto chiaro. Si figuri se l'avessi sposata! Sposato
una puttana. Mi ha salvato, in un certo senso. S, forse dovrei
esserle grato, Christian Benediktsson, il Barone d'Islanda. State
bene insieme voi due.
Kristjan si alz in piedi.
Manca una collana che ha un grande valore per lei.
Una collana?
Kristjan si port automaticamente le mani al petto.
Ah, dallo zio... il conte?
S, a quanto pare gliel'aveva regalata lui per la cresima.
Scommetto che erano nella casa di campagna, quando
gliel'ha data.
Che cosa?
E scommetto che sua sorella Inga era appena morta. Finita
tra le ninfee.
Si chiamava Lena.
Davvero, ha cambiato anche il nome?
Silenzio.
Ce l'ha ancora? La collana?
Jones si distolse dalla finestra, and verso la scrivania e
guard Kristjan dall'alto al basso per un momento.
Mi sta dicendo che non lo sa?
Non so che cosa?
Avanti. Non lo sa?
Non so di che cosa lei stia parlando.
Non sa che sono tutte bugie? Tutte storie. Suo zio il conte,
la casa di campagna, i servi, Inga o Lena o come diavolo si chiamasse,
il proprietario terriero che la corteggiava - di lui non le
ha mai parlato? Un sacco di frottole dall'inizio alla fine. Mio
Dio, non ne ha idea!
Il vento leggero agitava i fogli sulla scrivania dietro di lui.
Appoggi un fermacarte sul mucchio, ma lasci la finestra
aperta.
Fu una volta che venni in contatto con un tale conosciuto
all'ambasciata di Svezia. E figlia di un manovale. Sua madre
mor giovane. Il vecchio  morto poco tempo fa. Sono tutte
frottole. Per conto mio, pu tenersi i suoi sogni quanto vuole: 
quello che mi sono detto quando ho saputo la verit. A me non
costa nulla...
La sua segretaria buss alla porta e mise dentro la testa.
Sono qui, disse. Stanno aspettando.
Christian se ne va. Sta uscendo.
Il giorno dopo un corriere port la collana. Era in una scatoletta
chiusa da un nastro. Scatola e nastro erano bianchi. Il pacchetto
era indirizzato a Kristjan. I miei rispetti al conte, diceva
il biglietto di accompagnamento.
D'estate, quando fa molto caldo, mi muovo con lentezza nelle
ore del mezzogiorno. Cerco di organizzarmi in modo da rimanere
in casa quando il sole  allo zenit e mi riparo all'ombra se
sono fuori. Indosso in genere un abito scuro, perch il Capo
non ama vedermi in maniche di camicia durante il giorno. Eppure
ho la faccia abbronzata e non nego che qualche volta mi
piacerebbe togliermi la camicia e prendere il sole sulla pelle.
Ma questo non  decoroso, tranne che non abbia in mano un
martello o una vanga e dia una mano agli operai. Lo faccio a
volte, quando il Capo non c', quando ho pi tempo per me; mi
piace sudare al caldo facendo dell'esercizio fisico. E l'odore
della terra, del legno, della pietra non ha mai smesso di gratificarmi.
Mi sento meglio nel tardo pomeriggio. In effetti  curioso
quanto io abbia preso ad attendere con ansia il tramonto, quando
il giardiniere finisce di bagnare le terrazze attorno alla casa.
Se non ci sono n il Capo n la signorina Davies, colgo l'occasione
per sedermi su uno sgabello al mio balcone e guardo il
selciato secco. Nel corso degli ultimi giorni il capo giardiniere
ha dato l'incarico a un giovanotto. Non l'ho mai visto prima,
ma  svelto e scrupoloso.  cos preso dal lavoro che non si 
accorto di me sul balcone. Ho cercato di non fare rumore, ho
posato con cura la tazza del caff sul piattino, ho fumato una sigaretta
nell'attesa del tramonto e ho guardato gli anelli di fumo
che si svolgevano nell'aria come i fantasmi di un sogno. Non
penso a nulla, la mente  vuota e mi sento assolutamente bene
in questi momenti sul mio balcone, quando luce e tenebra si incontrano
e i fiori chinano la testa alla notte incipiente.
Tiene gli occhi fissi a terra: piccolo, scuro, probabilmente
viene dal Messico. Maneggia la manichetta con destrezza, la
tiene a un livello costante di pressione, sicch  un piacere sentire
la caduta dell'acqua sulla pietra. Devo scoprire chi , mi dico,
e me lo annoto mentalmente, perch d'istinto mi piace questo
ragazzo scrupoloso.
L'odore della pietra sale fino a me quando l'acqua evapora
dalla terrazza. Il ragazzo  andato e il buio si arrampica sugli alberi
dall'altro lato del sentiero, prima di sistemarsi sul fianco
della montagna. Dal mio balcone non vedo l'oceano, ma so che
c'. Sono solo. Tutto  calmo. Gli occhi mi si chiudono, immaginando
che le impronte dei passi di tutti quelli che hanno camminato
sulla terrazza quel giorno salgano come vapore fino a
me nel tepore della sera.  come se sentissi quello che  passato
nelle loro menti e nei loro cuori mentre camminavano qui a
grandi passi, le ragazze delle cucine, gli operai, il fattorino che
ha portato i viveri in collina sul suo carretto. Non vedo le loro
facce, ma ne sento le voci, sono sempre allegre e non dicono
nulla che possa turbare la mia mente.
Mi diverto cos, mentre il buio avanza, l'acqua asciuga sulla
terrazza e la terra si prepara al sonno. I miei pensieri sono come
uno specchio d'acqua tranquillo, anche quando sento che Klara
lo attraversa. Ci sono abituato e ormai non reagisco pi con
spavento, come facevo le prime volte che avvertivo la sua presenza.
Oggi sono sempre io a sussurrare per primo qualcosa, a
raccontare le storie di quando lei era piccola, come quando stava
morendo. Lei mi ascolta, s, sono sicuro che  l e mi ascolta.
Poi svanisce, e io mi alzo e la notte scende su di me come un'assoluzione.
Persi completamente il controllo. I giorni, le notti, le settimane,
tutto era un unico amalgama; facevo del mio meglio per buttare
via il tempo, come se sapessi che la sventura ci stava aspettando,
qualsiasi cosa io facessi. Il denaro che avevo portato con me
dall'Islanda si dissolveva, ma non me ne davo pensiero. Non mi
venne mai in mente che avrei dovuto pensare al futuro; lasciavo
crescere i debiti e il denaro mi scivolava tra le dita. Che io ne
avessi la deliberata intenzione perch le cose finissero come sarebbero
finite? E una domanda che qualche volta mi sono posto
e che mi ha raccapricciato.
Ma perch ti dico queste cose, Elisabet? Perch non ti parlo
d'altro, degli uccelli sugli alberi, fuori dalla finestra, del mare,
del sole, di qualcosa che ti rallegri e ti diverta, qualcosa che tu
possa leggere ai ragazzi? So che  quello che dovrei fare, ma
non posso, forse non so nemmeno pi se sto scrivendo a te o a
me stesso.
Fu una lunga estate. Il tempo non passava mai. Il mio corpo
madido di sudore nel caldo d'agosto e i miei pensieri in agguato,
quando sobbalzavo risvegliandomi dopo le feste e le bevute.
Le pale sul soffitto giravano, roteando la loro ombra su di noi
stesi a letto. L'orologio rintoccava e il pendolo oscillava, ma il
tempo rimaneva immobile. Mi addormentavo prima dell'alba.
Lei si agitava inquieta. La finestra aperta. E un gonfiore, un piccolo
gonfiore si cominciava a formare sul suo ventre.
Non sono mai stato un gran bevitore, ma quell'estate non
pass un giorno senza che mi lasciassi andare. Ci svegliavamo
tardi, di solito in cattivo stato dopo gli stravizi notturni, lei non
meno di me. Era difficile mandare gi il primo boccone, uova e
bacon che innaffiavo di birra fresca. Lei beveva un caff. Si accendeva
una sigaretta. Seduti in silenzio, aspettavamo che i postumi
passassero.
Non si parlava mai di Jones ed evitavamo i ristoranti o i luoghi
in cui ci saremmo potuti imbattere in lui. Mantenne la promessa
di distruggere la mia reputazione e non gliene voglio. La
gente che frequentavo prima mi evitava; ora erano soprattutto
le ragazze del variet e i loro compagni a far parte delle nostre
nottate.
Lei si appisolava nel pomeriggio, mentre io in genere andavo
alla biblioteca della Quarantaduesima strada ad ammazzare
il tempo. Alle cinque tornavo e facevo il bagno. Mi versavo un
bicchiere di whisky - il primo sorso era una vera medicina per
l'anima. Alle sette andavamo al bar o quello gi in strada o all'angolo
tra la Quinta e la Ventesima. Mandavo gi un bicchiere
d'acqua per calmare la sete prima di ordinare un martini
ghiacciato con oliva. Poi veniva notte.
Un'altra mattina. Un altro giorno.
Tornarono all'hotel che era notte fonda. Lei inciamp in un tavolino
vicino alla porta, lui la sostenne prima che cadesse. Lei
rise, canticchi. Le chiuse le labbra con un dito. Sstt, sussurr.
La gente dorme. Non voleva lasciarlo, e si trascin sul
letto, stesa sulla schiena.
Vieni, gli disse. Prendimi.
Si tolse la giacca e allent la cravatta. Rideva lei, gli occhi fissi
nei suoi, mentre si sollevava il vestito sui fianchi. Le si sdrai
sopra. Le sollev ancora di pi l'abito per scoprirle i seni e allora
vide il gonfiore. Fu come vederlo per la prima volta.
Qualcosa non va? gli domand.
No.
Perch ti sei fermato?
Ho bevuto troppo.
Dimmi cosa non va.
Niente. Niente.
Eppure non riusciva a distogliersi dal gonfiore che gli sfiorava
la pancia quando si stendeva su di lei, un monticello come la
curva della luna nuova in un cielo di primavera.
Non mi vuoi.
Non cominciare.
Perch sono incinta. Ti sei fermato appena mi hai toccata.
Lui si alz in piedi.
Non ricominciare, le disse, siamo stanchi tutti e due.
Cerchiamo di dormire.
Lo respinse.
Ti prego, non fare cos, le disse.
Non voglio il bambino, disse lei.
Non ricominciare.
Lo so che tu ci lascerai. Come hai fatto con tua moglie e i
tuoi quattro bambini.
Rimase sveglio tutta la notte. Sapeva che anche lei non stava
dormendo. Eppure non disse nulla, rimase disteso con gli occhi
chiusi.
Fecero colazione con uova e bacon. Lei bevve il caff. Fuori faceva
caldo ed era afoso, e stava cominciando a piovere. Il caff
di sotto aveva i tavolini fuori e loro si sedettero sotto il tendone;
era verde e le tovaglie bianche sui tavolini prendevano anche
loro una venatura verde quando il sole ci batteva sopra. Ma ora
pioveva e un soffio di vento strapp via la tovaglia e le foglie
presero ad agitarsi. Erano i soli fuori, tutti gli altri avevano gi
fatto colazione e se n'erano andati. Dapprima la tenda li ripar,
poi si intrise e inzupp anche loro. Ma rimasero l, senza un gesto.
Lei fissava il vuoto; il caff era diventato freddo e lui si accorse
del gesto involontario della mano di lei che passava e ripassava
sulla pancia, cercando di premere. Lo faceva sempre
pi spesso, premeva le mani sul gonfiore e lo spingeva in dentro.
Gli dava le spalle nel farlo.
Lui sent che la sventura era al loro fianco. Gli sembrava di
essere staccato, altro dal suo corpo e lo guardava volare sopra
di loro in un soffio di vento. Cerc di distogliersi, ma non ci riusciva.
Infine le prese la mano. Era fredda e inerte. Le disse qualcosa
per confortarla. Qualcosa sul tempo. Ma non funzion, nulla
pi funzionava, era tutto finito.
Il giorno che andammo dal dottore venne bello al pomeriggio.
Durante la mattina aveva piovuto, ma alla fine si ripul e un'arietta
gradevole le carezzava le guance quando uscimmo all'aria
aperta. Aveva i capelli raccolti in una crocchia sulla nuca, ma
un ricciolo era sfuggito e le ciondolava sul viso. Mi lasci la mano
e si ferm per aggiustarlo dietro l'orecchio, ma le sfugg di
nuovo. Sorrise come per darsi coraggio. Le sorrisi a mia volta.
Era pallida e con gli occhi segnati; portava al collo la sciarpa azzurra
che le avevo regalato per il compleanno. Il dottore le aveva
raccomandato di non mangiare nulla la mattina, e le era stato
facile, aveva poco appetito. Il vino bianco che aveva mandato
gi prima che uscissimo aveva fatto subito effetto a stomaco
vuoto, e le pareva quindi di sentirsi molto meglio.
Era al quarto mese. Il dottore glielo avevano raccomandato
due sue amiche del teatro e l'avevano accompagnata loro la prima
volta. Era caro ma bravo. Non un ciarlatano, ma un diplomato
alla scuola di medicina di Boston, il diploma era appeso al
muro insieme ad alcune sue foto in camice bianco di quando lavorava
all'ospedale di New York. Ora si era ritirato.
Una donna di mezza et ci accolse a casa del medico. Piccola
e magra, cominciava a ingrigire. Era gentile e prese Klara sotto
braccio, aiutandola poi a levarsi il soprabito. Pagai. Klara aveva
ancora la sciarpa al collo. Nella stanza accanto c'era il quadro
di un vaso di fiori con accanto delle mele, sul pavimento un
tappeto persiano. Da qualche parte in casa c'era una radio accesa
e arrivavano fino a noi, nel silenzio, delle note in sottofondo.
Mozart, pensai, ed ebbi un sussulto.
Le assi del pavimento scricchiolavano mentre scendevamo
nel seminterrato. Mi precedevano. Klara si volse indietro almeno
due volte mentre scendeva le scale, per assicurarsi che non
fossi svanito nel nulla. Fu allora che mi resi conto di colpo di
quanto fosse giovane. Era la prima volta che lo notavo. Ne fui
sbigottito. La paura le aveva ripulito la faccia da ogni possibile
maschera e gli occhi erano fissi su di me, grandi e marroni sul
volto pallido. Le sorrisi, ma avevo il dubbio, nel farlo, che il
mio sorriso non fosse altro che una smorfia.
Avrei potuto convincerla a cambiare idea?
Non voglio questo bambino, aveva detto. Non ne voglio
pi sapere.
Sei sicura? le avevo chiesto. O forse avevo detto: Non
devi farlo a causa mia. Le avevo detto cos? Le avevo detto
che avrebbe dovuto avere il bambino e che gli avremmo preparato
una bella casa e l'avremmo coccolato come la pupilla dei
nostri occhi? Che cosa le avevo detto? Cosa esattamente le avevo
detto?
Per quanto ci provi, non riesco a ricordarmelo. Eppure sarebbe
importante. Come se le mie parole contenessero una
chiave di lettura. Le mie parole e il tono della voce. Quello che
dissi e quello che non dissi.
Cerco forse di darmi pace, quando mi sveglio nel cuore della
notte e cerco di ricostruire la nostra conversazione? Sto cercando
una via di fuga? Non ne so davvero niente. Eppure rimango
sveglio ad ascoltare le sfumature di una voce di tanto tempo fa,
cercando di ricostruire un quadro nello specchio della mia memoria.
La donna la condusse nella sala operatoria e mi fece cenno
di aspettare fuori. Klara aveva messo in una borsa un cambio di
vestiti prima che uscissimo e l'appoggiai sul pavimento al mio
fianco. Mi venne in mente che forse ne avrebbero avuto bisogno
di l, mi alzai e stavo per bussare alla porta, quando la donna
mise fuori la testa e me li chiese.
Ci vorr molto? domandai.
Non molto.
Lei...
Sta bene. Si sieda.
Rientr. Mi sedetti poi mi rialzai e cominciai a camminare
avanti e indietro.
Nelle ultime settimane tutte le mattine, svegliandosi, mi faceva
sempre la stessa domanda. Cominciai a chiedermi cosa ci
fosse sotto. Kristjan, mi chiedeva, sono stata sonnambula
questa notte? e, quando le rispondevo di no, aggiungeva:
Bene, bene. Lena non mi ha chiamata.
La luce si infiltrava dalle scale dal piano di sopra e ricordo
che desiderai di essere di nuovo fuori al sole. Dalla sala non
sentivo nulla. Tutto tranquillo.
Infine la donna usc.
Sta rinvenendo.
Com' andata?
Bene, si sta riprendendo.
Rimase silenziosa, poi aggiunse:  il secondo in poco tempo.
Dovreste stare attenti a quello che fate.
Posso entrare?
Preferisce che lei lo aspetti qui. Sar pronta tra un minuto.
Ed  andato tutto bene?
Tutto bene.
Il dottore doveva essere uscito da un'altra parte. Infine pensai
che doveva essere lui ad aver riacceso la radio da qualche
parte di sopra. I suoni si perdevano gi dalle scale e a me non
arrivava che una vaga eco. Ne fui sollevato.
Volevo dirle qualcosa di confortante quando lei comparve,
ma non ne fui capace. La donna la sosteneva. Era malferma sulle
gambe e le tremavano le mani. Stavo per abbracciarla, poi
esitai per la paura di farle male. Le appoggiai invece una mano
sulla spalla, lievemente, e ce la lasciai per un momento, quindi
la seguii sulle scale.
La strada era deserta. Ci infilammo in un taxi e raggiungemmo
l'albergo senza dire una parola.
Il medico le aveva ordinato riposo per qualche giorno. Tornammo
all'hotel e lei si stese a letto. Fu come passare da un sole
scintillante a una cantina; scostai le tende e aprii la finestra, poi
mi spostai verso il muro su cui cadeva un'unghia di luce e ci
passai sopra il dito. Respirava a fatica. Si addorment. Il pavimento
era in piena luce ma sul letto c'era penombra. Ero come
su una scacchiera, una pedina sul piano degli scacchi.
Verso sera le venne la febbre. Sudava e le asciugai la fronte
con un panno umido e la spogliai. Si era sdraiata completamente
vestita, al risveglio voleva uscire.
Pi tardi faremo due passi, aveva detto. Verso il parco.
Ci sediamo su una panchina e guardiamo il mondo che va avanti.
Sento che ora tutto sar come prima.
La spogliai. Aveva il corpo sudato e caldo, eppure tremava.
Il suo ventre era ancora lievemente rotondo, ma pi piccolo di
prima. Mi sentii male nel guardarla.
Taceva. La sistemai semisdraiata e le porsi dell'acqua. Mi
chiese di versare l'acqua sul palmo della mano e di farla bere da
l. Le tende oscillavano nella brezza della sera e spandevano su
di noi il buio viola. Finito di bere, fiss la luce morente per un
attimo. Aveva il volto pallido e indifferente all'ombra azzurra
della sera.
Stammi vicino, disse, ho paura.
Sono qui.
Sempre?
Sempre con te.
Ho cos paura. Mi sento male.
Passer. Riposati. Pensa a qualcosa di bello.
Si stese e chiuse gli occhi.
A cosa devo pensare?
Qualcosa che ti faccia felice.
Le carezzai la fronte. Si stese immobile.
Sai a cosa sto pensando?
No.
Sto pensando a te. Sto pensando a te che pensi a me. Vero
che  bello?
S,  bello. E ora dormi. Andr tutto bene.
Mi preoccupai che non avvertisse la paura che trasudava
dalle mie mani mentre la sfioravo. Tolsi la mano. Si appisol.
Quando fui sicuro che era addormentata, uscii. Non avevo
mangiato dalla mattina ed erano le nove. La notte era luminosa.
La luna stagliava dei bagliori sulle case accanto al parco in fondo
alla strada, ma la luce era stata inghiottita dal mare di foglie
del parco stesso. La gente si muoveva tranquilla nel buio quieto,
alcuni passeggiavano mano nella mano sui sentieri, si sedevano
su una panchina di un vialetto laterale e si appoggiavano
l'uno all'altra. Il fumo delle sigarette si srotolava nell'alone delle
lampade della strada.
Prima, quando faceva troppo caldo per dormire, a volte tenevamo
la finestra aperta e ci stendevamo sul pavimento sopra
la coperta. Era bello fare l'amore nella brezza tiepida. Poi giacevamo
fermi, ad ascoltare il cuore che riprendeva il battito regolare.
Una volta, al risveglio trovammo un piccione appollaiato
sul davanzale. Mi stupii, aprendo gli occhi, ed ebbi un sussulto.
Ma l'uccello non si mosse; un piccione bianco con una
macchia nera sulla testa. Mi guardava, e quando Klara si svegli
mi sussurr che era un buon segno. Rimanemmo immobili finch
l'uccello non vol via. Era cos vicino che sentii lo spostamento
d'aria delle sue ali sul mio petto, quando prese il volo.
Aveva lasciato una piuma sul davanzale e Klara la tenne come
ricordo.
Mangiai una zuppa con del pane nella piazza all'angolo e
bevvi del vino rosso. Non stetti via molto, una mezz'ora non di
pi. In un sacchetto portai qualcosa da mangiare, nel caso a
Klara fosse venuta fame.
Quando entrai, lei era stesa sul pavimento tra il letto e la
porta. Gemeva.
Dov'eri?
Cercai di sollevarla. Era un peso morto. La trasportai sul letto.
Non mi lasciava, le braccia strette al mio collo.
Ho pensato che mi avessi lasciata.
Ma come puoi pensare una cosa simile? Sono uscito a
mangiare qualcosa. Ne ho portato anche per te.
Pensavo che te ne fossi andato.
Non ti lascer mai.
Mai?
Mai e poi mai.
Me lo prometti?
Te lo prometto.
Cercai di convincerla a mangiare qualcosa, ma non ci riusciva.
Aveva le labbra secche e bianche e le passai sopra un dito
bagnato, perch lei diceva di non volere niente da bere. Le sussurrai
che sarei sceso a chiamare un dottore.
Non lasciarmi.
Torno in un attimo.
Era troppo debole per parlare, ma i suoi occhi mi seguirono
fino alla porta.
Venne dopo un'ora. Si era portato una valigetta nera, era
calvo, ma sembrava pi giovane di quanto non mi aspettassi.
Rimasi al suo fianco durante la visita. Pareva nervoso. Lei
farfugliava qualcosa e lui mi chiese se capivo quel che stava dicendo,
ma anch'io non distinguevo le parole.
Cosa non va? chiesi. Cosa succede?
Mi fece segno di seguirlo in corridoio. Non c'era nessuno in
giro. Accostai la porta dietro di noi. Il tappeto era verde, rattoppato
qua e l.
Ha un'infezione in corso, disse. Sta molto male.
Cosa si pu fare?
Esitava.
Dovrebbe essere ricoverata.
Dove?
Nomin un collega che avrebbe dovuto chiamare per aiutarlo.Stava gi pensando a come salvarsi la reputazione. Glielo
lessi negli occhi, piccoli e sfuggenti. Compresi che quella era la
sua prima preoccupazione e di colpo persi il controllo.
Lo afferrai per la collottola. Non se l'aspettava. Lo afferrai e
lo scossi, ma senza colpirlo, sebbene ne avessi voglia. Cercai di
tenere la voce bassa.
Ora, gli intimai, faccia qualcosa ora, subito.
Sar piuttosto costoso.
Pagher, dissi, pi forte di quanto non volessi.
Vado gi a telefonare, replic.
Lo lasciai andare. Mi tremavano le mani. Svan, inghiottito
dall'ascensore. Esitai, poi tornai dentro e mi chiusi la porta alle
spalle. Rimasi l fermo a guardarla e ad ascoltare il mio respiro.
Era rapido e irregolare, ma non riuscivo a controllarlo. La notte
si faceva pi fresca, sicch mi avvicinai alla finestra e l'accostai.
Era rimasta aperta tutta la sera, eppure l'aria nella stanza
era pesante. I suoi vestiti su una sedia. Raccolsi automaticamente
l'abito e lo ripiegai, prima di appoggiarlo di nuovo.
Infine mi sedetti al suo fianco. Il sudore sulla sua fronte era
freddo, le palpebre pi grevi e pesanti di prima. Fui di colpo
sopraffatto dalla paura che dietro di loro non ci fosse che buio.
Fu allora che lei apr gli occhi. Mi ricordo quanto sollievo provai
quando vidi dapprima il bianco e poi le pupille. Penso di
aver involontariamente sorriso. S, sono sicuro che ho sorriso, e
sono contento che lei mi abbia visto in quel modo l'ultima volta
che apr gli occhi.
Hai sete? le chiesi.
Non mi rispose, volse intorno lo sguardo.
 sceso a fare una telefonata, dissi. Il medico. Devi essere
ricoverata subito.
No, sussurr.
Le carezzai la fronte e le guance. Era come se l'epidermide si
fosse gi staccata dal corpo e io ritrassi la mano, poi la alzai di
nuovo a scostarle una ciocca dalla fronte. Era la stessa ciocca ribelle
della mattina e di colpo mi resi conto di quanto fosse tutto
maledettamente cambiato in cos poco tempo.
Sar qui tra un minuto.
Rimase immobile. Forse era solo la mia immaginazione, ma
mi parve che non muovesse pi nemmeno le palpebre.
Sto morendo, mormor.
Non dire cos.
Siamo stati bene, Kristjan, vero?  stato bello, qualche volta?
 stato sempre bello. E sar bello ancora. Tra pochi giorni
starai bene di nuovo.
 sempre stato bello. Anche quando era brutto. Anche allora
era bello.
 stato sempre bello. Avrei voluto dirle di riposare e tenere
gli occhi chiusi, ma non osavo, perch temevo che dietro
le palpebre si sarebbe acquattato per sempre il buio.
Kristjan?
S?
Prendimi... Stenditi vicino a me e prendimi.
La strinsi il pi dolcemente che potevo.
Raccontami una storia di quando ero piccola.
Silenzio.
Kristjan?
Cominciai a raccontare. Non ricordo quello che dissi. Dapprima
mi corresse, sussurrandomi le parole sbagliate, poi smise.
Chiuse gli occhi e io vidi l'ombra nell'incavo sotto la gola.
Era una piccola fossa dove il buio si era rifugiato per sfuggire
alla luminosit della sera. Quando il respiro divenne un rantolo
e il cuore smise di battere, notai che l'ombra nell'incavo vibr.
In piedi alla finestra della camera da letto, guardava la luna scivolare
dietro le nuvole sopra la citt addormentata. Da qualche
parte nel mondo, doveva contemplarla anche lui. Ma chiss da
dove!
Erano tre mesi che era partito; il suo cappello lo aveva trovato
sul tavolo vicino alla porta d'ingresso, quando si era svegliata.
Era insieme alle chiavi appoggiate l accanto. Apr la porta e
guard fuori, era una mattina tranquilla. Quando il sole pallido
scacci dalla strada le tenebre, a est una manciata di nuvole arross.
Il suo odore era ancora nell'ingresso, doveva essersene
andato pochi minuti prima.
Ricompose i fiori secchi nel vaso giallo, ma non spost dal
tavolo cappello e chiavi. Lei aveva protestato quando lui aveva
voluto comperare il vaso, troppo caro, ma lui non aveva sentito
ragioni. Lo risent dirle che sarebbe bastato che lei guardasse i
fiori nel vaso, perch loro spalancassero i loro petali. Ora c'era
dell'erba stella secca e lei scosse uno stelo o due, gentilmente,
prima di aprire la porta d'ingresso per una seconda volta e
guardare in strada.
Fu solo pi tardi, quel giorno, dopo che Stefan era venuto a
chiederle dove lui fosse, che lei aveva aperto il guardaroba. Era
di sopra da sola. Einar e Maria erano a scuola, Katrin stava in
cucina con i gemelli. Era in piedi in quello stesso punto, vicino
alla finestra della camera, quando le venne in mente di aprire
l'armadio. Una camicia era caduta sul pavimento e lei si chin a
raccoglierla e riappenderla; sembrava abbandonata, cos sola
nell'armadio che lei si affrett a richiudere.
Stefan era venuto subito dopo mezzogiorno a chiederle dove
lui fosse.
Non mi ha parlato di nessuna partenza, ma ho trovato questa
lettera sulla mia scrivania, quando sono andato in ufficio
questa mattina.
Le porse la busta. Non la apr subito, ma si affacci ai gradini
dell'ingresso, come per vedere che tempo facesse. Aveva piovuto
un po' appena prima, un acquazzone finito subito come
era cominciato, la strada ne era ancora bagnata, grosse gocce
erano sospese sul sorbo spoglio vicino al cancello.
L'ha scampata, disse lei infine.
Come?
Ha scampato l'acquazzone.
Annu.
Non c' altro che un rapporto sulla societ, spieg lui.
Include i numeri di conto della banca, i bilanci degli affari qui
e all'estero. Non capisco perch l'abbia lasciato...
Lei tolse la lettera dalla busta e le diede una scorsa prima di
ripiegarla. Nomi, indirizzi, cifre, istruzioni, annotazioni, spiegazioni
di vario genere. La sua grafia era sempre un piacere da
guardare, elegante e chiara, inchiostro blu su carta bianca. Si
sofferm solo sulle ultime due righe.
Devi continuare a seguire la societ come abbiamo sempre
fatto. Mantieni i contatti con tutti quelli con cui siamo in affari,
e non preoccuparti se non hai mai tenuto tu personalmente i
rapporti prima. Ho fatto in modo che tu abbia il diritto di firma.
Quanto al tuo stipendio, da oggi  aumentato. Riferisci regolarmente
a Elisabet sull'andamento degli affari e parla con il
mio amico Halldor, il direttore di banca, per quanto riguarda il
bilancio e le spese familiari. Ti assister in tutto quello che ti
potr servire.
La osserv leggere, per captare quello che le passava nella
mente in quel momento, ma lei non distolse gli occhi dal foglio
che dopo una seconda lettura; poi gli porse la busta, gli sorrise
e and alla finestra.
Grazie a Dio ha smesso di piovere, Stefan. Forse riuscir
ad arrivare a casa prima che ricominci.
 via per affari, rispondeva quando le chiedevano notizie.
Ma da qualche tempo la gente aveva smesso di chiedere, tranne
Einar e Maria che volevano sapere quando sarebbe tornato.
Presto, diceva lei. Se lo pensate, sar qui con voi.
Usciva poco di casa. Troppi occhi la guardavano. In una piccola
citt tutti sanno tutto di tutti. La gente rallentava incontrandola,
poi quell'avvicinarsi di teste, quell'espressione compatita!
Che era la cosa peggiore. Aveva smesso di andare ai concerti.
Ma a volte degli amici le stavano vicino e suonavano con
lei in casa.
Il letto era troppo grande. Aveva pensato di sostituirlo o di
spostarsi in un'altra stanza, ma poi ci ripens. Dormiva poco, si
ritirava tardi e si svegliava all'alba. Quando allungava la mano,
toccava il vuoto. Durante il giorno il sole del nord era pallido e
incerto come una donna vecchia. Le notti erano fredde. Di notte
lasciava la finestra aperta, caso mai un soffio di primavera le
sussurrasse un messaggio. Ma tutto era tranquillo, tutto tranne
il battito del suo cuore e il cigolare del materasso quando si girava
e rigirava nel letto.
Torn a casa di corsa dal molo, inciamp in un sasso e vol sulla
ghiaia, ma si rialz subito, dimenticandosi di ripulire i pantaloni
dalla polvere. Il sole era allo zenit, il cielo blu sopra il mare
calmo come uno specchio, un'ombra passava lenta sui fianchi
del monte Esja. Era dalla mattina che la stava osservando, ma
ancora non riusciva a capire quale nuvola gettasse quella particolare
ombra: comunque di tanto in tanto teneva d'occhio il
cielo. Non aveva fatto cenno di questo mistero ai suoi compagni,
perch era sicuro che non lo avrebbero capito.
Continu a camminare di buon passo. Gli insulti dei compagni
gli echeggiavano ancora in testa, sebbene loro avessero
smesso e si fossero rivolti di nuovo alla pesca. Non si guard indietro
finch non fu a mezza collina, e li vide affondare sempre
pi piccoli e lontani e il mondo in proporzione crescere, la strada
alle sue spalle sempre pi lunga e l'oceano vasto per quanto
l'occhio poteva guardare. Ma all'orizzonte non si scorgeva nessuna
nave.
La lite era cominciata alla fine della pesca che aveva fruttato
dieci passere di mare.
Quattro a me e tre a ciascuno di voi, aveva detto Einar.
No, quattro a me e tre a ciascuno di voi, aveva corretto il
suo compagno.
Il terzo ragazzo non aveva dato pareri finch non fu chiaro
che nessuno degli altri due aveva intenzione di desistere. A dire
il vero, non sapeva chi avesse pescato tre e chi quattro pesci, ma
appoggi l'avversario di Einar perch era pi grande, e poi era
suo vicino di casa. Einar afferr quattro dei pesci posati sul molo
e li stip nella sacca che aveva portato con s, quindi si diresse
verso casa con tutta la sua attrezzatura.
Non fare un passo con i miei pesci in tasca! gli aveva detto
il ragazzo sbarrandogli la strada.
Einar lo respinse con la sacca. Il ragazzo rispose colpendolo
a sua volta. Un momento dopo si azzuffavano sulla strada.
Quando si rialzarono, il ragazzo teneva ben salda la sacca.
Dammela!
Non ci penso nemmeno.
Lo dico a mio padre...
Non ce l'hai un padre. Tuo padre se n' andato.
Einar indietreggi.
Gli amici, spietati, gli canticchiavano in coro: Einar non ha
pap, Einar non ha pap...
Se la diede a gambe.
Sua madre era seduta al piano, quando egli spalanc la porta
e irruppe in salotto. Non si alz, limitandosi a voltarsi a guardarlo.
Era fermo in mezzo alla stanza, ansante e con la faccia
sudata.
Qualcosa che non va, Einar, tesoro?
Non ho un padre. Ci ha lasciato.
Gli diede uno schiaffo. Non forte, eppure nulla lo aveva mai
colpito pi duramente. Non aveva mai alzato una mano su di
lui, che ora si tocc la guancia incredulo e cominci a singhiozzare.
Lei si nascose il volto tra le mani e usc dalla stanza. Entr
Katrin a consolare il ragazzo.
Non devi dirlo mai pi, gli disse. Non dire mai pi a tua
madre una cosa simile.
Era bello guardare le navi che entravano e uscivano dal porto.
Da che suo padre era sparito, quella era diventata un'abitudine
quotidiana, dopo mangiato in inverno, finita la scuola, e ora appena
si alzava la mattina. A volte con gli amici. A volte solo. In
quei giorni pi spesso era solo. Quando una nave di linea entrava
nella baia, metteva gi la lenza e andava ad accoglierla. I primi
tempi aspettava, contenendo a malapena l'eccitazione nel
seguire lo sbarco dei passeggeri, ma ormai non pi. Non aspettava
pi nulla.
Raccolse la lenza, la ficc in tasca e si diresse verso casa. A
met della salita si guard intorno come faceva sempre, caso
mai scorgesse una nave all'orizzonte, poi riprese ad arrancare.
Pass l'estate, le foglie errabonde lasciavano gli alberi, ma non
gli portarono alcun messaggio nel loro tragitto verso terra.
Nasceva un nuovo giorno, ma il tempo rimaneva immobile. I
piccioni tubavano sul tetto, un uomo passava in strada strascinando
gli zoccoli. Tutto era tranquillo. Le cose che aveva sempre
sentito le sentiva ancora, ma avevano un suono diverso. Le
campane della cattedrale rintoccavano; una macchina, una delle
tre del paese, saliva dal porto arrancando affannosamente su
per la collina. Katrin riponeva le stoviglie nella credenza, canticchiando
finch il silenzio non inghiottiva le note.
I passi attesi non risuonavano mai e lei non alzava pi lo
sguardo dal ricamo quando qualcuno passava dalle sue parti.
In questo modo non accadeva pi che l'andirivieni sotto casa la
distogliesse dal lavoro, fiori di lavanda e campanili su un copricuscino.
Gli occhi seguivano l'ago e non sussultarono nemmeno
nel sentire qualcuno che bussava alla porta. Katrin introdusse
il visitatore.
Suo zio si ferm nel mezzo della stanza.
Siedi, Tomas, gli disse continuando a ricamare.
Ultimamente era diventato un po' pi debole, ma il bastone
che portava era piuttosto un'ostentazione che un bisogno. Lo
appese allo schienale della sedia prima di sedersi e si liber la
manica di qualche peluzzo. Era sempre stato un elegantone.
Dapprima chiese notizie dei bambini. Gli sorrise.
Nulla di cambiato da settimana scorsa.
Ed Einar?
Cresce.
Gudrun e io, cominci, ma indugi un poco prima di proseguire.
Gudrun pensa che Einar non sia veramente felice.
Davvero? E cosa mi consiglia?
Sai che tutti noi siamo preoccupati per te e per i ragazzi.
Per te non meno che per loro.
Non c' alcun bisogno di preoccuparsi per me, Tomas. Io
sto bene.
 impossibile dare una mano a chi non la vuole accettare,
disse. Tu dovresti affrontare la situazione.
Alz infine gli occhi, interrompendo il ricamo.
Non ho di che preoccuparmi, tranne che della gente che si
preoccupa per me, disse. Questa mattina mi ha svegliata
uno zigolo delle nevi.
Lo zio si lev in piedi e guard sopra le spalle di lei i fiori e il
campanile quasi finito. C'erano finestre per tutta la sua lunghezza,
gialle come se riflettessero il sole.
Non ti sei mai preoccupata delle cose materiali, le disse
infine. Ma non posso evitare di discuterne con te. Pu essere
benissimo che Stefan sia un ottimo amministratore, ma non
pu condurre una societ. Le cose stanno andando male. Dopo
la guerra il commercio si  di nuovo diretto in Europa e altri si
sono fatti largo sul mercato. Stefan alla fine della guerra ha importato
troppo senza essersi assicurato un sufficiente numero
di compratori. Sia per il legname che per il ferro. E a un prezzo
troppo alto. E adesso ha i magazzini pieni. I clienti sono andati
altrove. Era con Kristjan che lavoravano. Non con un subordinato
che di colpo pensa di essere il Capo. Io non capisco...
Rimase zitto.
Cosa non capisci, zio?
Io non capisco come Kristjan abbia potuto pensare anche
solo per un momento che Stefan sarebbe stato in grado di mandare
avanti la societ.
Al suo ritorno la riprender in mano.
Cara, le disse,  passato un anno. Devi guardare in faccia
alla realt.
Come corre il tempo, disse lei, e non ti ho ancora offerto
nulla da bere.
Bisogner fare qualcosa. Devi dei soldi alla banca. Tu. La
societ.
Per quel che ricordo io, Stefan diceva che la societ andava
bene.
Quando?
L'anno scorso.
Poich lui non faceva commenti, lei aggiunse: La mia concentrazione
si perde quando mi si parla di queste cose. Sono
certa che Kristjan ha lasciato tutto in ordine.
Tomas le si sedette accanto.
Penso che sia ora di dirti pi esplicitamente in quali condizioni
abbia lasciato gli affari. Dapprima non ero certo che Stefan
avesse agito per il meglio e mi ci volle un po' per andare a
fondo della cosa. Non volevo discuterne con te perch avevi gi
abbastanza guai. Ma ora non posso rimandare; devi sapere la
verit, cara. Kristjan se n' andato portando via una bella somma
di denaro.
Lei prese un gomitolo e lo srotol tra le mani.
Ci sar una ragione.
Be', cara, io non so quale sia. Era un bel po' di denaro. Lo
teneva nella cassaforte in ufficio. Dio sa perch.
Lei gli volse lo sguardo.
Che male c'?
Parve impreparato alla domanda e si gratt la guancia prima
di mugolare: Bene, bisogner comunque fare qualcosa.
A cosa pensi, zio?
La societ deve essere venduta a qualcuno che la sappia
condurre.
Ma quando Kristjan torna...
Non devi pi indugiare. La societ  a nome di tutti e due.
Grazie a Dio tu ne hai la procura...
Fece scorrere il dito lungo il ricamo, fermandosi a un pozzo
azzurro vicino alla torre della chiesa. L un punto si era lasciato
andare.
Hai smesso di dirmi che potrebbe essere morto. C' una
qualche ragione?
Esit prima di rispondere.
Qualcuno dice di averlo visto in una strada di New York. Il
commissario di bordo della Gullfoss.  venuto a trovarmi ieri.
Non era sicuro di dovermelo dire. Comunque era un tale che
gli somigliava molto. Ma era dall'altra parte della strada, con
tutto il traffico in mezzo. Poi  sparito.
 stato gentile da parte tua dirmelo, zio. Ora posso andare.
Andare dove?
Non mi manca pi molto, disse guardando il ricamo. Il
quadro  quasi finito. Pure ancora manca qualcosa, aggiunse
pensierosa poi, tornata in s e alzato lo sguardo: Sto pensando
di darlo a Gudrun prima di partire.
Aveva l'aria di non sapere come comportarsi con lei; sfreg i
piedi, poi ripet quasi in un soffio: Bisogna fare qualcosa.
Non vedo altra via, bisogna fare qualcosa.
Quando lui usc, lei appoggi il ricamo.
Aveva fatto lei qualcosa.
Reykjavik spariva nella distanza mentre la nave lasciava il
porto: il lago dove i ragazzi pattinavano in inverno, la modista
vicino alla cattedrale, le due farmacie, la societ che aveva appena
venduto. Pi o meno duemila abitanti. Meno uno.
Coloro che avevano tentato di dissuaderla dal partire erano
ora sul molo e agitavano le mani all'indirizzo della nave, almeno
lo faceva Gudrun, perch suo marito se l'era ficcate in tasca.
C'era un'aria cos pungente!
Aveva affidato i gemelli a Katrin. Erano seduti sul pavimento
e giocavano con i soldatini quando lei and a salutarli. Le diedero
retta a malapena, presi dal gioco, e non le chiesero niente,
sebbene lei li abbracciasse in modo insolitamente lungo, inginocchiata
accanto a loro sul pavimento. Indossava il cappotto;
uno di loro rise e cerc di strapparle via il cappello.
Poveri cari! disse Gudrun.
Attese che Katrin fosse uscita dalla stanza.
Sei sicura di poterti fidare di lei per i bambini? Sai che tipo .
E che tipo , Gudrun?
Questo viaggio  una follia. Non capisco come tu abbia
potuto concepirlo.
La nave era diretta a Bergen, Norvegia. Avrebbero aspettato
due giorni prima del nuovo imbarco per l'Atlantico, direzione
ovest. Respir la brezza marina e guard le case sparire e il cielo
farsi sempre pi vicino. Maria canticchiava. Einar era silenzioso.
Guarda la nostra casa! esclam Maria di colpo. Guarda,
Einar, eccola!
Una casa bianca con un tetto rosso li osservava dalla collina,
le tendine tirate indietro, occhi dall'altra parte del vetro che rifletteva
il cielo. Poi fu come se la casa si librasse sulla terra ed
emergesse in un velo di nuvole sopra la citt, fluttuante nell'aria.
Infine pi nulla.
Le strida acute dei gabbiani li accompagnavano. Einar vide
il molo dove era solito sedersi e scrutare il mare, il muro della
diga al cui riparo si poteva sognare. Poi molo e diga si persero
nell'immensit, mentre il mare si alzava e precipitava, le onde
correvano come ragazzi spericolati su per le rocce prima di tuffarsi
di nuovo nell'oceano.
Non intendevo dire che tu vendessi immediatamente tutto,
le aveva detto lo zio. Pensa a quello che stai facendo.
Non c' bisogno di fare le cose di corsa.  stato solo ieri che te
ne ho parlato. Volevo avvisarti perch tu ti rendessi conto dello
stato delle cose. Queste situazioni richiedono tempo. Fai un
danno ancora maggiore a prenderle con una tale furia.
Ma lei non mut parere. Era ben determinata a fare quel
viaggio. Aveva controllato i tempi di navigazione e si era procurata
un biglietto per s e i due bambini pi grandi. Quando lo
zio cerc di dissuaderla, lei disse di avere preso contatto con il
direttore della banca e averlo incaricato di vendere la societ.
Non avrei mai dovuto riferirti le chiacchiere del commissario
di bordo. Gli  sembrato a colpo d'occhio di individuare un
uomo. A distanza. E tu ora pianifichi la vendita di tutto e una
partenza sulla base di una chimera. E con i bambini. Tu non sei
a posto con la testa, mia cara.
Lei gli porse il ricamo.
L'ho proprio finito. Vorresti essere cos gentile da regalarlo
a Gudrun?
Elisabet, lascia che ti aiuti. Non posso rimanere qui con le
mani in mano a vederti partire verso l'ignoto.
L'ignoto  qua. Non mi occorre muovermi per trovarlo.
Ma so che lui mi sta aspettando. So che ha bisogno di me.
Non voglio in alcun modo offenderti, ma, nell'improbabile
caso che fosse proprio Kristjan a New York, perch pensi che
non si sia fatto vivo?
Gli rispose con un sorriso pallido: Lo conosco. Ha perso la
strada. Devo aiutarlo a tornare.
Alloggiarono in una pensione vicino al porto a Bergen. Pioveva
e il fiordo era nascosto dalla nebbia. Il secondo giorno gli dissero
che la nave che li doveva condurre a New York aveva un
guasto al motore. La successiva coincidenza sarebbe stata di l a
tre settimane.
Lei ritagliava foto dai giornali di gente seduta o in cammino,
di barche sul fiume, di palazzi, cavalli e ponti, li componeva sul
tavolo, nella loro camera, e inventava delle storie su gente che
viveva in palazzi, su battelli che risalivano il fiume davanti ai palazzi
e su un uomo che stava sul ponte e guardava le barche. Si
chiamava Napoleone Bonaparte: verr a salvare il mondo.
Il vento di mare scuoteva la casa; sentivano il grido, simile a
un nitrito, del gallo cedrone quando lei apriva la finestra. Teneva
tutto il denaro in una borsa che non perdeva mai di vista,
tranne che non fosse sotto la custodia vigile di Einar. Quando
lei usciva a fare due passi con Maria, lui rimaneva in camera.
Appena loro tornavano, usciva lui.
Che faceva ogni giorno lo stesso percorso, lungo la spiaggia
e su per la collina dove un vecchio mulino cominciava a spuntare
libero dal ghiaccio invernale. Il cardellino e il piovanello erano
arrivati; li riconobbe una volta e si rallegr di averli visti. Era
come ritrovare degli amici.
La collina era umida e scura di disgelo; le scarpe scivolavano
mentre saliva al mulino. Sotto c'era il mare. Battelli all'ancora.
La via verso suo padre era adagiata tra le onde.
Passavano i giorni, ma il tempo scorreva piano. Il ritardo stava
provocando una falla nelle loro finanze; non aveva calcolato
di doversi e doverli mantenere per tre settimane a Bergen. Einar
lo sapeva e cercava di trattenersi alle ore dei pasti. Lei, che
lo aveva notato, comper pi di quanto lui potesse mangiare.
Prese a piovere. Il mulino era silenzioso, rivoli d'acqua stillavano
dalla collina con un quieto gorgoglio.
La via d'uscita era un sentiero tracciato tra le onde del fiordo.
Lo aveva visto. Il risveglio da un sogno. Quando la mattina
apr gli occhi, la nave era nel porto.
Risalirono l'Hudson che era l'alba. La terra era stata avvistata
un'ora prima, tutti i passeggeri erano saliti sul ponte a guardare
l'alba che veniva verso di loro gi per il fiume, gli edifici che si
alzavano sull'acqua e la speranza che si faceva loro incontro come
un vento caldo. Erano muti, solenni, e chi doveva parlare lo
faceva a bassa voce.
Maria stratton il lembo della gonna di sua madre.
C' pap? Viene a prenderci?
Il nostromo fece l'appello dei passeggeri per l'ultima volta
prima dello sbarco. Era in piedi sulla passerella con la lista in
mano e li chiamava uno alla volta. Elisabet era il numero 29,
Einar il 30 e Maria il 31. Avevano un cartellino sul cappotto con il
numero e il nome della nave, la Bergensfjor. CARTA DI SBARCO
era stampato in testa al cartellino.
Un traghetto li port a Ellis Island. Il sole era rovente sul tetto
di legno e i finestrini erano bloccati. Davanti a loro c'erano
altri quattro traghetti, e dovettero perci aspettare fino a mezzogiorno.
Diventava sempre pi caldo, i bambini piangevano,
l'aria era pesante e umida. S, grazie mille, un vecchio borbottava
tra s e s ripetutamente, grazie mille. Vengo dalla
Norvegia. Sano. Sanissimo, signore.
La gente aveva i vestiti pi belli, alcune donne indossavano
abiti di pizzo, i ragazzi vestiti da marinaio, gli uomini avevano
la camicia abbottonata fino al collo. Uno o due portavano anche
la cravatta; per lo pi avevano il cappello o un berretto a
punta. Alcuni abiti erano logori, ma puliti. Tutte le donne portavano
il cappello.
Non avevano ancora finito di sbarcarli che vennero inghiottiti
da un imponente edificio di mattoni. Deposito bagagli,
annunciava una guardia, ma lei non os separarsi dalla valigia
che conteneva i soldi e i documenti, e continu a salire le scale.
Maria era stanca e piagnucolava. La spinse davanti a s.
Su, coraggio, ormai siamo arrivati.
La bambina trascinava i piedi.
Ho tanta sete, mamma.
In cima alle scale c'era un medico che osservava i passeggeri
mano a mano che salivano.
 malata?
Prego? chiese Elisabet.
Malata?
No.
Gli tese i certificati medici. Sembr metterci molto a esaminarli.
Torn a guardare Maria. Infine stampigli un bollo sulle
carte e fece loro segno di continuare.
Poi entrarono nella sala di registrazione dove li attendeva un
altro medico. Il vecchio che si era di continuo esercitato a dire
grazie mille e sanissimo mentre aspettava sul traghetto
stava in fila davanti a loro. Ma era come se avesse perso la lingua;
si schiar la gola pi volte, ma si blocc quando il medico
gli tolse il cappello e cominci a esaminargli la pelata. Fu solo
quando il dottore gli ebbe scritto SC, Sanitary Corps, in gesso
sul collo del cappotto che l'uomo bofonchi che era sano. Ma
ora non importava pi, era gi marchiato. Fu tolto dalla fila e
spedito a fare altri accertamenti.
Il dottore si sbrig in fretta con Elisabet e i bambini, e cos
anche gli altri due medici. Si sedettero su una panca, nel mezzo
della sala della registrazione e aspettarono che venisse chiamato
il loro numero. Gli ufficiali del servizio immigrazione erano
in fondo alla stanza, con uniforme nera e cappello. Le loro scrivanie
ricordarono a Elisabet il banco della bottega di suo padre
a Eyrarbakki. Sorrise al pensiero: era di buon augurio.
Ventinove.
Si affrettarono a traversare la stanza. Einar teneva Maria per
mano.
Il suo nome? E i bambini? Come si chiamano?
C'era un interprete accanto all'ufficiale; era sollevata, perch
non aveva una gran dimestichezza con l'inglese. Comunque
dapprima prov a spiegarsi da sola.
Quanto denaro ha con s?
Rispose.
Sposata o nubile?
Sposata.
Lo scopo della visita?
Mio marito...
Lanci un'occhiata all'interprete. L'ufficiale le fece cenno
che poteva parlare in scandinavo.
Sono venuta a trovare mio marito.
Dov'?
Qui, in America.
Dove in America?
Qui a New York, credo.
Crede? Non lo sa di sicuro? Ma non  venuta a incontrarlo?
Sono venuta a cercarlo.
L'ufficiale si volse all'interprete. Parlottarono in inglese.
Ha qualcun altro qui? domand infine l'interprete.
Abbiamo dei parenti nel Dakota.
La vengono a prendere?
No.
Sicch lei viaggia da sola? Con dei bambini. Per cercare
suo marito?
Silenzio.
L'ufficiale continu a parlare con l'interprete che ascolt,
annu, poi si volse a lei.
Dovr rimanere qui. Non  permesso a una donna con dei
bambini entrare nel Paese se non c' qualcuno che risponda
per lei. Ha abbastanza denaro per mantenersi per qualche settimana,
ma poi non si sa quel che potrebbe succedere. Deve rimanere
qui fin quando suo marito non la viene a prendere.
Ma mio marito si  perso.
Prego? Perso? esclam l'interprete, poi decise di non indagare
oltre.
Se i suoi parenti nel Dakota mandano un telegramma e dichiarano
di assumersi la responsabilit del suo soggiorno, le
sar permesso raggiungerli in treno.
Non a New York?
No, tranne che lei non abbia qualcuno a New York.
Aveva sempre tenuto in mano la borsa, ma ora la lasci a terra.
Cosa c' che non va, mamma? domand Einar.
Niente, caro. Staremo qui per qualche giorno.
Trentotto, sent gridare l'ufficiale mentre loro si allontanavano.
Di notte si vedevano le luci della citt dall'altra parte del porto.
Giaceva sveglia. Maria dormiva nella cuccetta sotto di lei, Einar
sopra. Nella cuccetta ai suoi piedi stava una donna turca. Se alzava
lo sguardo finiva diritto sulle suole di una ungherese.
Completamente consumate.
Dormivano su teli agganciati a una struttura di ferro; ciascuno
aveva diritto a due coperte, una da stendere sul telo e una
per coprirsi. Le coperte assegnate a Maria vennero rimandate
indietro perch erano infestate di pidocchi. Elisabet le diede
una delle sue. Dormirono sulla nuda tela. Nel dormitorio erano
raccolti in trecento tra donne e bambini.
Mentre giaceva sveglia, tendeva l'orecchio alla citt. Non era
pi che un respiro, segno di un cuore che batteva rapido. Lei
teneva la borsa accanto a s nella branda; il giorno prima aveva
sognato che la turca cercava di rubargliela mentre lei dormiva.
Per due ore al giorno era loro permesso di stare all'aria. Lei
insisteva con Einar perch facesse esercizi, corresse, saltasse e
giocasse, mentre lui pareva apatico e tendeva a isolarsi, fissando
il porto. Maria piagnucolava; lei le raccontava delle storie per
divertirla. Le mancavano giornali da cui ritagliare foto e disegni.
Molti si comportavano come se fossero sotto sorveglianza.
Sembravano convinti che persino il passo, il portamento potessero
influire sul permesso di accesso al Paese. Una coppia rispettabilmente
vestita passeggiava molto contegnosa nel recinto,
si tenevano sottobraccio e il marito aveva per mano il figlioletto.
Un tale comportamento doveva costare loro un qualche
sforzo. Di colpo il ragazzino cominci a trascinare i piedi. L'espressione
del padre non mut di una virgola, ma la presa della
mano si fece ancora pi salda. Continuarono a passeggiare. La
donna teneva la testa alta, lo sguardo fisso a mezz'aria. I movimenti
del ragazzino si facevano pi contorti a ogni passo, ma il
padre guardava ostinatamente davanti a s, le nocche bianche.
Quando il ragazzino cerc di fermarsi un attimo, da una gamba
dei pantaloni sfugg uno stronzo. Suo padre si chin, lo raccolse
con un fazzoletto in cui lo avvolse e se lo mise in tasca.
Elisabet si trov faccia a faccia con loro. I loro occhi implorarono
il suo silenzio.
I giorni passavano. Di notte le luci dell'esterno si riflettevano
nel dormitorio. Lei era calma perch aveva trovato la soluzione.
Un suo parente, Hans Thorstensen, pastore e agricoltore nel
North Dakota, si era messo in viaggio in treno per venire loro
incontro in citt. Erano primi cugini, ma non si erano mai incontrati.
Il fratello di suo padre era emigrato giovane in America
e l aveva avuto quattro figli. Hans era il maggiore. E ora veniva
a prendere Einar e Maria, mentre lei sarebbe rimasta in
citt a cercare suo marito. Aveva accettato di farsi carico di loro,
ma era stata Elisabet in realt a pagare il suo biglietto del
treno. All'ufficio immigrazione non fecero cenno a questo dettaglio.
La pi parte dei pasti constava di prugne stufate, ma il mercoled
c'era anche arrosto di carne, pane e qualche volta banane.
Non si faceva mancare loro nulla. La sala da pranzo ospitava
circa mille e duecento persone. Di domenica c'era il gelato
per dessert. Di marted servivano granoturco alla brace. Alla
sera per i bambini c'era latte caldo con i biscotti. Di notte nei
dormitori si liberavano tremila sogni.
Erano a Ellis Island da due settimane, quando Hans Thorstensen
venne a prenderli. Tent di farsi passare per uno del
posto, sebbene non avesse mai visto la citt prima di allora. Indossava
un abito scuro e il cappello, nella destra teneva una
borsa di pelle con il monogramma JTH. Era stata di suo padre.
Dentro la borsa cerc una penna stilografica per firmare le carte
che gli porsero. Le lesse prima. Quindi si mise gli occhiali e
aggrott le sopracciglia mentre svitava il cappuccio della penna,
annuendo tra s quasi a indicare che accordava con quello
che stava firmando e non avrebbe comunque fatto obiezioni.
Per tutta la durata della procedura tenne un contegno dignitoso,
persino autorevole, sebbene sapesse di non avere scelta in
quel luogo. Quindi abbracci la cugina e carezz sulla testa i
ragazzi. Einar pens che somigliava alla foto del nonno che tenevano
in salotto nella casa di Reykjavik.
 strano come alcune persone diffondano intorno a s
un'aura di sicurezza, ovunque si trovino; sembra che li preceda
di qualche passo ad annunciare la loro venuta. I ragazzi lo sentirono
nel momento in cui si avvicin loro nella sala d'attesa. I
loro cuori si rasserenarono. Maria affid la sua mano a quella di
lui.
Prima di lasciare l'isola, Hans cambi in dollari le corone di
Elisabet e le comper un biglietto fino a Battery, la punta sud di
Manhattan. Comunque le cambi solo una parte del suo denaro,
poich sapeva che i tassi sarebbero stati pi convenienti nelle
banche di citt. Le aveva riservato una camera in una pensione
poco cara ma pulita e aveva annotato per lei in un libricino
che le affid alcune indicazioni.
Traduzioni di parole e frasi intere, il prezzo di cose di prima
necessit, una mappa della grande citt che aveva trovato in
una libreria a Grand Forks.
Un'aria leggera soffiava da sud quando lei sal sul traghetto.
Pochi minuti dopo i bambini ne presero un altro con il cugino
per la stazione di Jersey City. Li avrebbe portati nel Paese in cui
i campi biondi splendevano come un mare nella calma del tramonto.
Videro il vento agitarle dolcemente i capelli, finch lei non
svan sul battello diretto in citt.
Mentre il cugino li conduceva al marciapiede della stazione,
Einar provava un senso di vergogna per la facilit con cui si era
congedato da sua madre.
Il Waldorf Astoria.
Sapeva che di solito alloggiava l. Sent che era stato l non
appena ne varc la soglia ed entr nell'atrio, camminando sulla
lunga passatoia azzurra che scorreva per il vasto ingresso come
un fiume. I muri rivestiti in marmo emanavano un senso di fresco;
faceva caldo fuori e lei si ferm un attimo a prendere respiro,
liberando la fronte da perle di sudore. Guard a terra; lui
aveva camminato l, forse lei stava calcando le sue stesse orme.
L'uomo alla reception dapprima non cap la pronuncia del
nome, ma infine si rese conto che in quella lingua oscura era
stato pronunciato un nome che gli era familiare. Le chiese di
aspettare, si infil in una porta alle sue spalle, quindi ricomparve
con un suo superiore, un uomo di circa quarant'anni, si figur
lei, basso con dei grossi baffi e i capelli all'indietro impomatati.
Assistente di direzione, era scritto sul biglietto che le
porse.
Lei ripet il nome. Kristjan Benediktsson. Alloggia qui?
L'uomo sorrise. Le spieg che il signor Benediktsson aveva
alloggiato l pi di una volta, ospite gradito, l'ultima era stata
per sei settimane.
Ma fu circa un anno fa, signora, e da allora non sappiamo
pi nulla di lui. Per l'esattezza dieci mesi. Strano, aggiunse,
perch l'ultima volta ha dimenticato di regolare il conto prima
di partire.
Gli mostr una foto di Kristjan per assicurarsi che stessero
parlando della stessa persona.
Lui annu.
Sei settimane  un soggiorno piuttosto lungo in un hotel,
disse, non era dal signor Benediktsson dimenticare il conto.
Ci siamo preoccupati per lui. Abbiamo anche fatto ricerche in
altri hotel in citt. Senza successo. E dopo un attimo di silenzio
aggiunse: Sfortunatamente.
Lo ringrazi dell'aiuto.
 suo parente? le chiese.
Lei ripose la foto nella borsa.
 un bell'hotel, disse dirigendosi verso l'uscita.
La campana della chiesa batt le dodici, la sua mente ne accompagn
i rintocchi pigri. A nord un grattacielo fendeva la caligine
azzurra. La gente si muoveva lenta, cercava riparo all'ombra,
si lasciava andare molle sulle panchine sotto gli alberi. Un tale
da solo fischiettava un motivetto sotto voce, con lunghe pause
tra una nota e l'altra. Elisabet pass da un hotel all'altro lungo
la Quinta Strada e gi per le strade laterali fino a Central Park
con le aiuole scintillanti di fiori. Non fece nessun progresso.
Dopo una settimana, infine, mand gi il suo orgoglio e si rivolse
all'addetto al commercio islandese, Jon Sivertsen. Una
cosa era andare da sconosciuti a chiedere notizie di suo marito,
un'altra chiederle a un connazionale. Ma era disperata. Faceva
caldo. E i muri dei palazzi si chiudevano su di lei.
Fu accolta con molta gentilezza. Lui si limit ad annuire
quando lei disse: Mio marito  disperso.
Sopra il divano su cui lui era seduto c'era un quadro islandese.
Cavalli in una tormenta di neve. Jon parlava con molta calma.
Disse che suo marito non aveva mai intrattenuto molti rapporti
con i connazionali. Era diverso dagli altri islandesi, che
invece tendevano a raggrupparsi. Senza dubbio Kristjan aveva
amici a New York. Era naturalmente un uomo molto socievole
ovunque e con tutti.
Con questo non dico che non abbiamo avuto alcun rapporto.
Anzi! Mi ha invitato a pranzo qualche volta e non mi ha
mai permesso di pagare. Sebbene io ci abbia provato. Un uomo
generoso, suo marito, lo sanno tutti. Ma ha un suo mondo e
non ha bisogno di noi.
Tuttavia non pot dirle molto quando lei chiese se a suo parere
l'agente di Kristjan potesse esserle d'aiuto. Aveva il nome
scritto su un pezzo di carta. Andrew B. Jones. Aveva suonato
al suo ufficio, ma le avevano detto che era fuori per affari.
Jon Sivertsen lo conosceva di nome, asser, giocherellando con
il portacenere sul tavolo, che spostava avanti e indietro.
 da un po' che hanno smesso di lavorare insieme, disse
alla fine, non so cosa sia successo, ma, lo sa, gli affari sono affari.
E sorrise. In questo genere di cose pu succedere di
tutto, come pu ben immaginare. E soprattutto c' molto meno
giro d'affari qui da quando la guerra  finita. Penso che suo marito
abbia rivolto i suoi interessi all'Europa.
Cavalli in una tormenta di neve. La neve aveva cancellato le
impronte dei loro zoccoli ma alla distanza il pallido profilo delle
montagne si stagliava su di loro. Il vento stava rinforzando.
Lei si alz ringraziando.
Mi spiace di non essere in grado di aiutarla, disse.
Sorrise.  stato bello vedere i cavalli, disse, e le montagne.
Per un attimo rimase sconcertato, quindi cap che aveva
guardato il quadro alle sue spalle.
Mentre l'accompagnava alla porta, fu preso dal dubbio se
parlarle o no delle chiacchiere che giravano. Rimase pensoso
con la mano sulla maniglia della porta senza aprirla, finch non
giunse alla conclusione che non le avrebbe fatto un favore. Lui
per primo non aveva mai visto Kristjan con quella donna e, per
quanto ne sapeva lui, poteva essersi trattato di un fuoco di paglia.
Due tali gli avevano detto di aver visto Kristjan con una
donna in un night club, ma dalla loro descrizione non era chiaro
se entrambi avessero visto la stessa. Uno di loro poi era del
tutto inaffidabile.
Apr la porta. Lei usc. Si rese conto in quel momento di sentirsi
quasi un inferiore in sua presenza. Eppure lei era una donna
modesta.
Qualsiasi cosa io possa fare...
Lei rimase fuori sul marciapiede. La strada svaniva nella
nebbia afosa, scintillava di calura. Un uccello vol via, silenzioso,
senza lasciare traccia. Guard a destra, poi a sinistra.
Rimase l dov'era.
La pianura alle spalle, campi gialli e pascoli a distesa. Si svegli
quando il treno travers il fiume; mandrie guazzavano nei canali,mentre pi gi la corrente era forte e la sabbia era rossa
sulla riva.
Il cielo era lontano e le rondini che volavano verso valle sembravano
galleggiare nell'aria; il suo sguardo le seguiva finch le
palpebre pesanti non la ricacciavano nel sonno.
Il cugino Hans le venne incontro alla stazione di Grand
Forks. Maria era con lui; corse incontro a sua madre e non le lasci
pi la mano. Einar era rimasto alla fattoria con la moglie di
Hans. I loro figli erano grandi, tranne una ragazzina. C'era una
chiesa bianca tra i campi. Dietro pascolavano le mucche.
Einar era fuori sul prato quando arrivarono. Le venne incontro
e lei gli carezz le guance.
Ragazzo mio, disse, come sei abbronzato.
Il vento increspava i campi, il cielo si inarcava incredibilmente
lontano sopra la fattoria, il campanile della chiesa gli si
rivolgeva umile, ancora tanto lontano dall'Onnipotente.
Di notte le stelle erano allegre lampade sospese nel cielo. I
prati erano azzurri al chiaro di luna, le stelle si specchiavano
nello stagno sotto la fattoria. Le mattine erano lunghe e bianche,
ma nelle sere il lucore si attenuava piano e poi di colpo faceva
buio.
Nessuno le chiese niente di New York. Non ne avevano bisogno.
Anche Maria era tranquilla.
C' da mangiare per tutti, disse il cugino, rimani quanto
vuoi.
Forse qualche settimana, disse lei. Nel caso...
Lui abbass gli occhi.
Proprio solo se venissimo a sapere qualcosa.
Lei suonava l'organo in chiesa. La domenica c'era il servizio
alle undici. La congregazione contava all'incirca cinquanta, sessanta
persone; Hans pregava in inglese ma qualche volta leggeva
a voce alta in islandese gli Inni della Passione. C'era un gran
seguito di coro e dopo tutti bevevano il caff. I cani scorrazzavano
fuori nel cortile, poi si allungavano al sole.
Quando l'autunno scivol nell'inverno, i ramoscelli dorati e
la stancia imbiancarono, i girasoli sparirono e i campi si fecero
grigi e uniformi. I bambini andarono a scuola. Entrambi avevano
cominciato a parlare inglese, ma non fu facile convincere
Maria a lasciare sua madre la mattina. I primi giorni piangeva,
poi smise ma, staccandosi da lei, chiedeva: Non te ne sarai andata
quando io torner da scuola, vero?
Einar si rifiutava, se non era obbligato, di parlare islandese.
Il suo inglese migliorava di giorno in giorno.
Elisabet lavorava a maglia e ricamava; i suoi cuscini e i quadri
a mezzo punto erano messi in vendita a Grand Forks, insieme
ai maglioni, ai cappelli e alle sciarpe di lana. Il denaro andava
a coprire le spese di casa.
Lavorava seduta alla finestra. A volte, guardando fuori e
scorgendo lo stagno, le sembrava di essere di nuovo a Eyrarbakki.
Le pareva persino di sentire il rumore dei cavalloni sulla
spiaggia e vedeva le navi entrare nel porto. Se chiudeva gli occhi,
sentiva i gabbiani.
Ricevette una lettera dallo zio Tomas. Le dava notizie di Katrin
e dei gemelli e le chiedeva di lei. Accennava al fatto che
l'uomo che aveva rilevato la societ non aveva rispettato le scadenze
del pagamento e si lamentava che gli affari erano molto
meno floridi di quanto gli fosse stato indicato all'atto del contratto.
Non so se caverai pi un'altra corona da questo tale, scriveva
Tomas. Malauguratamente penso che lui abbia ragione.
Comunque ci sono io ad aiutare Katrin per quel poco che le occorre
a mandare avanti la casa e i due gemelli, aggiungeva.
Al tuo ritorno a casa dovrai prendere in considerazione un ridimensionamento
delle spese.  una casa grande.
Gli intrecci dorati di rami secchi trovarono posto nel quadro
a mezzo punto che stava ricamando, e anche l'azzurro pallido
del cielo. Arriv la fine dell'anno, 1920. Di sera Hans leggeva a
voce alta e la famiglia sedeva ad ascoltare. Einar, legatissimo a
Hans, gli stava sempre vicino. La mattina si svegliava alla stessa
ora di Hans e usciva con lui all'alba per andare gi per il pendio
verso il granaio. Quando aprivano la porta, li accoglieva l'odore
caldo degli animali.
Verso la fine di gennaio lei depose un maglione cui stava lavorando
e and nella stanza che divideva con Maria. Era sola
in casa. Tir fuori la borsa in cui conservava quel che le era rimasto
del suo denaro, lo cont, quindi richiuse la borsa. Fuori
la terra era gelata. Qua e l spuntava al suolo qualche filo d'erba.
Lo stagno era ghiacciato, in qualche punto lo imbiancava la
neve.
Era alla finestra quando suo cugino entr. Solo.
Non sono mai stata molto brava in aritmetica, cugino, ma
mi sembra di poter sostenere il peso del viaggio in Islanda di
uno solo dei ragazzi.
Lui abbass gli occhi sul maglione abbandonato sulla sedia
vicino alla finestra. Gli aghi erano infilati all'ultima riga del lavoro.
Ora?
Con la prossima nave. Sono gi rimasta troppo a lungo. I
gemelli...
Sai che, se potessi, ti presterei io il denaro.
Einar  felice qui con voi. Pi felice che con me. Credo di
poterlo mandare a prendere tra non molto. Tranne che...
Esitava e distolse gli occhi da lui. Quando cominci a tremare,
lui la prese tra le braccia.
Perdonami, gli disse.
La tenne stretta dolcemente, in silenzio.
Non ho il coraggio di separarmi da Maria.
Il pomeriggio si diresse verso lo stagno con Einar. Il ghiaccio
era uno specchio. Si fermarono sulla riva, e lei gli indic dei fiori
brinati sotto il velo di ghiaccio. I petali non avevano perso colore,
e sembravano tendersi verso di loro, felici, come verso una
grande sorgente di luce.
Figlio mio, gli disse, quanto sei cresciuto.
Lo prese per mano.
Entriamo, mamma. Hai freddo, le disse.
Il treno emise il fischio della partenza. Finch le riusc di scorgerlo,
vide Hans agitare la mano sinistra, con la destra circondava
le spalle di Einar. La colonna di vapore che il treno lasciava
indietro si alz nell'aria fredda dell'inverno e si disperse lentamente.
Poi il silenzio.
Ecco come vi vedo nella mia fantasia.
Sei seduta al piano in soggiorno, fuori c' il sole. Einar entra,
tu alzi lo sguardo per accoglierlo. Quanti anni avr ora, mi
chiedo come al solito. Ventotto, se non sbaglio. Ventotto anni,
figurati! Gli anni scorrono insieme su un unico filo colorato e
io confondo le cose, quel che  accaduto prima, quel che  accaduto
dopo. Mi somiglia - s, in effetti vedo me stesso giovane
in lui che appoggia la cartella all'ingresso e si toglie il cappotto
chiaro. Perch dovrebbe avere una cartella? Non so spiegarmelo.
Ma quella vista mi ha sempre confortato.
Tu, d'altro canto, non sei cambiata. Sei sempre la stessa.
Strano: vedo Einar dirigersi verso di te che sei come quando ci
siamo incontrati la prima volta, e lui invece  un uomo fatto.
Nelle mie prime fantasie stavi suonando Mozart al piano, ma
ora sono riuscito a liberarmi di lui. Ce l'ho fatta alla fine. Non 
stato facile. Ora vedo le tue dita correre dolcemente sui tasti
(ricordo che pareva che tu avessi appena bisogno di sfiorarli),
ma tutto quello che sento  il gorgheggio di un uccello in giardino.
Tschik, tschik. Una cutrettola, mi sembra.
Mi figuro che i gemelli siano al piano di sopra. Non so proprio
come comporre un loro ritratto e non mi succede pi di
aiutarmi con la foto che tengo nel cassetto, come facevo prima.
Mi confonde. Scardina il quadro del tempo.
Maria ha un vestito rosso estivo. Le vedo le guance, sfuocate,
come in uno specchio.  bionda con i capelli che arrivano
alle spalle. Delicata di costituzione, come te, ma pi alta. Sta
scendendo le scale quando Einar entra. La luce, mentre lui
apre la porta, le si fa incontro. L'avvolge nello splendore del sole
e io la perdo di vista.
Ecco come vi vedo nella mia fantasia. A volte da sveglio. A
volte in sogno.
Sempre uguale.
Mack sal a cavallo il fianco della collina, tir le redini in cima,
poi si volse a guardare il mare. Il sole del pomeriggio scintillava
sulle onde, i fianchi sudati del cavallo parevano catturare fuoco
dai suoi raggi.
Lo osservai un attimo, poi entrai attraverso le stanze fresche,
dando una rapida occhiata alla cucina prima di andare in camera
mia. Mack era ancora allo stesso posto quando me ne andai,
con le redini lente, e il cavallo teneva la testa piegata.
In cucina stavano preparando la cena serale della servit,
zuppa e vitello. Avevano cominciato a scodellarla nelle ciotole.
Era verde nel blu delle ciotole. Ma io salii le scale perch Mack
mi aveva invitato a cenare con lui. Era arrivato nel pomeriggio e
aveva qualcosa da dirmi, sembrava pi serio del solito, persino
preoccupato. Quando gli dissi, scherzando: Immagino che
vorr occupare di nuovo la suite dorata, sorrise appena, ma
non rispose nulla. Mi augurai che, qualsiasi cosa lo tormentasse,
la cavalcata per le colline lo avesse rilassato. Il disegno del
culbianco era appoggiato sulla scrivania nella mia stanza, dove
lo avevo lasciato a mezzo. Avevo completato il dorso bianco e il
petto ocra, mi rimanevano ancora la coda, il sedere e la testa.
Comunque non c'erano uccelli in vista, quando mi sedetti sul
balcone; in quell'ora del giorno sembrano sparire inghiottiti
nell'immensit del cielo, ma quando il colore del crepuscolo si
smorza allora tornano, si appollaiano sugli alberi e sui cespugli,
zitti come se ripensassero alle cose di cui sono stati testimoni
nei loro vagabondaggi per il cielo.
Alle sei arriv il ragazzo a lavare le pietre della terrazza. Lo
stillicidio dell'acqua mi cullava e, prima di rendermene conto,
gli occhi mi si chiusero nel sonno. Ma non persi del tutto conoscenza;
lo sentii finire il lavoro e chiudere l'acqua. Si muoveva
con calma, pacato, i suoi passi si persero piano mentre trascinava
la canna dietro l'angolo. Quindi fu buio, e il cielo scese ancora
una volta sulla terra.
Il Capo e la signorina Davies torneranno la settimana prossima.
Sono passati tre mesi dal loro ultimo soggiorno. Sfortunatamente
l'ultimo film della signorina Davies non ha raccolto recensioni
pi positive del precedente, sicch mi figuro che non
saranno dell'umore migliore al loro ritorno. Mi assicurer che
non ci sia alcol reperibile in nessuna parte della casa.
Mi alzai dalla sedia sentendo dei passi sul vialetto di sotto.
Le lampade erano state accese. Dovevo essermi addormentato,
aprendo gli occhi non fui subito sicuro di dove mi trovassi. Era
Mack che entrava dall'ingresso posteriore, strascinando gli stivali,
e toltosi il cappello si diede una scrollata in testa con le mani.
Dalle finestre di cucina si vedeva brillare la luce, e l'accompagnava
il profumo di legna bruciata e di arrosto; lo sentii salutare
qualcuno mentre la porta gli si chiudeva alle spalle. Era
benvoluto dalla gente della casa.
Quando se ne fu andato, tornai al mio vecchio gioco di figurarmi
le orme dei suoi passi che salivano come vapore dalla terrazza
e mi davano una traccia dei suoi pensieri. Eppure per
qualche ragione io non venivo a capo di nulla. E questo mi sorprendeva,
perch in genere riesco sempre a intuire qualcosa, a
dipanare la matassa e azzardare qualche ipotesi. Mack invece
non lasciava dietro di s che il silenzio.
Cenammo in una saletta vicino alla cucina con vista a sud,
sulle cime e sulle valli. Le ultime tracce della luce svanivano sui
picchi delle montagne e il loro profilo si dissolveva come la sbavatura
di una matita. Dissi alle cameriere che non avevamo bisogno
del loro aiuto: mi sarei occupato di persona del servizio e
poi di riassettare tutto. Era chiaro che Mack non voleva che
fossimo disturbati. Osservammo i colori mutare sulla scena,
l'incontro tra il giorno e la notte, finch infine il sole non si dilegu
e lo spettacolo si concluse.
Magnifico, disse alla fine.
S, concordai, senza dubbio.
Da quanto tempo  qui, Christian?
Non mi sorprese la domanda, ma dovetti prendermi il tempo
di fare due calcoli prima di rispondere.
Sedici anni.
Sedici anni, per la miseria!
Arrivai qui nel '21, era estate.
Cos presto?
S. Era la prima estate che passavano qui sulla collina. I lavori
nella casa padronale erano appena stati avviati.
Sono cambiate un sacco di cose da quella prima volta.
Pu ben dirlo.
Siete sempre stati cos diversi?
Prego?
Lei e il Capo.
Gli risposi che il signor Hearst aveva un temperamento collerico,
ma nel complesso ci eravamo sempre intesi.
Non ha mai minacciato di licenziarla?
Licenziarmi?
Quando perde la pazienza...
S, forse una volta o due. Ma poi si  sempre calmato e non
se n' parlato pi. Poi si comportava come se non fosse successo
niente. L'ultima volta  stato molti anni fa, aggiunsi.
Mack parve sollevato. Infine sorrise e sorseggi il vino. Avevo
cominciato a chiedermi se lo avrebbe mai assaggiato.
Strana persona, disse poi. Ero con lui due giorni fa a
Los Angeles. Era di pessimo umore. L'ultimo film della signorina
Davies  stato un fiasco. E lui l'ha presa male. Lei non si faceva
vedere. Non era il caso. E il quarto fiasco di fila. Il vecchio
farfugliava qualcosa. Avevo delle cose da sottoporgli, sicch le
avevo annotate in modo da poterne discutere in fretta, ma non
ascoltava una sola parola di quello che gli dicevo. Sa di che cosa
voleva parlare invece?
Gli dissi che non ne avevo idea.
Di una rosa che, lui dice, gli  stata rubata qui in collina
mesi fa. Sosteneva di aver trovato un cespuglio con un fiore di
meno. Diceva di averne parlato a lei e di averle detto di trovare
il colpevole. E lei cosa ne sa?
Che cosa?
Lui dice che lei gli ha mentito.
Silenzio.
Mack scoppi a ridere.
Dice di essere venuto a sapere che lei aveva trovato quell'insolente
e glielo aveva nascosto. Un ragazzo che lavora per
uno dei suoi giornali ed era ospite qui. Naturalmente il ragazzo
non ha avuto il buon senso di tenere la bocca chiusa, la storia 
girata e il vecchio ha dedotto che ci si faceva beffe di lui. Mi ha
detto di licenziarla.
Mi alzai, accingendomi a sparecchiare.
Gradisce dell'altra carne? domandai.
Mi ha detto di licenziarla quando ha saputo che ero diretto
qui. Non poteva aspettare la prossima settimana, quando sarebbe
arrivato qui lui stesso. Non c' stato modo di fargli cambiare
idea e io me ne sono mortalmente preoccupato. Ma ora
mi sento meglio. Per allora gli sar passata. Vedr. L'avr del
tutto dimenticato quando arriver qui la prossima settimana.
Mi ritirai presto. Lo sentii fischiettare salendo le scale.
Quanto a me, rimasi alzato a lungo.
Arrivano domani.
Da quando Mack  partito, cinque giorni fa, sono stato occupato,
la mattina presto e la sera fino a tardi, in camera mia.
Mi rendo conto che nel corso degli anni si finisce per raccogliere
una quantit incredibile di piccole cose. Non riesco assolutamente
a ricordare nulla di alcuni oggetti che ho trovato sugli
scaffali o nell'armadio: articoli di giornali e di riviste, ritagli, varie
specie di piume d'uccello che ho raccolto i primi tempi del
mio soggiorno qui. Ricordo come alcuni di loro mi sembrassero
esotici - il colore, il tipo di volo, i comportamenti - e facevo fatica
a metterli su carta nei primi mesi, sebbene li avessi davanti
agli occhi molto spesso. Mi ricordo che una volta osservai un
colibr per intere settimane, ma quando mi accinsi a disegnarlo
dalla mia matita non venne fuori che un lodolino. Ero stato colto
alla sprovvista. Non avevo messo gli occhi su uno di loro da
anni.
Mi sono reso conto ora, aprendo il cassetto della scrivania e
dando uno sguardo fuori dalla finestra, che non ti ho mai descritto
la mia stanza. Ho tirato fuori le lettere che ti ho scritto -
non avevo idea che fossero cos tante finch non le ho tirate
fuori dal cassetto tutte - e le ho rapidamente sfogliate per verificare
se ricordavo bene. Proprio come pensavo, non ho mai
messo nero su bianco la fisionomia del mio appartamentino, la
camera a cui mi sono tanto affezionato nel corso degli anni.
Non so se ne fossi sorpreso; succede spesso di dimenticare le
cose che ci sono pi vicine. Dal mio primo giorno qui sulla collina,
questa camera  stata per me un rifugio e, se  lecito dirlo
di una stanza, una cara compagna.
Non  una stanza grande, cinque, sei metri al massimo, ma ci
sta tutto quello che mi occorre. Le cose che ho portato da casa
stanno tutte sulla scrivania e nel cassetto del tavolino da notte.
Una volta tenevo su uno scaffale la barca che Einar aveva scolpito
per me e dipinto di azzurro, ma poi l'ho messa nel cassetto
il giorno che la signorina Davies me ne ha chiesto l'origine. Ricordo
di essermi turbato e di aver chiuso la conversazione il pi
presto possibile, sebbene senza dubbio lei si fosse gi fatta una
sua idea in merito.
Il letto  appoggiato alla parete nord, il balcone  a est, la
scrivania sta di fronte al letto, gli scaffali sulla parete di mezzo e
accanto alla porta sul lato ovest il cassettone. Le finestre sono
grandi, arrivano quasi fino a terra. Si aprono con due battenti, e
a me capita di spalancarle tutte quando la camera  afosa. La
porta-finestra del balcone  tutta a vetri. E una camera molto
luminosa.
I mobili sono di buona qualit, sebbene senza pretese. Letto
e scrivania sono di legno rosso, cassettone e scaffali pi scuri invece.
Sopra il cassettone c' una vecchia mappa del Cairo che
per molto tempo ho pensato di togliere, poi ho cambiato idea
una notte che ho sognato di quella citt.
Vidi una nuvola avvicinarsi a un pallido deserto; mano a mano
che si avvicinava cambiava colore, dal rosso al verde, prima
di aprirsi in una miriade di ali. Gli uccelli volavano silenziosi
verso una grande piazza nel cuore della citt. Quando scesero a
terra si mutarono in fiori. Mi feci largo tra la folla (la gente parlava
a voce alta in una lingua a me del tutto sconosciuta), raccolsi
uno di quei fiori e lo guardai da vicino. Era caldo. I petali
erano soffici e lanuginosi, ne sentivo il cuore palpitarmi tra le
mani. Quando portai il fiore-uccello vicino alla faccia, mi svegliai.
Per un momento, prima che il sogno mi lasciasse, provai
un profondo senso di beatitudine. Avevo toccato la bellezza.
Non sono mai pi tornato in quel sogno. Eppure spesso, andando
a letto, cerco di ricostruire in che particolare stato d'animo
mi trovassi quando mi coricai quella famosa sera. Allora rimango
immobile nella penombra, quel misterioso quadro sul
muro, il deserto freddo sotto il biancore delle stelle. Ma il sogno
non  mai pi tornato e so che  del tutto improbabile che
torni.
Certe mattine sono stato svegliato dalla luce, altre dal canto
degli uccelli, qualche volta dall'acciottolio in cucina o dai passi
sulla terrazza di sotto. E un fruscio nel bosco, una folata di vento
che anima le foglie. Mi allungo a ricevere l'alba dalla finestra
aperta. E mi sento bene. A volte.
S,  strano che non mi sia mai venuto in mente di descriverti
la mia camera, tanto pi che le sono cos affezionato. Strano
che mi venga in mente di farlo solo ora che comincio a temere
che non sar per sempre mia.
L'auto risal la collina pi lentamente di quanto mi aspettassi;
erano circa le quattro. Le andai incontro, fermandomi come al
solito qualche passo indietro e aspettando che l'autista scendesse
ad aprire loro la portiera. Vidi attraverso il finestrino la
testa bianca del Capo, guardava in un'altra direzione.
La signorina Davies scese per prima. Mi venne incontro.
Sembrava straordinariamente fragile. Lui rimase in macchina.
Venga, mi disse prendendomi sotto braccio.
Non dovrei prendere i bagagli prima? domandai.
Possono aspettare. Entriamo.
Mi guardai intorno mentre salivamo i gradini della terrazza
bassa. Lui era ancora in auto. L'autista stava in piedi accanto allo
sportello posteriore.
Allora, mi disse quando fummo nell'atrio, la trovo bene.
Non risposi ma accennai a un ringraziamento, se ben ricordo.
Lei era piuttosto pallida e debole, sicch non potei ricambiare
la cortesia.
Mi chiese di attendere che tornasse dalla sua stanza, dopo
essersi lavata via la polvere del viaggio, per usare la sua espressione.
Torn che si era tolta il cappello e si era data un po' di
profumo. Si era anche fatta un goccetto: tanto, poteva ben dire
che ero a conoscenza delle sue abitudini.
 stato un viaggio lungo, mi disse, accentuando lungo.
Temevo di non trovarla qui al nostro arrivo. Le ha parlato
Mack?
Le dissi che c'eravamo parlati.
Della rosa?
S, mi ha accennato alla rosa.
E?
Ha detto che il Capo intendeva licenziarmi.
Sospir. Helena arriv di corsa e le salt addosso. Lei accarezz
il bassotto dietro le orecchie, poi lo spinse via.
 tutta colpa mia, disse. E diventato irritabile da quando
hanno messo in circolazione quel dannato film. Sa come
hanno reagito i giornali?
Non risposi.
 giusto, disse lei. Io sono orribile e il film  uno schifo.
Ma lui non capisce. Pensa che sia una congiura contro di noi.
Quando dovrei andarmene?
Non se ne parla. Non deve andare da nessuna parte. E fuori
di testa. Ancora molto irritato, certo, ma tra due giorni gli
sar passato tutto. L'aria di montagna ha sempre avuto un influsso
benefico su di lui. Magari potreste fare un giro di ispezione
insieme domani mattina, propose dopo una pausa. Glielo suggerir.
La ringraziai.
Abbiamo gi abbastanza problemi, disse. Qui non voglio
nessun cambiamento. Comunque, aggiunse mentre me
ne stavo andando, l'argenteria. L'ho riportata a casa. Verr
consegnata oggi. A lei personalmente. La metta in tavola questa
sera. E non faccia cenno al fatto che l'abbia acquistata io.  un
segreto tra me e lei.
Lei rimase indietro mentre io uscivo. Il Capo era entrato ed
era salito nella sua camera. Helena mi segu. Il caldo la impigriva,
stava volentieri stesa all'ombra sotto un albero. Non so bene
perch, ma la conversazione con la signorina Davies non mi
aveva tranquillizzato affatto.
Non lo vidi che la sera, a cena. Nel pomeriggio aveva fatto chiamare
il cuoco e gli aveva ordinato il menu. Di solito consultava
me, tanto che il cuoco fu molto sorpreso di essere chiamato da
solo. Era nervoso.
Cosa crede che voglia? mi domand.
Cibo, gli risposi.
Il vecchio sembrava perplesso quando scese in sala da pranzo.
Si ferm sulla soglia guardandosi in giro prima di sedersi a
tavola. Dapprima pensai che non si aspettasse di vedermi, poi
mi resi conto che cercava la signorina Davies. Diede un'occhiata
alla pendola, poi si sedette a capotavola, silenzioso.
Io ero immobile. Eravamo soli nella stanza. La tavola sembrava
pi grande del solito e lui pi magro sulla sedia. Si allung
per prendere la bottiglia del ketchup davanti a s, la volt
per leggerne l'etichetta, aspett. Se not l'argenteria, comunque
non ne fece cenno. Esattamente quel che mi aspettavo.
Dov'? si domand senza alzare gli occhi su di me.
Vado a vedere, dissi.
In quel momento lei si affacci alla soglia. Era malferma sulle
gambe, aveva bevuto non appena l'avevo lasciata. L'accompagnai
alla tavola. Si sedette senza dire una parola. Non si era
cambiata per la cena. Non era da lei e mi inquiet.
Dai tempi dell'incidente aereo non lo avevo pi visto cos
depresso. C'era pena nei suoi occhi mentre la guardava, ma
non disse nulla. Fu lei che cominci a parlare.
Saresti molto pi felice se ti liberassi di me. Non sono che
una fonte di guai. Sarebbe meglio che me ne andassi. Non siamo
nemmeno sposati, sicch non ci sarebbe nessuna... cerc
la parola adatta, conseguenza. Nessuna conseguenza.
Marion!
Non l'avevo mai sentita parlare cos prima. Mai fatto un cenno
alla loro condizione di conviventi. Mi fece male ascoltarla.
Si alz e cerc la mano di lei sulla tavola.
Devi mangiare. Dov' la cena? chiese a voce alta.
Mi affrettai in cucina. Era chino sopra di lei quando tornai,
cercava di calmarla. Senza esito, mi parve. Lei aveva un tono di
scherno.
Non puoi vivere con una donna che non ti d nemmeno un
figlio. Quei continui aborti. Duro per te. Deve essere duro stare
con una donna cos... Che parola usavi tu? trascurata? Avrei
dovuto scriverlo, per non dimenticarmelo...
Infine smise, ma non tocc cibo. Seduta in silenzio, a guardarlo
mangiare. Cercare di mangiare: non aveva appetito. Trovai
una scusa per lasciare la stanza. Mi accorsi che la mia uscita
lo aveva sollevato.
 un mistero per me la ragione per cui lui l'abbia portata in sala
di proiezione dopo cena.
Voglio proprio vederlo con te, gli sentii dire. Ti far stare
meglio. Cos un bel film. Non sei mai stata tanto bella.
No, disse lei, ti prego.
Avanti, dammi la mano.
Entrai circa mezz'ora dopo. Erano seduti al buio, le immagini
scorrevano sullo schermo, le loro teste a tratti illuminate, a
tratti in ombra. Lei sedeva curva al suo fianco.
va per sempre era il titolo del film. Lei faceva la parte di una
stenografa stufa di essere corteggiata dagli uomini e che a un
certo punto si mascherava da brutto anatroccolo. Infine l'uomo
che lei amava ne scopriva la naturale bellezza e la sposava.
Guarda, le disse dandole di gomito.  straordinario.
Pensai dapprima che lei fosse addormentata, poi la sentii
mormorare tra i singhiozzi.
Smettila, lo pregava, ferma quel film... Sei pazzo... Io
non posso...
Mi affrettai a uscire.
Feci una fatica d'inferno a addormentarmi quella notte. Gli avvenimenti
della giornata mi avevano sconvolto; tutto quello
che mi stava intorno mi pareva sull'orlo di un collasso. La luna
calante proiettava una luce sottile nella camera e, quando i rami
delle palme sfiorarono il muro, mi sembr di avvertire il respiro
di qualcuno l fuori. Si erano ritirati presto e io avevo lasciato
la porta della mia camera aperta, caso mai qualcuno mi
chiamasse.
Quando mi alzai dal letto, pensai di aver in realt sentito male.
Fuori si era alzato il vento e i rami degli alberi sbattevano a
tratti contro il muro come se avessero il cuore pesante. La luna
catturava il loro agitarsi e lo raffigurava sulle pareti e sul pavimento;
c'era qualcosa di selvaggio nell'aria. Eppure mi parve di
aver sentito un tonfo da qualche parte in casa, cos mi infilai i
pantaloni e una maglietta e mi avviai per il corridoio. La porta
del loro appartamento era chiusa, tornai indietro e scesi al piano
di sotto. La pallida luminescenza della lampada sulle scale
mi indicava la via: la luce della luna non penetrava tanto a fondo.
Sentii dei passi e mi fermai, ma mi accorsi che non era che
l'eco dei miei.
Controllai dapprima che nessuno avesse lasciato aperta una
finestra in cucina o nella dispensa, quindi mi diressi all'ingresso.
Pareva che qualcosa mi spingesse, una forza che io stesso
non capivo.
Giaceva sul pavimento, davanti alla porta della terrazza.
Aveva una vestaglia di seta bianca; era avvolta nella luce della
luna e le ombre degli alberi si accanivano su di lei come fiere
selvagge. Probabilmente aveva tentato di uscire; la mano era
protesa verso la porta. Era mortalmente pallida, con della
schiuma agli angoli della bocca. Mi chinai e le sollevai la testa,
era pesante, il corpo inerte. Il cuore batteva appena.
Aveva cominciato a piovere quando il medico arriv. Lo
aspettai all'ingresso principale. Indossava un soprabito scuro
gi del tutto zuppo quando raggiunse la soglia. Lo aiutai a sfilarlo.
Mi guard negli occhi.
Di sopra, dissi.
L'avevo portata l. Era leggera. Non mi ero mai accorto di
quanto fosse sottile e di costituzione delicata; era come portare
un uccello.
L'avevo stesa sul letto primo di avvertire il Capo. Quando
infine si scosse via il sonno dagli occhi, quello che vi lessi non fu
che dolore.
Ho chiamato il medico, dissi. Lo aspetto gi.
Scesi di corsa. Dietro di me avvertii i suoi passi che si dirigevano
nella camera di lei. Pensai di avergli sentito dire: Marion,
che cosa hai fatto? ma mi fermai sulle scale quando lui
ripet le parole: Marion, che cosa ho fatto?
Le scarpe del dottore erano bagnate. Lasciava impronte
umide lungo il corridoio. Rimasi fuori dalla stanza ad aspettare.
La sentii avere conati di vomito. Mi chiamarono. Scesi a cercare
un catino. Era a terra sul pavimento vicino al gabinetto, il
dottore le teneva la testa sollevata. Bagnai una salvietta e le lavai
la faccia, poi aiutai a rimetterla nel letto. Apr gli occhi una volta,
cerc di allungare una mano a toccarmi la guancia, ma non
ne ebbe la forza. Lasciai di nuovo la stanza. Il dottore rimase
con lei una ventina di minuti. Usc da solo. Lo accompagnai
gi.
L'ha scampata bella, disse. Dov'era quando lei l'ha trovata?
Glielo dissi.
E le pastiglie?
Erano in camera.
Non le aveva con s?
No, il flacone era sul tavolino da notte, vuoto.
Se l' cavata davvero per un pelo, disse. Se lei non...
Tacque e io lo aiutai a indossare il soprabito, poi mi infilai gli
stivali e presi un ombrello.
Sta ancora piovendo, comment.
Uscimmo.
Non occorre che mi accompagni, disse, si inzupperebbe
anche lei.
Lo accompagnai. Da lontano si sentiva il rumore del mare.
Camminammo verso i fari dell'auto che lo stava aspettando.
Pioveva a dirotto. Le luci brillavano riflesse nell'acqua.
Verranno a prenderla domani mattina, mi inform,
quando si sveglia.
Rimasi a guardare l'auto che scendeva per la collina. Il vento
era caduto e chiusi l'ombrello. Avevo i piedi bagnati e in un attimo
fui fradicio del tutto. La pioggia era tiepida e lieve; mi fece
bene sentirla sulla fronte.
In realt non se ne andarono la mattina, perch lei dorm fino
a mezzogiorno. Lui la teneva per mano quando scesero le
scale. Li seguii un po' discosto. Lei cerc di sorridermi. A mia
volta tentai di risponderle con un sorriso, ma allora uno strano
tremore parve bloccarle gli angoli della bocca.
Si dileguarono nella luce del pomeriggio e io fui lasciato indietro
a domandarmi se quello che avevo visto tremare un
istante sulle sue labbra fosse stato davvero un sorriso.
C' un angolo nell'anima in cui le ombre si rintanano. Rimangono
a lungo quiete e, se avverto che stanno per balzare fuori,
faccio di tutto perch non trovino la via della coscienza. Immergo
le mani nell'acqua fredda, mi lavo la faccia;  come domare
un incendio.
A volte, per rinfrancare la mente, richiamo la tua immagine.
Sei seduta al pianoforte in soggiorno, Einar sta entrando. Tu
non sei cambiata.
Oggi le nuvole sono alte in cielo e il sole brilla senza ombre.
La campana sulla torre batte fuori tempo; domani devono venire
a ripararla. Passando accanto alla piscina coperta poco fa ho
visto la mia faccia riflessa sul pelo dell'acqua.  come se fosse
sempre stata l, fluttuante tra i leoni di mare riflessi dal soffitto.
E cominciato quando ho visto il riflesso. Le ombre sono emerse
dal loro nascondiglio.
Uno stillicidio. Il vapore si alza dal caldo della piscina e si
condensa sul soffitto, poi di nuovo cade in acqua. Una goccia
ogni tanto: tra l'una e l'altra ho contato fino a cinque. Il suono
echeggia per la casa, i muri azzurri sono freschi al tatto, aspettano
in silenzio che io mi incammini cos da poter rimandare l'eco
dei miei passi. Distolgo gli occhi, non sopporto pi il mio riflesso
nell'acqua. Ma quando mi allontano, ho la sensazione
che la mia faccia rimanga l, fluttuante tra i leoni di mare.
Non sei cambiata. Einar sta entrando; so che  lui, sebbene
faccia fatica a raffigurarmelo. Quando ci provo, finisco inevitabilmente
per vedere me stesso da giovane.
Il vento sulla collina ha colto di sorpresa il cipresso, per tutto
il giorno c'era stata calma. Ora ondeggia, a tratti sembra quasi
non reggersi, poi si riprende e, dopo una breve lotta, ha la meglio
sul vento. Da qualche parte sulle sue foglie sono rimaste
imprigionate delle gocce d'acqua che adesso si scuotono via, libere.
Il vento si placa di nuovo. Aspetta il momento opportuno.
Il quadro svanisce. Ricade nel buio che mi soggioga la mente
e mi priva di quella vista. Non sei pi nel soggiorno, nel soggiorno
non c' nessuno, nessuno apre la porta e dice: Eccomi,
sono io! Sono a casa. Nessuno scende dalle scale con un abito
rosso, avvolto dalla luce che entra dalla porta aperta. Nessuno,
nulla. Nei miei occhi non c' che buio.
Eppure sento dei sussurri. Sei in strada a Reykjavik, la gente
ti guarda, mormora. Tu sai che loro sono l, ma tiri diritto senza
guardarli, ti fai pi vicina ai muri delle case, alle loro ombre che
ti riparano. Ma le voci ti inseguono, non riesci a liberartene, per
quanto affretti il passo e intoni un motivetto. Eccola... la moglie
di quel tale che si  dileguato. Chiss dov' andato. Qualcuno
dice che si  annegato... o  andato all'estero, portandosi
via tutti i soldi... quattro bambini, figurati! Poveri piccoli cuccioli...
I sussurri echeggiano nella mia testa insieme al motivetto
che stai canticchiando per cercare di disperderli.  come se
qualcuno alzasse il volume della radio, io non posso abbassarlo,
alla fine mi viene voglia di darmela a gambe e lasciarmelo indietro,
ho voglia di turarmi le orecchie.
Mi sembra di impazzire.
L'altra notte ho sognato di aver lasciato la mia ombra sul letto
di Maria. Con l'ombra era rimasta l'anima.
Devo fermarmi, il cuore batte con troppa forza. Fa caldo, il
sudore mi cola sulla faccia. Respingi i cattivi pensieri, me lo sono
sempre detto, cerca di dimenticare, pensa solo a cose piacevoli.
E ci ho provato tante volte, quando tutto andava bene qui
in collina. Ma ora la scena comincia a scricchiolare e intorno a
me c' un minaccioso silenzio.
Un'illusione, mi dico, niente altro che un'illusione. Eppure
ho fatto di tutto per tenerla in vita lungo questi anni.
La campana batte la mezz'ora.
Quel casuale battere della campana mi riempie di apprensione,
senza una ragione vera. A volte non batte per delle ore di
seguito, poi cerca di recuperare suonando ininterrottamente.
Non potete venire oggi? ho chiesto ai tecnici che ho chiamato
questa mattina. Oggi, ho ripetuto. Credo che fossero sorpresi
dall'insistenza del mio tono.
Domani al pi presto, mi hanno risposto.
Non potevo farci niente.
Mezz'ora.
Ho proseguito sulla collina, oltre il cipresso, senza usarlo come
sostegno, senza alcun aiuto. Christian! Qualcuno mi chiama
ma non rispondo. Trattengo il respiro finch non sono in casa,
non mi asciugo il sudore dalla fronte, corro in camera.
La porta del balcone  aperta. Sono accaldato ma non mi
tolgo la giacca. Una mosca si arrampica sul vetro della finestra,
mi affretto ad aprire il cassetto della scrivania, sono sicuro di
trovare conforto nelle lettere che ti sto scrivendo. Le cerco, ma
di colpo hanno un aspetto estraneo, come se io non le avessi
mai scritte. Le mie mani, di solito ben ferme, prendono a tremare.
Quando ripongo le lettere, devo aggrapparmi al bordo
del tavolo per non cadere. Sono stordito. Le lettere finiscono
sul pavimento.
Mi sto ammalando? mi domando. Ho la fronte calda.
Le parole che vado cercando da tanto tempo. So che non ti
faranno alcun bene, eppure continuo a cercarle.
Il cuore batte un po' pi lento e io mi chino a raccogliere le
lettere. Un attimo fa ero pronto a buttarle via, ma ho cambiato
idea. Le ho rimesse sul tavolo, in una vecchia scatola da scarpe
insieme a tutte le sciocchezze che hanno solo valore sentimentale:
piume, vecchie chiavi, dei ciottoli, le fotografie che ho salvato.
Ho deciso di riordinare la scrivania e gli scaffali, di liberarmi
di tutte quelle cose inutili che ho accumulato negli anni.
Potrei avere qualche rimpianto nel buttare alcune cose, ma di l
a un momento le avr dimenticate. Potrei tenere alcuni disegni
di uccelli, ma non sono molti a meritare di essere appesi. So che
mi sentirei meglio dopo averlo fatto. Ho letto su una rivista,
l'altro giorno, che riordinare la casa aiuta a schiarire la mente.
Ho intenzione di completare il mio ordine prima che faccia
buio e il ragazzo cominci a innaffiare la terrazza sotto il mio balcone.
Voglio sedermi l ad accogliere la notte. Sono certo che le
nuvole della mia mente si dissolveranno, la disperazione moller
la presa e il buio si far da parte.
Non ti mander mai quelle lettere, mi sono detto un minuto
fa. Ma ora sento che potrei cambiare idea, dopo un buon sonno.
Non ho dormito male. Quando mi sono svegliato il mio scoramento
era di molto alleggerito; l'alba aveva infine ricacciato le
ombre nel loro angolo. Stavo finendo nelle secche della disperazione;
sembrava che non ne dovessi pi uscire nei giorni scorsi.
Sempre cos, rimango immobile per un po', per rassicurarmi,
fisso il soffitto, poi sposto piano piano lo sguardo intorno; 
strano quanto acuta diventi la vista quando dall'anima si dissipano
le nuvole,  come avere davanti l'atmosfera limpida dopo
tanta pioggia.
Guarda un po', mi sono detto; avevo dimenticato che lo stipite
della porta avesse delle incisioni verso il pavimento. Poi un
corpo allungato si  insinuato nel passaggio, il tintinnio di un
collare, e io sono uscito dal letto per accarezzare Helena e accogliere
il nuovo giorno.
Erano quasi le tre e il vassoio del pranzo con i piatti sporchi era
ancora sulla tavola, ad attirare le mosche. Non aveva suonato
per chiamarmi, sicch ho bussato io alla porta per chiedere se
non avesse bisogno di nulla.
Chi sta fischiando? mi ha domandato quando ho aperto
la porta.
Prego?
Qualcuno, fuori, sta fischiando. L'ho sentito anche ieri sera.
Gli ho detto che non lo sapevo.
 passata una settimana da quando ha accompagnato la signorina
Davies in una casa di cura. Per starle vicino ha preso alloggio
in un albergo.  tornato a casa ieri sera e domani torna
da lei.
Prima ho pensato che fosse un uccello, poi ho capito che
doveva essere qualcuno che fischiava. Cos, ha detto, cercando
di riprodurre il suono.
Io penso che lui sapesse che non stavo dicendo la verit. Sapeva
anche perch non lo volevo informare del ragazzo che fischiava
per tenersi allegro. Cos ha aggiunto: Fa bene allo spirito
sentire quel fischio. Ne avrei bisogno anch'io, Christian,
eccome se ne avrei bisogno.
Sta facendo pace, mi sono detto. Bene, io mai. Capisco che
deve averci pensato su un pezzo prima di uscirsene con questa
storia del fischio, come scusa per conversare, e ora cerca anche
di sorridere. E debole. Eppure negli occhi ha ancora un barlume
di speranza.
Posso portare via il vassoio? Sa, le mosche...
Sta meglio, ha detto. L'aria di mare le fa bene. Ieri abbiamo
fatto una lunga passeggiata sulla spiaggia. Io...
La prego, le porti i miei saluti, ho detto.
Non la ringrazier mai abbastanza, Christian. Sarebbe potuto
finire in un altro modo.
Spero che ora si sentir meglio.
Ha sempre avuto un occhio di riguardo per lei, Christian.
Di lei si fida.
Fuori qualcuno fischiava.
Ecco, sente?
Ho annuito ma non ho fatto una piega, non ho appoggiato il
vassoio.
Che motivetto sar?
Probabilmente  qualcosa di sua invenzione.
Fa bene allo spirito. Davvero, fa bene allo spirito.
Silenzio.
Qualcos'altro?
No, nient'altro.
Stavo uscendo, ma ho indugiato un attimo perch mi pareva
chiaro che volesse dirmi ancora qualcosa. Proprio quando stavo
voltando i tacchi per andarmene, si  schiarito la voce.
Christian, lei crede...? Lei l'ha trovata. Anche lei crede che
sia stato un incidente, non  vero?
Avevo ancora in mano il vassoio. Ero sul punto di rispondergli
sinceramente, invece di continuare a mascherare la verit,
quando lui ha aggiunto: Quando rinvenne, mi chiese di un foglio.
Pi e pi volte. "Il foglio", diceva. "Non leggere il foglio.
Dov'? Devo averlo." Lei ha idea di che cosa stesse parlando?
Non aveva in mano nessun foglio quando lei la port su per le
scale, ma cerano tracce di inchiostro sulle sue dita. Sulla mano
sinistra. Non capisco.
Quando la trovai, teneva stretto in pugno un foglietto bianco.
Nella mano sinistra. La mano era bagnata di sudore freddo
e l'inchiostro aveva cominciato a colare. Le allentai la morsa
delle dita, piegai il foglio e lo misi in tasca. Le asciugai la schiuma
dalla bocca e la baciai. Prima sulla fronte poi sulle labbra.
Dolcemente. Sul foglio c'erano solo poche parole. Sono certo
che, se ci avessi provato, le avrei decifrate. Ma, appena salutato
il dottore quella notte, gettai lo scritto nel fuoco, andai diritto
in cucina e lo buttai fra i tizzoni del camino.
No, ho detto infine, non ho trovato nessun foglio. Doveva
essere ancora confusa quando ha ripreso coscienza.
L'ho pensato anch'io, ha osservato con il tono di chi riceva
buone notizie dopo una preoccupante serie di analisi mediche
e non sa trattenere il flusso delle parole. Sapevo che era
cos. "Baciami ancora." Significa molto per me sentirle dire cos,
ha aggiunto con un fare quasi timido. E stato proprio un
incidente. Ha solo bisogno di riposo, questo  certo.
Ho convenuto con lui.
Altro? ho domandato infine.
No, nient'altro. Grazie, Christian, grazie.
Ho sentito il suo sguardo seguirmi mentre lasciavo la stanza.
C' gente che sostiene di saper riconoscere dall'odore che genere
di legno stia bruciando. Quanto a me, io riconosco la fragranza
del lauro quando il fuoco lo divora, e mi ha sempre sorpreso
il fatto che la lavanda non mandi pi profumo quando
brucia. Il papavero e l'astro appassiscono prima di essere preda
delle fiamme, basta gi la vampa del calore ad atterrarli come
una falce.  il lauro che ha quel particolare odore. Mi piace il
crepitare dei suoi rami quando lo mettiamo nel fuoco per insaporire
la carne.
Il fuoco cominci nel pomeriggio in un dirupo a est della
collina. Nei giorni precedenti era stato caldo e secco e per una
volta la nebbia non aveva lentamente risalito la collina, stagnando
invece gi sulla costa nelle poche notti in cui aveva fatto
la sua comparsa. I fianchi della collina erano gialli e l'erba
secca, il vento passava stridendo sui suoi fili.
Il dirupo era profondo e, quando il fumo sal abbastanza in
alto da essere visibile dalle case, le fiamme avevano gi cominciato
il loro corso verso l'imboccatura e si arrampicavano sulle
nude pareti della roccia. Ma allora il profumo del lauro bruciato
ci aveva gi raggiunto; il primo ad avvertirlo fu il capo giardiniere,
ma non capiva da dove venisse. Mi avvis; ci mettemmo
di vedetta, in cima alla collina, di fronte alla casa padronale, e
scrutammo tutto il paesaggio, incapaci di individuare l'origine
del fuoco e del fumo. C'erano ancora pochi cervi sulle colline e,
quando un branco si radun da est, correndo gi verso la pianura,
decidemmo di muoverci nella loro direzione.
Eravamo solo a met strada verso il dirupo, quando il fumo
finalmente si rivel sulla cresta. Era azzurro e si levava diritto in
aria, ondeggiando sulla cima come un bambino che faccia delle
capriole.
Decidemmo che il giardiniere sarebbe tornato a casa a cercare
soccorsi, mentre io sarei andato avanti. L'incendio mi si
par davanti sull'orlo del burrone. Dietro di s lasciava terra
screziata. In cima al pendio che sovrastava il dirupo c'era un
gruppo di vecchie querce, il fuoco si dirigeva verso di loro. Sotto
il crinale l'erba si alzava forte e vigorosa. Il fuoco prese piede
in un punto e contemporaneamente divamp in un altro, muovendosi
sinuoso sul terreno come un serpente e aggredendo
ogni albero sul suo passaggio, qui giallo, l azzurro, sempre rosso
nel cuore, nero sui bordi. Pi mi avvicinavo e pi mi rendevo
conto della sua furia. Indietreggiai quando mi sentii bruciare
le sopracciglia.
Ci organizzammo in una trentina contro di lui, dividendoci:
il capo giardiniere guidava una squadra, io un'altra. L'autopompa
si spostava in su e in gi sui sentieri che erano stati tracciati
due anni prima, ma che si fermavano lontano dal fulcro
dell'incendio. Formammo una catena passandoci i secchi d'acqua,
e il fuoco pareva prendersi gioco di noi. Riuscimmo in piccola
parte ad arginarlo, ma quando cominci a farsi buio e io
mi volsi a guardare la strada che avevamo percorso, mi resi conto
che dall'inizio della battaglia noi eravamo in continuo ripiegamento.
L dove avevamo posto le nostre prime difese, ora
non c'era che terra bruciata.
A est del dirupo c'era una cintura di ghiaia che si stendeva
lungo il fianco della collina sottostante. Nell'arco della giornata
eravamo stati raggiunti dai rinforzi che venivano dal villaggio,
ma nello stesso tempo altri uomini abbandonavano le fila. Eravamo
al pi una quarantina, ma non saremmo stati tali a lungo.
Al farsi della notte si verificarono degli intoppi, uno dopo
l'altro. Quelli che avevano lottato pi a lungo erano esausti,
qualcuno non vedeva neanche dove metteva i piedi e due finirono
inavvertitamente in alcune sacche in cui il fuoco si era acquattato
per manifestarsi in fiammate nate dalle sue ceneri, l
dove non sembrava esserci pi nemmeno una scintilla, mentre
altri respirarono fumo e furono costretti a ritirarsi. Il dottore
partecip alla battaglia, ma poi ebbe il suo da fare a curare i feriti.
Il giorno prima il Capo era andato a trovare la signorina Davies
alla casa di cura, ma il capo giardiniere lo aveva raggiunto
al telefono prima che noi cominciassimo la nostra lotta contro il
fuoco. Il vecchio era molto legato al boschetto di querce e ora
ci raccomand di salvarlo, se appena fosse stato possibile. Il capo
giardiniere gli disse che anche le case potevano essere in pericolo.
Egli decise di tornare indietro subito. Avevo calcolato
che sarebbe arrivato dopo mezzanotte.
Non tirava un alito di vento. Il fuoco torreggiava altissimo
nel buio. Quando me ne accostai, lo vidi ergersi sopra di me.
Alzando gli occhi, mi accorsi che aveva ghermito la mia ombra
e l'aveva scagliata alle mie spalle.
A mezzo tra l'incendio e le case sulla collina c'era il letto secco
di un torrente. Il capo giardiniere e io ci consultammo e arrivammo
alla conclusione che la nostra sola speranza era di fermare
l l'avanzata del fuoco. In alcuni punti il letto del torrente
era cos largo che l'incendio non sarebbe riuscito a raggiungere
la vegetazione sull'altra riva, ma in due punti si stringeva in una
gola che accorciava le distanze tra le due sponde. Decidemmo
di concentrare l le nostre forze, strappando i lauri su entrambe
le rive e spargendo sabbia sull'erba. Dieci uomini rimasero indietro
a buttare acqua sul fuoco nel tentativo di rallentarne l'avanzata.
Non mi rendevo conto della mia stanchezza. Qualcosa mi
guidava, una sorta di rabbia che mi aveva colto di sorpresa.
Procedevo pi veloce degli altri nelle lingue di fuoco ed ero
l'ultimo a ritirarmi. Due volte il capo giardiniere mi grid di
stare attento. Gli rivolsi una rapida occhiata per dirgli che avevo
sentito, ma non gli diedi retta comunque.
Di tanto in tanto avvertivo un sibilare dell'aria, erano gli uccelli
che nel buio abbandonavano il luogo dell'incendio. Volavano
verso il mare. Alzai gli occhi e vidi che il fumo aveva nascosto
le stelle.
Era quasi mezzanotte quando l'incendio raggiunse le rive
del torrente. Avevamo riempito i secchi d'acqua e li avevamo
allineati lungo le sponde su per il pendio e noi eravamo l, fianco
a fianco, ad aspettare in silenzio. Le nostre facce mandavano
bagliori. Qualcuno distoglieva lo sguardo. Io ero in testa alla fila,
nel punto pi scosceso dove il letto era pi stretto. Avevamo
sparso ghiaia e sabbia su entrambe le rive e inumidito la terra.
Ma era ancora molto caldo e l'acqua evaporava subito. Guardai
dietro di me. Nelle case le luci erano accese come se non ci fosse
nulla di strano. Mi parve di vedere una macchina salire la
collina.
Il fuoco non si limit a cercare uno o due vie di passaggio,
ma attacc contemporaneamente in cinque punti. Non so dire
dove trovasse degli appigli, perch non si vedevano che detriti,
pietre e ghiaia l dove il fuoco si alzava. In alcuni punti si spense
rapidamente, ma in altri si fece pi potente a ogni centimetro
che guadagnava su di noi. Dove avevamo rafforzato l'argine,
la sabbia bruciava. Il fuoco balz verso di me come per incalzarmi.
Riusc ad aprirsi tre varchi contemporaneamente. L dove
stavo io eravamo solo in cinque, ma pi sotto il capo giardiniere
aveva una ventina di uomini con s. L il fuoco era pi forte
e aveva invaso un'area maggiore. Di colpo comparve anche il
ragazzo che bagnava i terrazzi alla sera. Non so perch, mi sembr
di buon auspicio. Lo presi con me sul fianco della collina.
Non so quanto dur la battaglia, ormai avevo perso il senso
del tempo. Ci eravamo spogliati fino alla cintola e, mentre tre
uomini si davano da fare a prendere acqua, due rimanevano l a
battere il terreno con giacche e camicie. Sebbene il fuoco si fosse
aperto un varco fino alla nostra riva, avevamo in qualche modo
rallentato il suo passo.
Procedevo a stento tra le fiamme, colpendo la terra. Mi pareva
di stare da un canto a guardare me stesso in lotta con il fuoco.
Sentivo il caldo sul mio corpo ma non ne ero scottato. Dietro
di me venivano i miei aiutanti; una volta, quando emersi
dalle fiamme, mi gettarono addosso dell'acqua. Avevano pensato
che stessi bruciando. Dissi loro di non sciuparne.
Non ho spiegazioni al mio comportamento. Pi tardi, quando
infine mi occupai di me, vidi che sul petto e sulle braccia
avevo dei peli bruciacchiati, eppure non avevo scottature da
nessuna parte.
Lentamente il fuoco perse vigore, prima nella nostra postazione
alta sulla collina. Quando fui certo di poterlo tenere a bada
da solo, dissi ai miei aiutanti di scendere a dare una mano
agli altri. Esitarono, non erano sicuri che fosse una scelta ragionevole,
il fuoco ci aveva gi ingannato prima, divampando di
nuovo quando ci era parso ridotto in cenere. Li assicurai di poter
tenere testa alla situazione da solo. Vi chiamer se ne avr
bisogno, promisi. Andarono. Mi accorsi che si guardavano indietro
nello scendere il pendio.
Le fiamme si fermarono a pochi metri dalla riva. Si rinfocolarono
verso il basso dapprima, quando trovarono sbarrata la
via, poi in su verso la collina, ma ora piano piano perdevano di
slancio e affondavano una dopo l'altra nella loro stessa cenere.
Era un enorme sforzo, ma ormai non c'era dubbio sul risultato.
Finalmente la luna, una luna crescente nel cielo orientale.
Quando smorzai l'ultima scintilla, mi trovai di colpo avvolto
nel buio. Ero stato colto alla sprovvista e gli occhi ci misero un
po' a adattarsi dopo la luminosit del fuoco.
Grida di vittoria mi raggiunsero da sotto, dove gli uomini si
erano raccolti nell'ultimo sforzo per fiaccare l'incendio. Avevano
fatto cerchio intorno alle fiamme morenti e cominciarono a
cantare. Le loro figure come ombre si alzavano e ricadevano su
un fondale incandescente, si protendevano nell'aria, lasciando
sotto di s la terra.
Lentamente gli uomini si diressero verso casa. Il capo giardiniere
aveva delle piccoli ustioni sulle braccia, sicch lo sollecitai
a farsi curare, mentre io mi accertavo che l'incendio non divampasse
da qualche altra parte.
La cenere scricchiolava sotto i miei passi nel buio. Il suo calore
era gradevole nel fresco della notte. Camminai verso la luna,
superai il dirupo dove il fuoco era cominciato, superai la
cintura di ghiaia e risalii la collina. Non mi voltai mai indietro
finch non mi fermai in un anfratto in cima e guardai gi l'area
su cui l'incendio si era scatenato.
Ero calmo. In certo senso il fuoco che da anni bruciava dentro
di me era stato domato.
L'uomo in fotografia  allegro e abbronzato. Indossa una camicia
aperta sul collo, i capelli folti sono pettinati all'indietro.  a
sinistra, il capo giardiniere a destra e tra loro sta il ragazzo che
innaffia le terrazze di sera. Alle loro spalle c' un cipresso e di
fronte la casa padronale. Christian Benediktsson, il maggiordomo
del signor Hearst, dice la didascalia sotto la foto, seguono
i nomi degli altri. Foresta in fiamme a San Simeon!
grida il titolo di testa. Il personale di servizio vince la battaglia
contro l'incendio.
Il Capo in persona fece la foto, la mattina dopo l'incendio;
Kristjan non lo ricordava cos di buon umore da tanto tempo, li
port alle stelle, promettendo un premio per tutti quelli che
avevano preso parte all'impresa. In ogni caso Kristjan non aveva
capito che il Capo intendesse pubblicare la foto sui suoi
giornali; in realt voleva sorprenderli.
Erano solo le sette del mattino quando il Capo buss alla sua
porta. Kristjan si era gi alzato, era gi sceso e aveva aperto la
porta-finestra del suo balcone. Di solito il Capo non si svegliava
cos presto, ma aveva fatto venire un dipendente da Los Angeles
con una copia del giornale fresco di stampa, cos da poterla
presentare personalmente al suo maggiordomo.
Qualcosa che non va? domand Kristjan aprendo la
porta.
Il Capo entr e dispieg il giornale sulla scrivania.
Prima pagina, disse. Se l' meritata.
Il Capo non fu sorpreso da una certa contegnosa freddezza
di Kristjan - il suo maggiordomo non era tipo da slanci emotivi
-, ma lo stup il non avergli strappato che un mezzo sorriso.
Ha combattuto da eroe, disse, chiss altrimenti cosa sarebbe
successo.
La prima pagina. Kristjan scorse l'articolo.
...Christian Benediktsson, maggiordomo di William Randolph
Hearst, ha guidato gli inservienti di casa insieme al giardiniere
Nigel Keep. Dopo aver combattuto per ore contro l'incendio,
sono riusciti a fermare le fiamme a un tiro di schioppo
da un boschetto, vicino al ranch in cima alla collina del signor
Hearst...
Il Los Angeles Examiner, bofonchi infine Kristjan come tra
s e s.
Il Capo prese un tono altisonante. Non solo l'Examiner,
Christian. Oggi la gente che si sveglia a Los Angeles, san Francisco,
Chicago, Boston, New York, quando si scuote via il sonno
dagli occhi e si siede davanti a un caff con uova e bacon,
succo di frutta, cornflakes... la gente che si siede e apre il giornale
vede lei come prima cosa. E saranno infiammati, se posso
usare questa espressione, cominceranno un nuovo giorno con
la sicurezza che il genere umano pu vincere qualunque sfida.
Notizie come questa rincuorano la gente, Christian. Quando si
leggono storie simili si torna a credere in se stessi.
Aveva finito il suo sermone e pareva contento di come fosse
andato, quindi si limit a battere Christian sulla spalla uscendo
e chiedendogli di assicurarsi che il capo giardiniere e gli altri
che fossero interessati alla notizia vedessero il giornale.
I giorni immediatamente successivi scivolarono via, Kristjan
era teso durante le ore del giorno, dormiva poco la notte. Per
sua fortuna c'era molto da fare: il Capo aveva deciso di mettere
in piedi uno stravagante ricevimento in onore del ritorno a casa
della signorina Davies; il che sarebbe stato di l a due settimane.
Aveva confidato a Kristjan che l'incendio della foresta era stato
per lui un simbolico giro di boa; ultimamente gli era accaduto
di dover arretrare di fronte a una serie di attacchi, ma quest'ultimo
era stato respinto ed egli aveva sentito, tornando a casa
quella sera e vedendo alla distanza estinguersi le ultime fiamme,
che ora il flusso della marea era cambiato.
Io non credo nelle coincidenze, Christian.  il momento di
agire. Per anni ho atteso questo momento. Un grande ricevimento,
disse, un centinaio di ospiti. Come ai vecchi tempi,
Christian.
I primi giorni passarono lenti, ma quando nulla accadde le
paure di Kristjan cominciarono a calmarsi. Eppure a volte era
come in attesa di essere scoperto, cos da poter fare un'aperta
confessione di tutto. Ma la sua smania svaniva quando non sapeva
come definire un'aperta confessione, e allora lo riafferrava
la paura, sebbene si impegnasse con tutto se stesso nella
preparazione del ricevimento.
Pass una settimana e lui parve rilassarsi. Una mattina, al risveglio,
pens persino di avere di nuovo sognato gli uccelli nel
deserto; quando per cerc di ricordare il sogno, si accorse di
avere solo desiderato di sognarlo. Ma lo prese comunque come
un buon auspicio.
Jon Sivertsen pos il giornale, si tolse gli occhiali e si sfreg
l'attaccatura del naso. L'uomo della foto era cambiato pochissimo,
sebbene Jon non lo ricordasse tanto alto. Forse perch
quei tipi al suo fianco sono piccoli, pens. Nigel Keep, il capo
giardiniere. Un garzone senza nome. Si rimise gli occhiali, si
alz e si guard allo specchio. Era sicuro invece di essere lui
piuttosto cambiato in quegli ultimi anni, i capelli si erano diradati
sulle tempie, i chili erano aumentati. E la sua vista non era
migliorata, gli occhiali erano, ahim, un nuovo sintomo.
Kristjan invece pareva aver passato meglio le forche caudine del
tempo, si disse.
Si sedette alla scrivania e alz il telefono. Quattro anni prima
aveva ricevuto dal North Dakota una lettera di Hans Thorstensen
che gli chiedeva di tenerlo informato, nell'improbabile
eventualit di notizie sul conto di Kristjan Benediktsson. Aveva
conservato la lettera, che lo aveva anche intenerito e divertito
per quel dilungarsi di Hans sulle condizioni del tempo, tipico
dei contadini islandesi. Dava anche notizie dei membri della
sua famiglia, sia di quelli che Jon conosceva sia di altri che ignorava
del tutto. Quell'ingenuit era un soffio di aria fresca in una
citt dove dominavano l'aridit e il sarcasmo. Forse sono stato
qui troppo a lungo, si accorse di pensare Jon alla fine della lettera.
Non era ancora abituato agli occhiali, sicch se li tolse e li rimise
prima di comporre il numero. I suoi occhi si posarono sul
quadro sulla parete opposta. Ricord come fosse ieri la volta
che lei era venuta a cercare suo marito.
La signorina Davies era attesa per il gioved e si era ormai al
marted.
I preparativi del ricevimento erano andati meglio del previsto.
Delle tende erano state erette sulla terrazza e nei giardini
intorno alla casa padronale, il menu era pronto e i cuochi stavano
gi lavorando per la cena, spolpare carne, legare le ali dei
volatili - una flotta di automobili era stata preordinata per condurre
gli ospiti dalla stazione di San Luis Obispo; un'ottantina
di persone circa sarebbe rimasta per il fine settimana. Il Capo
aveva deciso di mettere in programma solo film in cui recitasse
la signorina Davies; Kristjan si sorprese di essere stato consultato
sulla scelta dei titoli e fu piuttosto soddisfatto di s per aver
avuto il coraggio di suggerire Maschere di celluloide, sebbene lo
sapesse uno dei meno amati dal vecchio signore.
Davvero lo crede? gli domand. Maschere di celluloide?
Di certo farebbe felice la signorina Davies. Era molto divertente
l. E quando il Capo annu ebbe il coraggio di aggiungere:
Io penso, se mi permette, che sarebbe meglio
proiettare solo i film che furono ben accolti.
Il Capo annu di nuovo.
Ha ragione, amico mio. Ha assolutamente ragione.
Nel pomeriggio, Kristjan ricevette la lettera: aveva fatto il
possibile, proprio tutto quel giorno, per dimenticare l'articolo
di giornale. Si era dato da fare fin dal primo mattino; da molto
tempo era attesa l'occasione di un simile ricevimento sulla collina,
sia da parte del personale che del Capo. Il vecchio non si assent
un attimo, fece chiamare Kristjan un sacco di volte perch
si occupasse di questo e di quest'altro, per consultarlo su
dei dettagli, quale stanza dare a chi, se organizzare per il sabato
un'uscita a cavallo eccetera, eccetera. La sua massima preoccupazione,
comunque, era quando dire alla signorina Davies del
ricevimento, che non poteva restare un segreto una volta che lei
fosse arrivata a casa. Si potrebbe forse non montare le tende
fino al suo arrivo? domand, poi, prima ancora della risposta
di Kristjan, scosse la testa. No, non va bene. Forse glielo dir
mentre saliamo la collina. Quando si accorge delle tende. Cosa
ne pensa? O forse dovrei bendarle gli occhi e tenerla cos finch
l'orchestra non comincia a suonare sotto il tendone di fronte
a Casa Grande, allora le scioglierei la benda? Be', non le sembra
una buona idea? Cosa ne pensa, Christian, non sarebbe
perfetto?
Kristjan aveva appena finito di spiegare questo piano al direttore
dell'orchestrina, quando gli consegnarono la lettera.
Non gli accadeva spesso di ricevere lettere, anzi era cosa rara, e
in genere erano di ospiti che lo ringraziavano delle sue cure.
Ma questa non era una lettera di ringraziamento, quelli erano
brevi messaggi, scritti su bigliettini, poche righe; questa era una
busta voluminosa, la grafia di qualcuno che era avanti negli anni.
Lo tranquillizz vedere che non era la mano di Elisabet, e di
questo subito si vergogn.
Era solo nella dispensa allorch il ragazzo gli port la lettera
ed egli rimase a lungo immobile prima di guardarla. Quando
infine trov il coraggio, la ficc in tasca e sal in camera. L
chiuse la porta, si sedette sul letto e tir fuori la busta. Esit un
attimo prima di leggere il nome del mittente: Hans Thorstensen,
North Dakota. Riconobbe il nome e, aprendo con cautela
la busta, cominci a leggere.
 con un misto di sentimenti che ho preso in mano la penna in
questa giornata di fine autunno per mandarle due righe. Lei ne
immaginer la ragione, anche se, senza dubbio, si domander come
mai sia io a prendere contatto con lei. Suppongo che lei non
sappia pi nulla della sorte della sua famiglia, a meno che non abbia
fatto ricerche in merito a loro insaputa, il che mi pare improbabile.
Temo di non farle un favore scrivendole. Se ne avesse avuto
l'intenzione, si sarebbe gi da molto tempo messo in contatto
con la sua famiglia...
Christian! si sent chiamare e sussult. Lo cercavano,
l'orchestrina voleva provare i motivi che avrebbero dovuto eseguire
all'arrivo della signorina Davies e il direttore ritenne pi
sicuro, prima di cominciare, chiedere il permesso di suonare
fuori sulla terrazza. Kristjan lasci la lettera sul letto, scese e rimand
il ritorno di sopra, ma alla fine non riusc a trattenersi
pi a lungo.
... Ormai sono vecchio e utilizzo ogni momento libero per mettere
insieme tutti i dettagli, perch nessuno pu dire quando
verr la fine. Quando abbiamo letto il giornale, ho suggerito a
suo figlio Einar di prendere personalmente contatto con lei. E comunque
non mi ha sorpreso il suo diniego, cos ho deciso di scriverle
io.
Einar  vissuto con me e con mia moglie dal giorno in cui, ragazzo,
 arrivato in questo Paese con sua madre...
Kristjan sedette sul letto e lesse. Hans era diligente, non trascurava
nulla, si prendeva tutto il tempo. Scrisse di aver appreso
questo stile dalle saghe islandesi che leggeva ogni notte prima
di coricarsi. Fuori l'orchestrina suonava Tu sei la mia luce,
la mia sola luce.
Einar ha sposato una ragazza di famiglia islandese e hanno
due bambini, Hans ed Elisabet. Ha rilevato la mia fattoria molti
anni fa;  un gran lavoratore, legato alla terra, fidato, un uomo di
poche, oneste parole, un uomo bravo. Per me  stato il migliore
dei figli...
Kristjan perse il filo, si smarr nello spazio. L'orchestrina seguitava
a suonare lo stesso motivo, ogni volta pi forte, gli parve.
L'acuto della tromba rimbombava nella sua testa insieme alle
parole che accompagnavano il motivo: ... quando il cielo 
azzurro...
Maria  tornata in Islanda con Elisabet, ha studiato cucito -
ha ereditato l'abilit di sua madre - e ora aspetta il suo primo
bambino, si  sposata l'estate scorsa... I gemelli...
Si alz in piedi per risedersi subito, sentendosi debole. Christian!
sent qualcuno che lo chiamava da lontano, ma le voci
erano soffocate dal rumore dell'orchestrina che combatteva
contro il solito pezzo, i tamburi battevano sul suo petto, la
mia luce, la mia sola luce... Christian, dov'? Christian!
Aspetta il suo primo bambino... un uomo gentile... I gemelli...
Elisabet  morta cinque anni fa. Se n' andata in pace.
Alla deviazione per il villaggio dei pescatori un cavallo grigio
era fermo sotto un albero. Faceva caldo, il sole era allo zenit.
Kristjan era in cammino da pi di un'ora. Aveva lasciato la macchina
dove sarebbe stato facile ritrovarla; l'aveva condotta oltre
l'incrocio, cos che nessuno potesse immaginare dove lui fosse
diretto, e l'aveva parcheggiata vicino alla baracca che vendeva
attrezzature da pesca.
Il cavallo volse la testa ciondolante nella sua direzione, quindi
torn a brucare sotto l'albero. Kristjan tir gi la tracolla e la
sacca di tela, e and verso di lui, fermandosi qualche passo indietro
per non spaventarlo. La sua schiena bianca era chiazzata
dall'ombra delle foglie che pendevano inerti nell'immobilit
del mezzogiorno e dalla silhouette di un uccello nascosto tra i
rami. Quando distese le ali, le foglie l vicino vibrarono.
Kristjan si port una mano alla fronte per schermare gli occhi
dal sole e scrut nel fitto dell'albero, ma non vide alcun uccello.
Il breve tratto di strada verso il villaggio digradava gi per le
colline, faceva una curva per superare un torrente in un tratto,
ma per il resto era diritta. Non era molto frequentata; Kristjan
stava gi aspettando da quasi un'ora e ancora nessun segno di
auto. Scorgeva la parte finale del villaggio che si protendeva al
piede della collina, le fabbriche di conserva e i magazzini l di
fronte, oltre la baia. I gabbiani stridevano arrivando dal largo
sulla scia di barche cariche di sardine; uscivano in mare la sera e
pescavano fino al mattino. Aveva intenzione di mettersi in mare
con una di loro durante la notte.
Nell'appunto che aveva lasciato al Capo diceva che non era
certo della data del ritorno. Nel caso qualcuno chiedesse di lui,
pregava il Capo di consegnare la scatola da scarpe che aveva lasciato,
legata con una corda, che conteneva poche sciocchezze.
Non era certo che la corda fosse necessaria. Aveva riordinato il
contenuto della scatola, ci aveva aggiunto la barca che Einar gli
aveva regalato, aveva lasciato le fotografie, i ciottoli e la penna
di cigno che suo figlio aveva dipinto di azzurro e gli aveva regalato
come segnalibro. Dubitava che lui se ne ricordasse. Ma
forse ricordava la barca, pens tra s, gli era costata non poca
fatica.
Ho chiesto a Einar di accompagnarmi a incontrarla, aveva
scritto Hans Thorstensen.  riluttante, non glielo voglio nascondere,
ma so che per me lo farebbe. Non voglio lasciare questo
mondo senza avervi fatto incontrare, e so che non succederebbe
senza il mio intervento. L'avviser in anticipo, con una telefonata,
per quanto io aborra questo strumento. Sar presto, perch io
sono vecchio e poco in salute. Sebbene non abbia nulla di che lamentarmi...
Hans aveva telefonato la mattina precedente; gli ospiti dormivano
ancora, avevano affrontato durante la notte il viaggio
da Los Angeles. Kristjan dichiar di essere molto occupato e
chiese al telefonista di raccogliere il messaggio. Ma aveva gi
preso la sua decisione prima che il telefono suonasse, era stato
in piedi tutta la notte a fare i bagagli.
Nessuno avrebbe detto, durante il ricevimento, che il maggiordomo
avesse alle spalle una notte insonne. Si diede da fare
in casa e fuori, tenne tutto sotto controllo, assicurandosi che
niente andasse storto. Il Capo era al meglio, la signorina Davies
dell'umore pi brillante e gli ospiti parevano contagiati dalla
loro allegria, e cantarono e ballarono fino all'alba.
Mi sento molto meglio, gli disse al suo arrivo la signorina
Davies, mentre l'orchestrina finiva il brano dedicato a lei.
Molto meglio, Christian. Aveva anche tentato di scambiare
due parole con lui prima del ricevimento, ma le lasci intendere
di essere troppo occupato, e fu abile a evitare qualsiasi pi
lunga conversazione. In realt aveva gi preso congedo da lei.
Part quando tutto era stato ripulito e tutti erano a letto.
Brandelli del velo di nebbia che si stendeva sulla spiaggia gli si
fecero incontro quando scese guidando dalla collina, candidi e
luminosi nel chiarore della luna. Da est si scorgeva l'albeggiare
che si adagiava sui picchi delle montagne. A met della discesa
si ferm e guard indietro. Le finestre del castello scintillavano
nella luce del mattino.
Era sicuro di trovare una camera a poco prezzo gi al porto,
avevano sempre bisogno di uomini sui pescherecci. La zona di
pesca era fuori dalla baia, verso il tramonto, in un mare senza
increspature. La rete veniva calata quando faceva notte: affondava
silenziosa nel mare nero e risaliva argentata. Una volta che
era uscito di sera a pesca di aringhe, si ricordava che Einar gli
aveva chiesto se il sole finiva mai nella rete.
All'ultimo momento aveva deciso di non prendere le lettere
con s. Le aveva contemplate a lungo prima di tirarle fuori dalla
sua borsa e avvolgerle in un fazzoletto. Aveva lasciato sullo
scrittoio la scatola da scarpe, e sulla scatola l'appunto per il Capo.
Prima di raccogliere la sua roba aveva guardato ben bene la
stanza. Gli era gi estranea.
Non avrebbe saputo dire da quanto tempo il Capo era sulla
soglia. Rimasero un attimo uno di fronte all'altro, poi il vecchio
si schiar la gola.
C' qualcosa che io possa fare?
Non aveva mai fatto domande a Kristjan sulla sua vita prima
del loro incontro e Kristjan gliene era molto grato. Ma ora era
come se avesse capito tutto senza che Kristjan glielo dovesse spiegare.
Ho lasciato un appunto. Un appunto e una scatola da scarpe.
 sulla mia scrivania.
Il vecchio non cerc di dissuaderlo, sapeva che non sarebbe servito.
Per dove? gli domand dopo un lungo silenzio.
Non lo so. Lascer la macchina...
Non si preoccupi della macchina. Abbia cura di s, Christian.
Abbia cura di s, amico mio.
L'autostrada si dirigeva a nord, lungo la costa, a sinistra l'oceano,
a destra la montagna. Ma aveva deciso di fermarsi l e vedere
cosa sarebbe successo. Quando si arrampic sulle rocce a
fianco della deviazione, vide la parte del villaggio che prima gli
era nascosta e si conferm che sarebbe stato un buon posto per lui.
Non corse, ma si destreggi attento gi per le rocce fino a terra.
Aveva sulle spalle il sacco e la borsa di tela, e si diresse verso
il villaggio. Il cavallo alz la testa, smettendo di pascolare. Mentre
si allontanava lemme lemme dall'albero sempre masticando,
i raggi del sole si posarono sulla sua criniera, sulla schiena e
lungo i fianchi. Dal dorso svan il disegno delle foglie, ma Kristjan
not che rimaneva l'ombra dell'uccello. Alz gli occhi al
cielo ma non riusc a scorgerlo da nessuna parte.
Il cavallo era sparito dentro una forra, quando l'uccello cominci a cantare.
...
.
...
FINE.